La campagna in rete è ripartita velocissima. Non c'è stato neanche bisogno di creare un nuovo hashtag: quello vecchio, #freealaa era già lì, popolarissimo. Perché Alaa Abdel Fatah, al secolo @alaa, non è un attivista qualunque e il suo arresto giovedì sera nella sua abitazione del Cairo da parte della polizia, non è solo una delle decine di fermi che da settimane si susseguono - quasi nel silenzio generale - in Egitto.
Alaa Abdel Fatah è il più noto attivista egiziano, IL volto della rivolta del 2011 almeno per quelli - e sono stati centinaia di migliaia - che da allora hanno seguito e cercato di capire quello che accadeva nel paese tramite la rete. Fra i fondatori del Movimento del 6 aprile, che per primo si oppose all'allora presidente Hosni Mubarak, fra gli animatori di Tahrir prima e delle proteste contro i militari dopo, Alaa è la voce del dissenso "laico" - per usare una parola che nel mondo arabo non è molto amata - egiziano. Non a caso, delle prigioni del suo paese è una sorta di frequentatore abituale: arrestato sotto Mubarak prima, dai militari del governo provvisorio poi - rimase in prigione per due mesi, perdendosi la nascita del figlio, Khalid - questa volta è finito in carcere per ordine del governo con l'accusa di incitamento alla rivolta contro la nuova legge sulle dimostrazioni di piazza e contro i tribunali militari.
Giovedì sera i poliziotti si sono presentati a casa sua di sera, poche ore prima che lo stesso Alaa - come aveva annunciato in un post sulla sua pagina Facebook, in un tweet inviato ai suoi 500mila followers e in un telegramma alle autorità - andasse a costituirsi. "Un'accusa che non smentisco e un onore che non rivendico" era il titolo del post, in cui ribadiva la legittimità delle proteste contro il governo di cui era accusato e nello stesso tempo sottolineava di non volersi sottrarre alla richiesta di spiegazioni.
Non è bastato: la polizia ha bussato alla porta, malmenato l'attivista e la moglie - Manal Hassan, alias @manal, anche lei nota dissidente - sequestrato i computer e i cellulari dei due e portato via l'uomo: solo poche ore fa alla famiglia è stato consentito di vederlo e conoscere con precisione le accuse che gli sono state rivolte e che poterebbero tenerlo in carcere per settimane.
Fermando Alaa il governo voleva fermare una voce scomoda, ascoltata in tutto il mondo. C'è riuscito, ma solo parzialmente, come dimostra la mobilitazione sul web e l'attenzione con cui la stampa mondiale sta seguendo il suo caso.
È una storia simbolica quella di Alaa Abdel Fatah, da un paese che a tre anni da un cambiamento epocale come quello della Primavera araba, fatica a trovare la sua strada: gli attivisti "laici" che pure avevano plaudito al golpe dell'esercito dell'estate scorsa pur di liberarsi dei Fratelli musulmani, oggi sono in un angolo, stretti nella morsa di un potere che giorno dopo giorno mostra il suo volto più autoritario. Le manifestazioni di protesta dei filo-islamici, che si sentono deprivati di un potere legittimo, vanno avanti settimana dopo settimana. E la reazione dei militari è sempre più dura, come dimostrano solo nell'ultima settimana l'arresto di Alaa, il misterioso sequestro notturno di sua sorella Mona Seif e di altre due attiviste e la condanna - poi revocata - a 11 anni di carcere per 15 ragazzine fra i 15 e i 22 sorprese a distribuire volantini pro-Morsi nelle strade di Alessandria.
"L'unica stabilità che conosciamo in Egitto - ha scritto il giornalista Sharif Kouddous - è che ogni governante che si sussegue non manca di arrestare @alaa". Istantanea amara da un paese in cerca della sua anima.
Alaa Abdel Fatah è il più noto attivista egiziano, IL volto della rivolta del 2011 almeno per quelli - e sono stati centinaia di migliaia - che da allora hanno seguito e cercato di capire quello che accadeva nel paese tramite la rete. Fra i fondatori del Movimento del 6 aprile, che per primo si oppose all'allora presidente Hosni Mubarak, fra gli animatori di Tahrir prima e delle proteste contro i militari dopo, Alaa è la voce del dissenso "laico" - per usare una parola che nel mondo arabo non è molto amata - egiziano. Non a caso, delle prigioni del suo paese è una sorta di frequentatore abituale: arrestato sotto Mubarak prima, dai militari del governo provvisorio poi - rimase in prigione per due mesi, perdendosi la nascita del figlio, Khalid - questa volta è finito in carcere per ordine del governo con l'accusa di incitamento alla rivolta contro la nuova legge sulle dimostrazioni di piazza e contro i tribunali militari.
Giovedì sera i poliziotti si sono presentati a casa sua di sera, poche ore prima che lo stesso Alaa - come aveva annunciato in un post sulla sua pagina Facebook, in un tweet inviato ai suoi 500mila followers e in un telegramma alle autorità - andasse a costituirsi. "Un'accusa che non smentisco e un onore che non rivendico" era il titolo del post, in cui ribadiva la legittimità delle proteste contro il governo di cui era accusato e nello stesso tempo sottolineava di non volersi sottrarre alla richiesta di spiegazioni.
Non è bastato: la polizia ha bussato alla porta, malmenato l'attivista e la moglie - Manal Hassan, alias @manal, anche lei nota dissidente - sequestrato i computer e i cellulari dei due e portato via l'uomo: solo poche ore fa alla famiglia è stato consentito di vederlo e conoscere con precisione le accuse che gli sono state rivolte e che poterebbero tenerlo in carcere per settimane.
Fermando Alaa il governo voleva fermare una voce scomoda, ascoltata in tutto il mondo. C'è riuscito, ma solo parzialmente, come dimostra la mobilitazione sul web e l'attenzione con cui la stampa mondiale sta seguendo il suo caso.
È una storia simbolica quella di Alaa Abdel Fatah, da un paese che a tre anni da un cambiamento epocale come quello della Primavera araba, fatica a trovare la sua strada: gli attivisti "laici" che pure avevano plaudito al golpe dell'esercito dell'estate scorsa pur di liberarsi dei Fratelli musulmani, oggi sono in un angolo, stretti nella morsa di un potere che giorno dopo giorno mostra il suo volto più autoritario. Le manifestazioni di protesta dei filo-islamici, che si sentono deprivati di un potere legittimo, vanno avanti settimana dopo settimana. E la reazione dei militari è sempre più dura, come dimostrano solo nell'ultima settimana l'arresto di Alaa, il misterioso sequestro notturno di sua sorella Mona Seif e di altre due attiviste e la condanna - poi revocata - a 11 anni di carcere per 15 ragazzine fra i 15 e i 22 sorprese a distribuire volantini pro-Morsi nelle strade di Alessandria.
"L'unica stabilità che conosciamo in Egitto - ha scritto il giornalista Sharif Kouddous - è che ogni governante che si sussegue non manca di arrestare @alaa". Istantanea amara da un paese in cerca della sua anima.