Dal grande monitor americano dei "cattivi" storici facili da odiare scompare un altro volto esecrabile, quello di Mahmud Ahmadinejad.
Appare quello dall'aspetto più rassicurante di Hassan Rohani, il trionfatore delle elezioni iraniane con fama di "moderato". Anche se dopo otto anni Ahmadinejad non poteva più essere rieletto, la travolgente partecipazione elettorale - indicata forse propagandisticamente all'80 per cento - e la sconfitta devastante dei sostenitori della linea dura è insieme un'ottima e una pessima notizia per Barack Obama e per la strategia Usa. Il tramonto dell'"Hitler della Persia", del negazionista antisemita e bellicoso, pare togliere di scena un fanatico radicale dell'Islam sciita militante, ma l'avvento di Rohani apre un capitolo di ambiguità e di dubbi che costringeranno Washington a rivedere le certezze, e gli stereotipi, che da decenni erano stati i binari del comportamento americano.
Non sempre cambiare un nemico certo e stolido con un'entità più sfuggente è una vittoria immediata e neppure cambiare con la violenza, come fu per l'altro "grande maligno" Saddam Hussein o per Gheddafi, genera esiti fausti. Basta riandare con la memoria agli anni dell'agonia dell'Urss, del collasso sovietico, dell'irruzione di personalità complesse e impreviste come Gorbacev ed Eltsin alla fine degli anni '80 e primi anni '90 per ricordare con quanta esitazione George Bush il Saggio, grande conoscitore di politica internazionale, accolse i cambiamenti repentini in Russia.
Un vecchio detto inglese avverte che spesso "il diavolo che conosci" è preferibile al "diavolo che non conosci" e ancora nulla di concreto può fare pensare che Rohani, un religioso in abiti clericali, stia ad Ahmadinejad come Gorbacev stava ai Brezhnev e agli Andropov. Né che sia portatore di una "perestrojka iraniana", dovendosi muovere sempre sotto lo sguardo arcigno e onnipotente del supremo leader e custode della rivoluzione integralista, l'irriducibile Ali Khamenei.
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Appare quello dall'aspetto più rassicurante di Hassan Rohani, il trionfatore delle elezioni iraniane con fama di "moderato". Anche se dopo otto anni Ahmadinejad non poteva più essere rieletto, la travolgente partecipazione elettorale - indicata forse propagandisticamente all'80 per cento - e la sconfitta devastante dei sostenitori della linea dura è insieme un'ottima e una pessima notizia per Barack Obama e per la strategia Usa. Il tramonto dell'"Hitler della Persia", del negazionista antisemita e bellicoso, pare togliere di scena un fanatico radicale dell'Islam sciita militante, ma l'avvento di Rohani apre un capitolo di ambiguità e di dubbi che costringeranno Washington a rivedere le certezze, e gli stereotipi, che da decenni erano stati i binari del comportamento americano.
Non sempre cambiare un nemico certo e stolido con un'entità più sfuggente è una vittoria immediata e neppure cambiare con la violenza, come fu per l'altro "grande maligno" Saddam Hussein o per Gheddafi, genera esiti fausti. Basta riandare con la memoria agli anni dell'agonia dell'Urss, del collasso sovietico, dell'irruzione di personalità complesse e impreviste come Gorbacev ed Eltsin alla fine degli anni '80 e primi anni '90 per ricordare con quanta esitazione George Bush il Saggio, grande conoscitore di politica internazionale, accolse i cambiamenti repentini in Russia.
Un vecchio detto inglese avverte che spesso "il diavolo che conosci" è preferibile al "diavolo che non conosci" e ancora nulla di concreto può fare pensare che Rohani, un religioso in abiti clericali, stia ad Ahmadinejad come Gorbacev stava ai Brezhnev e agli Andropov. Né che sia portatore di una "perestrojka iraniana", dovendosi muovere sempre sotto lo sguardo arcigno e onnipotente del supremo leader e custode della rivoluzione integralista, l'irriducibile Ali Khamenei.
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