JOHANNESBURG - I vignettisti provano anche a scherzarci, ma non ci riescono molto bene. Disegnano famiglie in ansia che ascoltano l'altalena di notizie sulla salute di Nelson Mandela intorno alla radio, gli sguardi sempre più perplessi. I giornali se ne lavano le mani, e propongono ai lettori di farsene un'idea da sé, ripubblicando in fila le informazioni contraddittorie degli ultimi giorni. Un'alternanza diventata parossistica giovedì, quando la France Presse (poi smentita) ha scritto dello "stato vegetativo permanente" mentre la moglie Graça Machel, parlando a un evento di beneficenza, ha detto: "Madiba is fine", sta bene, anche se talora prova fastidio, qualche rara volta dolore.
VIDEO INEDITO "Ho vissuto la mia vita"
Agenzie di stampa e network televisivi, perennemente insoddisfatti degli avari comunicati della presidenza della Repubblica, cercano sempre la notizia in più. E qualche volta la trovano davvero, come quando l'americana Cbs rivelò (poi confermata) che l'ambulanza militare con a bordo Mandela, in corsa tra Johannesburg e Pretoria la notte dell'8 giugno, era rimasta per quaranta minuti in panne, tenendo il malato più famoso del mondo in sosta sulla corsia d'emergenza della M1.
Sarà domani un mese che Nelson Mandela, da tutti chiamato familiarmente Madiba, 95 anni il prossimo 18 luglio, è ricoverato al Mediclinic Heart Hospital di Pretoria. Il suo stato è lo stesso da quindici giorni: "critico, ma stabile". Significa che potrebbe morire, ma che tiene duro. "What a tough old man", che vecchio tosto, ha detto con enorme e trattenuto affetto il suo amico Denis Goldberg, classe 1933, un altro dei grandi della lotta anti-apartheid, che lo è andato a trovare lunedì. Goldberg ha descritto un Mandela intubato ma presente, che tentava senza riuscirci di parlare, e comunque capiva quello che ascoltava, interagiva: "È chiaramente un uomo molto malato, ma l'ho trovato molto meglio di quanto mi sarei immaginato stando alle illazioni che circolano".
Le notizie non bastano mai. I sudafricani vogliono sapere, il mondo vuole sapere. E tuttavia questo estenuante saliscendi di ultimissime intorno a un uomo che le voci dipingono sereno, presente, a momenti persino sorridente, ha una sua spiegazione. In primo luogo il passare del tempo. Lo "stato vegetativo permanente", ad esempio, era senz'altro un dato esagerato; ma era anche superato: divulgato giovedì, risaliva a una settimana prima. Cioè proprio alle ore in cui il presidente Jacob Zuma aveva annullato un viaggio all'estero e la figlia maggiore Makaziwe aveva dichiarato in tv che "tutto può accadere da un momento all'altro". Poi c'è stato un miglioramento, una ripresa. Lo stesso Denis Goldberg, indirettamente, spiega: "La moglie dice che non mi ha chiesto di andare prima perché [Mandela] non aveva una gran bella cera e non voleva che ne restassi impressionato. Vuol dire che il suo aspetto è migliorato".
E poi dipende da chi parla. Distinguiamo tre gruppi. Il primo è la presidenza, unica fonte ufficiale sullo stato di salute di Madiba. Non dimentichiamo che in qualità di ex primo cittadino Mandela è un "malato di Stato": anche se è ricoverato in una struttura privata, i medici che lo seguono appartengono alla Sanità militare. I comunicati emessi dagli Union Buildings sono lapidari, intermittenti, magari reticenti (come sulla questione dell'ambulanza, che era stata taciuta), ma finora non risulta che abbiano mai mentito. "Confidenzialità, intimità, dignità del paziente": questi i tre principi ai quali, ha detto il portavoce Mac Maharaj, altro ex di Robben Island, si ispira la comunicazione governativa.
Secondo gruppo, la famiglia. Qui le cose si complicano, perché le tre figlie viventi di Mandela, l'ex moglie Winnie Madikizela, i 17 nipoti (più una dozzina di pronipoti) sono avvinghiati in un garbuglio di lotte di denaro e di potere, rese ancora più acute dalla possibilità che Madiba venga a mancare presto. Ne hanno dato ampio spettacolo per l'intera settimana, sotto gli occhi allibiti della nazione, fino alla supplica dell'anziano arcivescovo Desmond Tutu: "please, please, please", fatela finita. La falsa notizia sullo "stato vegetativo permanente" era contenuta in una bozza di ricorso in giustizia presentato da quindici familiari contro il maggiore dei nipoti, Mandla, ed era volta a trasmettere al magistrato un senso di urgenza immediata.
Infine vengono gli amici di sempre, le persone il cui amore per Madiba è fuori discussione, temprato da vite meravigliose e difficili, da ideali passati vittoriosamente attraverso tutte le prove, da perseveranze eroiche nelle circostanze più estreme. I compagni di Robben Island, l'Alcatraz sudafricana dove Mandela fu rinchiuso per 18 dei 27 anni di prigionia. Quelli che sopravvivono, almeno. Il referente di costoro è la straordinaria terza moglie di Madiba, Graça Machel.
