Esteri

Iran, Zarif: "Nucleare, possibile intesa in sette giorni"

A Ginevra i colloqui sul contestato programma tra la delegazione di Teheran e i paesi del "5+1". Usa: "Proporremo alleggerimento delle sanzioni in cambio dello stop allo sviluppo del nucleare". Fabius: "Nucleare civile sì, bomba atomica no"

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GINEVRA - Il ministro degli esteri dell'Iran, Mohammad Javad Zarif, si trova a Ginevra dove oggi avranno inizio i colloqui con i Paesi del "5+1" (Stati Uniti, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, ovvero i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu, più la Germania) sul programma nucleare di Teheran. Dalla Svizzera, il capo della diplomazia iraniana si dice ottimista su un'intesa "entro una settimana", se i negoziatori "faranno del loro meglio". 

"Ma io posso solo parlare per la nostra parte, non per l'altra" precisa Zarif, consapevole che si tratterà in ogni caso di colloqui "molto difficili" perché, come scrive sul suo profilo Facebook, "siamo entrati in una fase dettagliata che è ancora più difficile".

Non sarà Zarif a guidare la delegazione iraniana, ma il suo vice Abbas Araghchi. A Ginevra, il ministro in mattinata ha avuto una colazione di lavoro con il capo della diplomazia Ue Catherine Ashton, incontro giudicato positivamente dal portavoce dell'Alto rappresentante della politica estera dell'Unione europea. A seguire, Zarif parteciperà a un vertice con l'inviato dell'Onu e della Lega Araba per la pace in Siria, Lakhdar Brahimi.

Cauto ottimismo anche da parte americana. Un funzionario dell'Amministrazione Usa ha spiegato ai giornalisti a Ginevra che la Casa Bianca ritiene che ora Teheran voglia realmente e presto un accordo: "Per la prima volta crediamo che l'Iran sia pronto ad andare avanti velocemente (nella direzione di un accordo, ndr). Per la prima volta, non pensiamo che vogliano usarli (i colloqui, ndr) solo per prendere tempo".

Diversamente da Zarif, la fonte Usa non si è espressa sulla tempistica di un eventuale accordo, ma ritiene che vi sia "il potenziale per fare un primo passo. Può essere scritto su un pezzo di carta o forse più di uno. Spero che questo avvenga al più presto". Il "primo passo" di cui parla il funzionario americano, punta a "fermare lo sviluppo del programma nucleare dell'Iran". Per arrivare a questo obiettivo, gli Usa stanno "preparando un alleggerimento limitato, mirato e reversibile delle sanzioni, che sono state fondamentali per portare l'Iran al tavolo".

 "Non si tratta di toccare il nocciolo dell'architettura del regime di sanzioni all'Iran in questa prima fase, ma sarebbe un primo passo negoziale importante" aggiunge la fonte Usa, secondo la quale un simile accordo servirebbe ad avere "maggiore tempo" per arrivare a una "soluzione globale della questione".

Il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, parla ancora più chiaramente: "L'Iran deve fare delle concessioni sul suo controverso programma nucleare. Il negoziato non avanzerà se Teheran non verrà incontro alle richieste della comunità internazionale. Non solo la Francia ma tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu e la comunità internazionale dicono: l'Iran può avere il diritto a utilizzare il nucleare civile, ma non la bomba atomica. Cercheremo di mettere queste parole in musica".

La questione. L'Iran ha sempre difeso la natura pacifica del suo programma nucleare, difendendo allo stesso tempo il diritto ad arricchire l'uranio. Gli Stati Uniti, invece, accusano Teheran di voler costruire una bomba atomica, che sconvolgerebbe i già fragilissimi equilibri geopolitici in Medio oriente. Anche l'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, nel suo ultimo rapporto di agosto ha scritto che il programma nucleare iraniano ha "dimensioni militari possibili".

Le sanzioni. Solo negli ultimi due anni, le sanzioni internazionali hanno costretto l'Iran a tagliare la produzione di greggio dai circa 2,2 milioni di barili al giorno nel 2011 a meno di 900mila barili lo scorso anno. Inoltre le sanzioni imposte sul settore bancario iraniano e sul cambio di valuta estera hanno anche impedito all'Iran di investire i ricavati della vendita del petrolio per il rilancio dell'economia interna, provocando svalutazione della moneta, inflazione, disoccupazione e recessione.