Esteri

Sud Sudan, via all'evacuazione degli italiani. Prove di dialogo tra Kiir e Machar

Dopo i violenti scontri dei giorni scorsi la Farnesina ha comunicato che è gia in corso lo sgombero dei nostri connazionali. Trasferiti anche i dipendenti delle ambasciate americana e britannica. Mentre i due rivali cercano contatti chiarificatori

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JUBA - Sale la tensione diplomatica in Sud Sudan. Il governo italiano sta provvedendo all'evacuazione dei nostri connazionali dal Paese scosso da violenti scontri tribali. Sarebbero infatti presenti molti operatori umanitari, accorsi nella regione per aiutare nella gestione della crisi e per prestare soccorso alle popolazioni sfollate. A confermarlo è lo stesso ministro degli Esteri, Emma Bonino, nel corso di un'audizione parlamentare. Iniziativa intrapresa, in queste stesse ore, anche dal governo statunitense e da quello britannico. Il Dipartimento di Stato americano ha comunicato che 120 dipendenti dell'ambasciata e altri cittadini Usa sono stati trasferiti nel vicino Kenya; rimarrà un piccolo contingente dell'esercito per garantire la sicurezza di chi è rimasto. Mentre il Foreign Office inglese ha reso nota la decisione di ritirare parte del personale dell'ambasciata a causa delle violenze; anche se l'ambasciata britannica nella capitale Juba, per il momento, rimarrà aperta.

Nel frattempo, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir ha annunciato di volere "parlare" con il suo rivale, l'ex vicepresidente Riek Machar, accusato dallo stesso Kiir di aver ispirato un tentativo di colpo di Stato nel Paese. Machar, però, continua a negare tali accuse: "Non c'è stato alcun golpe - ha detto in un'intervista al sito indipendente Sudan tribune - quello che è avvenuto è stato un malinteso tra membri della guardia presidenziale, all'interno di una sua unità. Non ho alcun legame né alcuna conoscenza di nessun colpo di Stato". Anche se parallelamente lo stesso Machar, su cui pende un mandato di cattura, rilancia le accuse nei confronti dell'attuale guida del Paese: "Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir - ha ribadito - non è più un presidente legale. Non lo vogliamo più". Secondo Machar, infatti, Kiir ha più volte violato la Costituzione. Una rivalità, la loro, che ha radici lontane, negli anni della guerra civile, all'interno della rivolta per l'indipendenza del sud del Sudan dal regime di Khartoum. Anche se, ora, sembrano aprirsi i primi spiragli di un difficile accordo tra le due fazioni in lotta per il potere.

L'ex vice di Kiir, ancora formalmente vicepresidente del movimento per la liberazione popolare del Sudan (splm), continua quindi a dichiararsi in aperto contrasto con la presidenza pur restando all'interno del partito di governo. "Quello che volevamo - sottolinea - era trasformare in modo democratico il partito. Ma Salva Kiir ha voluto usare il presunto golpe per sbarazzarsi di noi e controllare governo e partito". Machar è attualmente ricercato dalle autorità del Sud Sudan insieme ad altri quattro uomini politici. Secondo diverse fonti, l'ex vicepresidente si troverebbe ancora a Juba, sebbene il governo abbia detto che è "in fuga". Ieri le autorità hanno annunciato l'arresto di 10 alte personalità, tra cui otto ex ministri di governo, rimossi lo scorso luglio dal loro incarico assieme allo stesso Machar.

Nel Paese, intanto, si estende il conflitto. Gli scontri tra le diverse fazioni dell'esercito si sono infatte diffuse dalla capitale allo Stato rurale di Jonglei. Il portavoce dell'esercito regolare, Philip Aguer, ha dichiarato ad Associated Press che ci sono stati combattimenti nella notte tra i soldati. Almeno 19 i morti durante gli scontri di oggi. Il portavoce ha aggiunto che sta cercando di confermare notizie di diserzioni dall'esercito. Attacchi si sono registrati anche a Torit, capitale dell'Eastern Equatoria. Kiir è tornato a invocare la fine delle violenze e il ritorno degli sfollati alle proprie abitazioni, assicurando che i responsabili delle uccisioni verranno portati di fronte alla giustizia. Ma a Juba, finora, almeno 20.000 persone si sono rifugiate in due complessi dell'Unmiss, la Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, in cerca di riparo.

Per questo i membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu si sono dichiarati "profondamente preoccupati" per i combattimenti in corso, che hanno già provocato centinaia di morti, ed esortano tutte le parti a "cessare immediatamente le ostilità". Il segretario generale, Ban Ki-Moon, parla di un "rischio di propagazione della violenza alle altre zone del Paese" mentre i 'quindici', in una dichiarazione adottata all'unanimità, sottolineano l'importanza vitale di proteggere tutti i civili, indipendentemente dalle loro etnie, e di rispettare i diritti umani. Inoltre, chiedono al governo di Kiir di impegnarsi ad avviare al più presto un dialogo con i suoi avversari per risolvere in modo pacifico le loro divergenze.