Esteri

Israeliani e palestinesi tornano a parlarsi
dopo tre anni di stop del negoziato

Primi incontri informali a Washington. L'obiettivo degli americani è arrivare, entro nove mesi, a un faccia a faccia tra Nethanyahu e Abu Mazen
dall'inviato FRANCESCO MIMMO

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GERUSALEMME - Si riparte con un'agenda serrata. Israeliani e palestinesi sono pronti ad avviare un nuovo round di colloqui di pace, dopo tre anni di stop. Appuntamento domani negli uffici del Dipartimento di Stato Usa, a Washington, per fissare le tappe da seguire nei prossimi nove mesi. Ma già stasera le due delegazioni si incontreranno per un vertice informale a casa di John Kerry, segretario di Stato americano e regista dell'operazione. E' stato lui ad accendere i motori di questi nuovi colloqui e già oggi, presentando la nomina del nuovo inviato Usa per il Medio Oriente, Martin Indyk (ex ambasciatore americano in Israele), ha indicato l'obiettivo di questa difficile mediazione: "Un ragionevole compromesso".
 
CRONOLOGIA 20 anni di tentativi di pace

Le delegazioni israeliana e palestinese, guidate rispettivamente dal ministro della Giustizia Tzipi Livni, e dall'esperto negoziatore Saeb Erekat, sono partite ieri sera. Prima tappa per gli israeliani a New York, al Palazzo di vetro. Tzipi Livni ha informato il segretario generale Ban Ki Moon sulla difficile gestazione di questa nuova trattativa e soprattutto ha chiesto l'impegno delle Nazioni Unite ad evitare iniziative unilaterali di qualsiasi agenzia Onu a negoziato in corso (il riferimento è al riconoscimento dello Stato di Palestina come "osservatore", approvato a novembre).

Poi stasera a Washington ci si mette tutti intorno a un tavolo. Letteralmente: John Kerry offre a casa sua a Washington un "iftar", il pasto che le comunità islamiche consumano la sera durante il mese del Ramadan. Un incontro definito informale, che ufficialmente ha solo l'obiettivo di prendere contatto. Ma è già filtrato il desiderio di entrambe le delegazioni di stringere i tempi per fissare un'agenda. Gli Usa vogliono risultati tangibili entro nove mesi, per arrivare alla fine di questo primo ciclo a un incontro bilaterale tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen. Poi domani mattina il piatto forte, con la ripresa dei colloqui veri e propri e al termine della giornata una dichiarazione congiunta che sarà letta da Kerry.

A questa difficile ripartenza si è arrivati dopo il via libera del governo israeliano al rilascio di 104 prigionieri, in carcere da prima degli accordi di Oslo del '93. Una decisione arrivata sul filo di lana e che ha provocato un frattura nell'esecutivo di Bibi Netanyahu. Sette ministri su 22 hanno votato contro (più due astenuti) durante il consiglio dei ministri che si è tenuto ieri a Gerusalemme, accompagnato da un sit-in di protesta dei parenti delle vittime del terrorismo fuori dalla sede del governo. La destra radicale accusa il premier di aver fatto concessioni ai palestinesi, che consideravano il rilascio imprescindibile per riavviare i colloqui, senza aver ottenuto nulla in cambio (tantopiù che la stampa araba oggi riporta anche della decisione di congelare nuovi insediamenti durante il negoziato) e di aver ceduto sul rilascio di terroristi con le mani "sporche di sangue". Alla fine è passata una soluzione di compromesso: rilascio a tappe e seguendo le sorti del negoziato, lasciando per ultimi i casi più controversi, sui quali comunque il governo sarà chiamato nuovamente ad esprimersi collegialmente.

Restano dunque molte incognite. "Non è un segreto che il processo di pace sia difficile - ha spiegato stasera Kerry - se fosse stato facile, sarebbe già accaduto molto tempo fa. E non è un segreto che molte scelte difficili si presenteranno ai negoziatori su queste dure, complicate e simboliche vicende".