Esteri

Candidati pro-Khamenei, alta astensione
La via stretta degli elettori iraniani

L'analisi dell'esperta della questione nucleare italiana Aniseh Bassiri Tabrizi: "La Ue può avere un ruolo chiave nell'aprire una nuova comunicazione con il successore di Ahmadinejad"

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di GIULIA PARAVICINI

Aniseh Bassiri Tabrizi è dottoranda al King's College London e lavora in particolare sulle relazioni tra UE ed Iran in merito alla questione nucleare, è nata in Italia da genitori iraniani, ed è visiting fellow per lo European Council on Foreign Relations. Avendo vissuto in Iran nel 2008-2009, ha avuto modo di seguire le dinamiche delle controverse elezioni presidenziali del 2009. Quella esperienza è stata fondamentale nel cogliere l'imprevedibilità dell'andamento delle elezioni presidenziali, all'indomani della selezione dei candidati da parte del Consiglio dei Guardiani, fattore che si sta riscontrando anche nelle elezioni di quest'anno.

E' possibile che i negoziati sul dossier nulceare ricevano una positiva spinta all’indomani della campagna elettorale? Quale potrebbe essere il ruolo dell’Unione Europea nel favorire che ciò accada?
"L'attesa nel riprendere i negoziati all'indomani delle elezioni segnala che da parte della Ue e degli altri paesi negoziatori c'è almeno in parte la speranza che il nuovo presidente iraniano possa avere una qualche influenza positiva sull'andamento della trattativa, dato che se non altro verrà meno la retorica aggressiva contro Israele e l'Occidente che ha caratterizzato i due mandati di Ahmadinejad. L'Ue può avere un ruolo chiave nello stabilire un punto di contatto immediato con la nuova amministrazione, instaurando un dialogo costruttivo che non si limiti esclusivamente alla questione nucleare, ma che abbia a cuore anche questioni regionali di interesse comune".

Ci sono alcuni candidati che potrebbero già essere classificati come falchi e colombe quando sarà il momento della ripresa dei negoziati sul nucleare?
"Sembra al momento che Jalili e Rohani differiscano in maniera più netta degli altri candidati nella loro posizione sulla questione nucleare, costituindo rispettivamente il falco e la colomba tra gli otto candidati che si competono la carica presidenziale. Entrambi hanno una vasta esperienza del dossier, hanno ricoperto entrambi la carica di capo negoziatore nucleare; ma mentre Jalili è sostenitore di una linea dura di resistenza alle pressioni, Rohani è portavoce della necessità di riaprire i dialogo persino con gli Stati Uniti, interrompendo la fase di isolamento internazionale a cui l'Iran è stato soggetto negli ultimi anni".

A proposito della crisi siriana e dell’incondizionato supporto dato dal governo di Ahmadinejad al regime alawita di Assad, lei pensa che ci sarebbe un cambiamento nella posizione iraniana sulla base del candidato che verrà eletto?
"La posizione iraniana sulla questione siriana è dettata da questioni strategiche e calcoli regionali che non sono soggetti a modifiche basate su presidenze diverse. Tuttavia l'andamento della Conferenza di Ginevra e gli sviluppi delle prossime settimane sugli schieramenti internazionali a favore di un intervento militare in Siria potrebbero avere un impatto sulla posizione iraniana".

Lei pensa che il rapporto positivo tra la rappresentante per la politica estera Ue Catherine Ashton e Sajid Jalili, negoziatore capo iraniano per il nucleare, possa rappresentare un vantaggio per la candidatura di quest’ultimo alla Presidenza?
"La candidatura di Jalili alla presidenza è il risultato di un rapporto di fiducia e di lealtà da lui stabilito con il leader Khamenei negli anni come capo negoziatore nucleare, tramite cui può essere interpretato anche il margine di manovra nell'instaurare un rapporto costruttivo con Cathy Ashton. Tuttavia, questo elemento in sé non è sufficiente né ad attrarre i voti degli elettori, scarsamente interessati all'andamento dei negoziati se non per le ripercussioni sull'economia del paese, nè ad orientare alleanze e schieramenti tra le fazioni politiche iraniane a suo favore".

Dato il rifiuto delle candidature dei due candidati dell'ala più moderata-riformista (Rafsanjani) e di quella nazionalista (è il caso di Esfandiar Rahim Mashaie, capo dello staff del Presidente Ahmadinejad), l’elettorato iraniano si troverà di fronte a una scelta unidirezionale, cioè quella di eleggere, comunque vadano le cose, un nuovo governo conservatore fortemente in linea con le posizioni dell’Ayatollah Khamenei?
"Sei degli otto candidati sono conservatori, seppur in gradi diversi, e sostengono la linea del Leader Supremo sia in politica estera che per questioni interne, mentra gli altri due candidati sono affiliati o vicini alla lina riformista. Nessuno dei candidati tuttavia gode di un carisma e di un bacino elettorale tale da poter costituire una minaccia per la leadership di Khamenei, facendo quindi presagire un rafforzamento della Guida e delle sue posizioni, chiunque sia il candidato vincente".

Khamenei ha dovuto concedere almeno la candidatura di due (su otto) figure che non sono direttamente soggetta alla sua autorità: Mohamed Reza Aref (ex ministro nel governo riformista del Presidente Mohammad Khatami) e Hassan Rohani (ex rappresentante dell’Iran al tavolo del negoziato sul nucleare). Quali possibilità di successo hanno?
"E' ancora presto per intuire l'esito finale e l'appoggio che l'elettorato darà ai vari candidati. Questo dipenderà anche dalla capacità sia del fronte dei Principalisti che dei riformisti di compattarsi presentando rispettivamente un unico candidato, in modo da evitare una dispersione dei voti. Se ciò succede nel fronte riformista e Rohani o Aref concorreranno come candidato unico, c'è una minima possibilità che il fronte riesca ad ottenere un largo consenso elettorale, soprattutto qualora venga sostenuto apertamente da figure prominenti come Khatami o Rafsanjani. Tuttavia nessuno dei due candidati presenta un programma che sfida lo status quo, introducendo al massimo qualche alternativa moderata a questioni di politica estera ed interna".

Che cosa accadrebbe, secondo lei, se l’astensionismo, motivato dal dilagante malcontento sociale, risultasse essere il dato prevalente di queste elezioni? In quel caso, eletto un governo con scarsa legittimità popolare, pensa che ci potrebbe essere una nuova "Onda verde" di proteste?
"Le probabilità di un alto astensionismo sono così alte che il governo ha deciso di organizzare le elezioni municipali e locali lo stesso giorno delle presidenziali, per incrementare la partecipazione popolare. Qualsiasi sia l'affluenza alle urne, è tuttavia poco probabile che un'Onda verde scaturisca dalle presidenziali del 2013, data l'apatia elettorale che è seguita alla repressione del 2009 e la consapevolezza di larga parte della popolazione delle scarse probabilità di poter influire sulle dinamiche politiche del paese, tramite elezioni o dimostrazioni di massa."