di PIETRO VERONESE
JOHANNESBURG - A vedere le cose da Sandton, lussuosa zona residenziale e commerciale a nord di Johannesburg, Nelson Mandela è già morto. Secondo grandi network come Cnn e Cbs, viene tenuto in vita artificialmente. Il presidente Zuma ha annullato il viaggio in Mozambico.
A Sandton Madiba, come tutti lo chiamano con affetto qui, è irrigidito in un monumento di dimensioni e stile nordcoreani, anche se offerto in segno d'amicizia dalla Svezia. Sorride da sei metri d'altezza in uniforme da ergastolano, in mezzo a un concentrato di boutique esclusive, di gioiellerie e negozi di hi-tech, insomma del più scintillante shopping mall che l'Africa si possa concedere.
Poco lontano, alle sue spalle, c'è il nuovo edificio della Borsa, costruito nel 2000; a un chilometro e mezzo di distanza in linea d'aria, ma dalla parte opposta, seminascosto in un grande avvallamento, l'agglomerato di baracche di Alexandra, uno dei più poveri della vastissima area metropolitana di Johannesburg. Non c'è forse luogo in tutto il Sudafrica che meglio illustri il patto sociale proposto dal ventennio di governo dell'African National Congress: si arricchisca chi può, all'ombra benedicente di un Mandela ridotto a un'icona ai cui piedi si combinano affari miliardari.
Il patto sociale oggi si sta sgretolando: si sono arricchiti in troppo pochi. A Sandton ci sono le concessionarie dell'Aston Martin e della MacLaren; ad Alexandra ci sono sempre le baracche. E Nelson Mandela, a 95 anni quasi compiuti, sta combattendo la sua ultima battaglia nel Mediclinic Heart Hospital di Pretoria, un ricovero che dura dall'8 giugno, con i bollettini che negli ultimi quattro giorni sono passati da "grave ma stabile" a "in condizioni critiche".
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È una miscela che impasta e fa lievitare lo scontento collettivo. Se ne annuncia una manifestazione plateale per dopodomani, quando Barack Obama sbarcherà in Sudafrica per una visita di Stato di tre giorni e sarà accolto da una marcia contro l'ambasciata americana a Pretoria, al grido di "NObama!". Il principale organizzatore è la potente confederazione sindacale Cosatu, oltre due milioni di iscritti, alleata del partito di governo; accanto alla Cosatu il Partito comunista, anch'esso alleato dell'African National Congress, con dei ministri nel gabinetto presieduto dal presidente Jacob Zuma.
Obama sarà dunque al tempo stesso ospite di Stato e bersaglio della protesta orchestrata da forze legate a doppio filo al governo. Un goffo tentativo di spostare la colpa delle promesse economiche non mantenute dall'inefficacia della politica governativa all'"imperialismo" dell'economia globalizzata.
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È questa coincidenza - il rinnovarsi di segnali allarmanti sull'umore profondo del Paese e l'ineluttabile allontanarsi di Mandela dalla vita - che può forse spiegare l'atteggiamento contraddittorio dei sudafricani."Lasciamolo andare", è giusto così, dicono in tanti; ma poi esprimono voti per il suo "pronto ristabilimento". "Guarisci, tata", scrivono in molti chiamandolo "papà" sui bigliettini che lasciano davanti all'ospedale o alla sua casa vuota di Johannesburg. Anche se è sempre più chiaro a tutti che la guarigione dai suoi malanni polmonari e dalle ricorrenti crisi respiratorie non ci sarà.
"Mi rattrista molto che non lo si voglia lasciare riposare", ha detto a Repubblica Mamphela Ramphele, in questi giorni la donna più in vista del Sudafrica, che fu la compagna di Steve Biko, martire della lotta anti-apartheid, e oggi a 65 anni, dopo una luminosa carriera accademica e alla Banca Mondiale, ha deciso di fondare un nuovo partito per combattere "la corruzione, il nepotismo e il clientelismo" di cui accusa l'African National Congress. "Ha dato al Paese tutto quello che poteva dare. Ci stiamo comportando come dei figli avidi, che non vogliono lasciar riposare il padre".
