Esteri

Quando le donne scelgono la guerra santa.
Le sorelle in armi del conflitto siriano

Prima dell'inizio della guerra erano insegnanti, studentesse, madri tra le mura domestiche. Adesso hanno deciso di impugnare i fucili. Spesso reclutate dai gruppi più integralisti tra i ribelli. Ma anche il regime addestra interi battaglioni al femminile per propaganda
di TIZIANO RUGI

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Se non fosse lo sguardo femminile a tradirle, con i volti nascosti da sciarpe scure, le tuniche strette da cinture imbottite di proiettili e i kalashnikov stretti in mano, nulla le distinguerebbe dagli altri mujahideen. Sono le donne guerriere siriane: interi battaglioni combattono accanto ai ribelli contro Assad in prima linea nelle zone più devastate dalla guerra civile, da Aleppo a Homs fino alle periferie di Damasco. Hanno scelto di abbracciare corano e fucile per aiutare gli insorti al fronte, dove a morire sono i loro figli e mariti. Anche a costo di rafforzare i gruppi più integralisti tra i ribelli.

Alcune di loro hanno ricevuto un vero addestramento militare, i video diffusi dai ribelli le riprendono mentre smontano fucili con la sicurezza di un soldato esperto, altre svolgono un ruolo di supporto logistico dietro le linee: trasportano armi e medicinali, controllano i posti di blocco, cucinano per i soldati. "Sono almeno cinquemila le donne coinvolte nel conflitto", conferma Abdul- Rahman, fondatore dell' Osservatorio siriano per i diritti umani.

Jihad al femminile. "Abbiamo scelto la strada della violenza per necessità", racconta una di loro intervistata dalla televisione indipendente 'Syria Tomorrow'. Il primo battaglione femminile si è formato spontaneamente nella provincia di Homs come reazione al massacro di Houla, dove hanno perso la vita più di cento civili, quasi tutti donne e bambini. Ma gruppi di donne guerrigliere sono presenti ovunque si combatta nell'enorme territorio siriano. Lo scorso 10 marzo altre donne hanno annunciato su Facebook la nascita della brigata 'Summaya bin Khayyat', mentre le 'Sorelle di al-Walid' hanno scelto Youtube per minacciare non solo gli odiati alawiti di Assad, ma tutti gli infedeli, dagli ebrei ai comunisti.

Per essere ammesse alle brigate, devono essere credenti praticanti e non avere una reputazione 'macchiata'. Le donne del battaglione 'Nostra madre Aisha', quasi tutte ex insegnanti e studentesse, sostengono la nascita di un Califfato islamico. Tuttavia, i legami con i gruppi integralisti non sono così forti. Spesso la scelta delle bandiere nere della jihad è solo una mossa simbolica contro il regime e una strategia per ottenere armi e finanziamenti. Anche perché le donne incontrano molte difficoltà ad essere accettate dai ribelli più intransigenti.

In molti casi le donne sono costrette a subire gli abusi sessuali degli uomini al fronte. Un sistema di prostituzione al fronte, al confine con la schiavitù sessuale. Un militante che ha combattuto ad Aleppo ha raccontato al quotidiano tunisino Assarih di decine, forse centinaia, di giovani donne reclutate in Tunisia e Somalia, trasportate clandestinamente in Siria e qui obbligate a concedersi ai miliziani che combattono le truppe di Assad per onorare il "jihad ennikah", ovvero il "matrimonio con chi fa la guerra santa".

La guerra solitaria delle donne curde. Più a Nord altre donne, anche loro risucchiate loro malgrado dal conflitto. Sono le donne curde, e combattono una  guerra personale su numerosi fronti: insieme ai ribelli contro Assad, alle forze pro-regime contro gli islamisti, con le milizie separatiste contro tutti. "Un intero battaglione, chiamato del 'Martire Rokan', è composto solo da donne e opera nella provincia di Aleppo", conferma l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Ma anche all'interno dell'Unità di protezione del popolo curdo, legato al 'Partito dell'Unione democratica in Siria', circa un quinto sono donne. A loro non interessa tanto il destino della Siria, e sfruttano il caos della guerra civile per ottenere l'indipendenza.

Le 'leonesse di Assad'.
Il nome bellicoso nasconde la vera natura del gruppo paramilitare voluto da Assad in persona. Video ufficiali riprendono le leonesse mentre si esercitano con il fucile e si allenano a prove estreme di sopravvivenza nei campi militari, ma in realtà non si avvicinano mai al fronte e al massimo presidiano i posto di blocco nelle strade meno pericolose di Damasco. Una mossa di immagine per il regime, che vuole mostrare il volto laico, tollerante e liberale e ottenere così il consenso della popolazione minacciata dall'integralismo islamico: "E' un'investimento sull'orgoglio nazionale. L'obiettivo non è militare, deve solo risollevare gli animi", conferma un soldato di Assad alla Reuters.

Tanto che la militarizzazione della società sta diventando una moda: "Molte amiche sono entrate nel gruppo, sembra divertente... tutte le ragazze sembrano felici e l'ambiente è amichevole... magari troverò un marito...", scherza la 'leonessa' Nisreen, originaria di Homs, intervistata dalla Reuters. "Vendo molte magliette e pantaloni mimetici, spesso a donne", conferma il proprietario di una bancarella di Tartous, altra roccaforte del regime. Per il momento sono solo alcune centinaia, ma il fenomeno è in crescita, anche perché sono pagate circa 150 dollari a settimana, una cifra allettante in una nazione in guerra con l'economia a rischio di collasso.