C'è una parola che è tornata più volte nella appassionata presentazione di John Kerry al Senato per chiedere l'OK alla Guerra di Barack: "deterrenza". L'attacco "limitato", che poi in 90 giorni possibili tanto limitato non è, deve servire da "deterrente" a chiunque, governo, esercito, gruppo terroristico fosse tentato dall'idea di usare la "atomica dei poveri", i gas letali capaci di fare migliaia di vittime con molta meno fatica e spese dei massacri a cannonate o raffiche. Come scoprirono i nazisti nella famigerata conferenza di Wannsee che decise l'impiego molto più pratico ed efficare del Zyklon B contro ebrei e oppositori.
Ma funzionerebbe davvero l'arma della "deterrenza", di fronte a regimi o gruppi allucinati dalla propria ideologia o dal terrore di essere rovesciati da ribelli?
Il principio della "deterrenza" è stato, per mezzo secolo, il pilastro sul quale si è retta la "non guerra" fra le potenze nucleari. Definito come "MAD", Mutual Assured Distruction, reciproca distruzione assicurata, postulava che nessuno dei potenziali belligeranti potesse mai vincere in uno scambio di ordigni nucleari, sparpagliati su aerei, nascosti nelle profondità degli oceani, appollaiati sul naso di missili balistici intercontinentali. Dunque, garantiva che né Urss, né Usa, né Cina avessero alcun interesse razionale a distruggere un nemico che aveva abbastanza strumenti, in terra, in mare e i cielo, per annientare te.
La deterrenza era quindi fondata sulla "ragione", sulla demenziale ma ferrea razionalità dell'equilibrio strategico e sulla impossibilità di una qualsiasi vittoria. Ma di che cosa dovrebbe avere paura un gruppo terroristico che entrasse in possesso di qualche bombola di Sarin, il liquido del quale bastano poche gocce anche attraverso gli abiti, per uccidere fra sofferenze inenarrabili? Se il suicidio, il martirio, è la più sublime delle aspirazioni mistiche, quali minacce potrebbero frenarlo?
Che cosa ha da perdere, oggi, Bashar al Assad, se continuerà a usare i gas contro una ribellione che gli riserverebbe sicuramente la fine di Gheddafi, di Ceaucescu, di Saddam Hussein, se mai riuscisse a mettergli le grinfie addosso?
La "deterrenza" funziona se chi progetta attacchi spera, o s'illude, di sopravvivere alle atrocità inflitte ad altri. Il tragico e ridicolo despota della Corea del Nord, Kim Jon Un, vive nella propria satrapia un'esistenza da nababbo e, se non ci arriva lui, certamente i suoi generali gli faranno garbatamente notare che qualsiasi lancio di missile a lunga gittata dal territorio nazionale sarebbe immediatamene rilevato dagli occhi nel cielo. E pochi minuti dopo l'eventuale consegna di una bomba su territori americani, giapponesi, sudcoreani, la Corea del Nord sparirebbe dalla faccia della Terra, polverizzata in un fungo colossale. Persino l'antiamericanismo aprioristico, che tanti seguaci ha nel mondo, non potrebbe obbiettare a una rappresaglia contro Pyongyang, se una bomba H nordcoreana centrasse Los Angeles. La stessa logica può essere applicata all'Iran, dove gli ayatollah sanno bene che cosa attenderebbe il loro Paese se osassero davvero "annientare" Israele, come Ahmadinejad predicava.
Far paura - "deter" - chi invece ha poco o nulla da rischiare è una minaccia vuota. Il cuore della "Dottrina Obama", colpiremo per dissuadere, rischia di essere un cuore che non pulsa, o almeno troppo vecchio. Costruito su una cultura dell'equilibrio di forze e sugli interessi di gruppi dirigenti troppo attaccati al proprio potere per giocarselo con un colpo di dadi atomici, il "Mad" è figlio di mondo che non esiste più. Parte da una premessa sbagliata, da un vizio di fondo: soltanto esseri razionali sono capaci di avere paura delle conseguenze delle propria azioni. E sulla razionalità dei despoti arabi all'angolo o delle sette di martiri assassini è lecito avere ampi dubbi.
Ma funzionerebbe davvero l'arma della "deterrenza", di fronte a regimi o gruppi allucinati dalla propria ideologia o dal terrore di essere rovesciati da ribelli?
Il principio della "deterrenza" è stato, per mezzo secolo, il pilastro sul quale si è retta la "non guerra" fra le potenze nucleari. Definito come "MAD", Mutual Assured Distruction, reciproca distruzione assicurata, postulava che nessuno dei potenziali belligeranti potesse mai vincere in uno scambio di ordigni nucleari, sparpagliati su aerei, nascosti nelle profondità degli oceani, appollaiati sul naso di missili balistici intercontinentali. Dunque, garantiva che né Urss, né Usa, né Cina avessero alcun interesse razionale a distruggere un nemico che aveva abbastanza strumenti, in terra, in mare e i cielo, per annientare te.
La deterrenza era quindi fondata sulla "ragione", sulla demenziale ma ferrea razionalità dell'equilibrio strategico e sulla impossibilità di una qualsiasi vittoria. Ma di che cosa dovrebbe avere paura un gruppo terroristico che entrasse in possesso di qualche bombola di Sarin, il liquido del quale bastano poche gocce anche attraverso gli abiti, per uccidere fra sofferenze inenarrabili? Se il suicidio, il martirio, è la più sublime delle aspirazioni mistiche, quali minacce potrebbero frenarlo?
Che cosa ha da perdere, oggi, Bashar al Assad, se continuerà a usare i gas contro una ribellione che gli riserverebbe sicuramente la fine di Gheddafi, di Ceaucescu, di Saddam Hussein, se mai riuscisse a mettergli le grinfie addosso?
La "deterrenza" funziona se chi progetta attacchi spera, o s'illude, di sopravvivere alle atrocità inflitte ad altri. Il tragico e ridicolo despota della Corea del Nord, Kim Jon Un, vive nella propria satrapia un'esistenza da nababbo e, se non ci arriva lui, certamente i suoi generali gli faranno garbatamente notare che qualsiasi lancio di missile a lunga gittata dal territorio nazionale sarebbe immediatamene rilevato dagli occhi nel cielo. E pochi minuti dopo l'eventuale consegna di una bomba su territori americani, giapponesi, sudcoreani, la Corea del Nord sparirebbe dalla faccia della Terra, polverizzata in un fungo colossale. Persino l'antiamericanismo aprioristico, che tanti seguaci ha nel mondo, non potrebbe obbiettare a una rappresaglia contro Pyongyang, se una bomba H nordcoreana centrasse Los Angeles. La stessa logica può essere applicata all'Iran, dove gli ayatollah sanno bene che cosa attenderebbe il loro Paese se osassero davvero "annientare" Israele, come Ahmadinejad predicava.
Far paura - "deter" - chi invece ha poco o nulla da rischiare è una minaccia vuota. Il cuore della "Dottrina Obama", colpiremo per dissuadere, rischia di essere un cuore che non pulsa, o almeno troppo vecchio. Costruito su una cultura dell'equilibrio di forze e sugli interessi di gruppi dirigenti troppo attaccati al proprio potere per giocarselo con un colpo di dadi atomici, il "Mad" è figlio di mondo che non esiste più. Parte da una premessa sbagliata, da un vizio di fondo: soltanto esseri razionali sono capaci di avere paura delle conseguenze delle propria azioni. E sulla razionalità dei despoti arabi all'angolo o delle sette di martiri assassini è lecito avere ampi dubbi.