L'invito a "lasciar andare" Mandela è stato formulato, fin dall'indomani di questo suo ultimo ricovero, da un suo vecchio amico e compagno di lotta e di prigionia, Andrew Mlangeni, 86 anni. La sua intervista fece la prima pagina del Sunday Times sudafricano ed è stata poi più volte citata. La questione non è affatto banale, perché - come ha spiegato molto bene la giornalista della Bbc Pumza Fihlani - questa decisione morale è profondamente radicata nella cultura tradizionale. "Siyakukhulula tata", "ti lasciamo andare, padre", è la formula in lingua xhosa con la quale si sciolgono gli anziani ammalati dai loro vincoli terreni. Una specie di permesso di morire, una liberatoria con la quale i vivi assolvono il morente dai suoi residui obblighi. Una frase che nessuno osa ancora pronunciare per il vecchio, sofferente Madiba.
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Per questo l'arcivescovo emerito Desmond Tutu ha scritto di essere "preoccupato perché non ci stiamo preparando, come nazione, per quando accadrà l'inevitabile". Per questo ancora due giorni fa l'onnipotente ministro della Pianificazione Trevor Manuel si è sentito in dovere di rassicurare gli investitori internazionali e le Borse che "non c'è da preoccuparsi per quando Mandela non ci sarà più".
Il Sudafrica non appare ancora pronto a "lasciarlo andare". Anche se è un uomo di 95 anni, sfinito da una vita meravigliosa, difficile, enorme, che già da 15 anni è lontano da ogni impegno pubblico, fuori da tutto. Eppure il suo incantesimo è vivo; ed è come se i sudafricani temessero che, scomparso lui, svanisca anche l'incantesimo che contro ogni profezia di sventura ha tenuto il loro Paese unito e prospero fino ad oggi.
JOHANNESBURG - A vedere le cose da Sandton, lussuosa zona residenziale e commerciale a nord di Johannesburg, Nelson Mandela è già morto. Secondo grandi network come Cnn e Cbs, viene tenuto in vita artificialmente. Il presidente Zuma ha annullato il viaggio in Mozambico.
A Sandton Madiba, come tutti lo chiamano con affetto qui, è irrigidito in un monumento di dimensioni e stile nordcoreani, anche se offerto in segno d'amicizia dalla Svezia. Sorride da sei metri d'altezza in uniforme da ergastolano, in mezzo a un concentrato di boutique esclusive, di gioiellerie e negozi di hi-tech, insomma del più scintillante shopping mall che l'Africa si possa concedere.
Poco lontano, alle sue spalle, c'è il nuovo edificio della Borsa, costruito nel 2000; a un chilometro e mezzo di distanza in linea d'aria, ma dalla parte opposta, seminascosto in un grande avvallamento, l'agglomerato di baracche di Alexandra, uno dei più poveri della vastissima area metropolitana di Johannesburg. Non c'è forse luogo in tutto il Sudafrica che meglio illustri il patto sociale proposto dal ventennio di governo dell'African National Congress: si arricchisca chi può, all'ombra benedicente di un Mandela ridotto a un'icona ai cui piedi si combinano affari miliardari.
Il patto sociale oggi si sta sgretolando: si sono arricchiti in troppo pochi. A Sandton ci sono le concessionarie dell'Aston Martin e della MacLaren; ad Alexandra ci sono sempre le baracche. E Nelson Mandela, a 95 anni quasi compiuti, sta combattendo la sua ultima battaglia nel Mediclinic Heart Hospital di Pretoria, un ricovero che dura dall'8 giugno, con i bollettini che negli ultimi quattro giorni sono passati da "grave ma stabile" a "in condizioni critiche".