Per riassumere con un esempio, quando la presidenza ripete "condizioni critiche, ma stabili", qualcuno nella famiglia, o almeno per conto di alcuni familiari, dice: "potrebbe aggravarsi"; chi gli vuol bene, invece (citiamo ancora Denis Goldberg): "Non sta peggiorando... Spero. Spero". E noi, allora, a chi dobbiamo dare retta? Beh, anche noi siamo tra quelli che gli vogliono bene.
VIDEO INEDITO "Ho vissuto la mia vita"
Agenzie di stampa e network televisivi, perennemente insoddisfatti degli avari comunicati della presidenza della Repubblica, cercano sempre la notizia in più. E qualche volta la trovano davvero, come quando l'americana Cbs rivelò (poi confermata) che l'ambulanza militare con a bordo Mandela, in corsa tra Johannesburg e Pretoria la notte dell'8 giugno, era rimasta per quaranta minuti in panne, tenendo il malato più famoso del mondo in sosta sulla corsia d'emergenza della M1.
Sarà domani un mese che Nelson Mandela, da tutti chiamato familiarmente Madiba, 95 anni il prossimo 18 luglio, è ricoverato al Mediclinic Heart Hospital di Pretoria. Il suo stato è lo stesso da quindici giorni: "critico, ma stabile". Significa che potrebbe morire, ma che tiene duro. "What a tough old man", che vecchio tosto, ha detto con enorme e trattenuto affetto il suo amico Denis Goldberg, classe 1933, un altro dei grandi della lotta anti-apartheid, che lo è andato a trovare lunedì. Goldberg ha descritto un Mandela intubato ma presente, che tentava senza riuscirci di parlare, e comunque capiva quello che ascoltava, interagiva: "È chiaramente un uomo molto malato, ma l'ho trovato molto meglio di quanto mi sarei immaginato stando alle illazioni che circolano".
Le notizie non bastano mai. I sudafricani vogliono sapere, il mondo vuole sapere. E tuttavia questo estenuante saliscendi di ultimissime intorno a un uomo che le voci dipingono sereno, presente, a momenti persino sorridente, ha una sua spiegazione. In primo luogo il passare del tempo. Lo "stato vegetativo permanente", ad esempio, era senz'altro un dato esagerato; ma era anche superato: divulgato giovedì, risaliva a una settimana prima. Cioè proprio alle ore in cui il presidente Jacob Zuma aveva annullato un viaggio all'estero e la figlia maggiore Makaziwe aveva dichiarato in tv che "tutto può accadere da un momento all'altro". Poi c'è stato un miglioramento, una ripresa. Lo stesso Denis Goldberg, indirettamente, spiega: "La moglie dice che non mi ha chiesto di andare prima perché [Mandela] non aveva una gran bella cera e non voleva che ne restassi impressionato. Vuol dire che il suo aspetto è migliorato".
E poi dipende da chi parla. Distinguiamo tre gruppi. Il primo è la presidenza, unica fonte ufficiale sullo stato di salute di Madiba. Non dimentichiamo che in qualità di ex primo cittadino Mandela è un "malato di Stato": anche se è ricoverato in una struttura privata, i medici che lo seguono appartengono alla Sanità militare. I comunicati emessi dagli Union Buildings sono lapidari, intermittenti, magari reticenti (come sulla questione dell'ambulanza, che era stata taciuta), ma finora non risulta che abbiano mai mentito. "Confidenzialità, intimità, dignità del paziente": questi i tre principi ai quali, ha detto il portavoce Mac Maharaj, altro ex di Robben Island, si ispira la comunicazione governativa.
Secondo gruppo, la famiglia. Qui le cose si complicano, perché le tre figlie viventi di Mandela, l'ex moglie Winnie Madikizela, i 17 nipoti (più una dozzina di pronipoti) sono avvinghiati in un garbuglio di lotte di denaro e di potere, rese ancora più acute dalla possibilità che Madiba venga a mancare presto. Ne hanno dato ampio spettacolo per l'intera settimana, sotto gli occhi allibiti della nazione, fino alla supplica dell'anziano arcivescovo Desmond Tutu: "please, please, please", fatela finita. La falsa notizia sullo "stato vegetativo permanente" era contenuta in una bozza di ricorso in giustizia presentato da quindici familiari contro il maggiore dei nipoti, Mandla, ed era volta a trasmettere al magistrato un senso di urgenza immediata.
Infine vengono gli amici di sempre, le persone il cui amore per Madiba è fuori discussione, temprato da vite meravigliose e difficili, da ideali passati vittoriosamente attraverso tutte le prove, da perseveranze eroiche nelle circostanze più estreme. I compagni di Robben Island, l'Alcatraz sudafricana dove Mandela fu rinchiuso per 18 dei 27 anni di prigionia. Quelli che sopravvivono, almeno. Il referente di costoro è la straordinaria terza moglie di Madiba, Graça Machel.
Per riassumere con un esempio, quando la presidenza ripete "condizioni critiche, ma stabili", qualcuno nella famiglia, o almeno per conto di alcuni familiari, dice: "potrebbe aggravarsi"; chi gli vuol bene, invece (citiamo ancora Denis Goldberg): "Non sta peggiorando... Spero. Spero". E noi, allora, a chi dobbiamo dare retta? Beh, anche noi siamo tra quelli che gli vogliono bene.