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È una miscela che impasta e fa lievitare lo scontento collettivo. Se ne annuncia una manifestazione plateale per dopodomani, quando Barack Obama sbarcherà in Sudafrica per una visita di Stato di tre giorni e sarà accolto da una marcia contro l'ambasciata americana a Pretoria, al grido di "NObama!". Il principale organizzatore è la potente confederazione sindacale Cosatu, oltre due milioni di iscritti, alleata del partito di governo; accanto alla Cosatu il Partito comunista, anch'esso alleato dell'African National Congress, con dei ministri nel gabinetto presieduto dal presidente Jacob Zuma.
Obama sarà dunque al tempo stesso ospite di Stato e bersaglio della protesta orchestrata da forze legate a doppio filo al governo. Un goffo tentativo di spostare la colpa delle promesse economiche non mantenute dall'inefficacia della politica governativa all'"imperialismo" dell'economia globalizzata.
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È questa coincidenza - il rinnovarsi di segnali allarmanti sull'umore profondo del Paese e l'ineluttabile allontanarsi di Mandela dalla vita - che può forse spiegare l'atteggiamento contraddittorio dei sudafricani."Lasciamolo andare", è giusto così, dicono in tanti; ma poi esprimono voti per il suo "pronto ristabilimento". "Guarisci, tata", scrivono in molti chiamandolo "papà" sui bigliettini che lasciano davanti all'ospedale o alla sua casa vuota di Johannesburg. Anche se è sempre più chiaro a tutti che la guarigione dai suoi malanni polmonari e dalle ricorrenti crisi respiratorie non ci sarà.
"Mi rattrista molto che non lo si voglia lasciare riposare", ha detto a Repubblica Mamphela Ramphele, in questi giorni la donna più in vista del Sudafrica, che fu la compagna di Steve Biko, martire della lotta anti-apartheid, e oggi a 65 anni, dopo una luminosa carriera accademica e alla Banca Mondiale, ha deciso di fondare un nuovo partito per combattere "la corruzione, il nepotismo e il clientelismo" di cui accusa l'African National Congress. "Ha dato al Paese tutto quello che poteva dare. Ci stiamo comportando come dei figli avidi, che non vogliono lasciar riposare il padre".
L'invito a "lasciar andare" Mandela è stato formulato, fin dall'indomani di questo suo ultimo ricovero, da un suo vecchio amico e compagno di lotta e di prigionia, Andrew Mlangeni, 86 anni. La sua intervista fece la prima pagina del Sunday Times sudafricano ed è stata poi più volte citata. La questione non è affatto banale, perché - come ha spiegato molto bene la giornalista della Bbc Pumza Fihlani - questa decisione morale è profondamente radicata nella cultura tradizionale. "Siyakukhulula tata", "ti lasciamo andare, padre", è la formula in lingua xhosa con la quale si sciolgono gli anziani ammalati dai loro vincoli terreni. Una specie di permesso di morire, una liberatoria con la quale i vivi assolvono il morente dai suoi residui obblighi. Una frase che nessuno osa ancora pronunciare per il vecchio, sofferente Madiba.
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Per questo l'arcivescovo emerito Desmond Tutu ha scritto di essere "preoccupato perché non ci stiamo preparando, come nazione, per quando accadrà l'inevitabile". Per questo ancora due giorni fa l'onnipotente ministro della Pianificazione Trevor Manuel si è sentito in dovere di rassicurare gli investitori internazionali e le Borse che "non c'è da preoccuparsi per quando Mandela non ci sarà più".
Il Sudafrica non appare ancora pronto a "lasciarlo andare". Anche se è un uomo di 95 anni, sfinito da una vita meravigliosa, difficile, enorme, che già da 15 anni è lontano da ogni impegno pubblico, fuori da tutto. Eppure il suo incantesimo è vivo; ed è come se i sudafricani temessero che, scomparso lui, svanisca anche l'incantesimo che contro ogni profezia di sventura ha tenuto il loro Paese unito e prospero fino ad oggi.