Sud Sudan, mille morti. Esercito pronto a riconquistare Bor
Fonti dell'Onu: oltre 100 mila rifugiati. Il presidente Kiir annuncia l'attacco alla città controllata dai ribelli ma apre qualche spiraglio al dialogo con il rivale
JUBA - Sarebbero più di mille i morti nel Sudan del Sud al termine della prima settimana di scontri tra i ribelli, guidati dall'ex vice presidente Riek Machar, e l'esercito regolare, agli ordini del presidente Salva Kiir. Lo riferisce Toby Lanzer, coordinatore umanitario dell'Onu. Secondo le Nazioni Unite inoltre sarebbero più di centomila i rifugiati all'interno del paese.
Gli scontri non sembrano prossimi a una conclusione. Il presidente Kiir ha infatti annunciato che l'esercito regolare marcerà verso la città di Bor, occupata dai ribelli lo scorso 19 dicembre. Bor è uno dei centri urbani principali del paese, strategica per il controllo delle risorse petrolifere del paese. Nella città sarebbero ancora bloccati tremila cittadini stranieri.
Il presidente Kiir ha dichiarato anche di poter scendere a patti con il rivale: "Sono pronto ad aprire le trattative ma Machar deve venire al tavolo negoziale senza precondizioni". "Rilasci i …
Gli scontri non sembrano prossimi a una conclusione. Il presidente Kiir ha infatti annunciato che l'esercito regolare marcerà verso la città di Bor, occupata dai ribelli lo scorso 19 dicembre. Bor è uno dei centri urbani principali del paese, strategica per il controllo delle risorse petrolifere del paese. Nella città sarebbero ancora bloccati tremila cittadini stranieri.
Il presidente Kiir ha dichiarato anche di poter scendere a patti con il rivale: "Sono pronto ad aprire le trattative ma Machar deve venire al tavolo negoziale senza precondizioni". "Rilasci i …
JUBA - Sarebbero più di mille i morti nel Sudan del Sud al termine della prima settimana di scontri tra i ribelli, guidati dall'ex vice presidente Riek Machar, e l'esercito regolare, agli ordini del presidente Salva Kiir. Lo riferisce Toby Lanzer, coordinatore umanitario dell'Onu. Secondo le Nazioni Unite inoltre sarebbero più di centomila i rifugiati all'interno del paese.
Gli scontri non sembrano prossimi a una conclusione. Il presidente Kiir ha infatti annunciato che l'esercito regolare marcerà verso la città di Bor, occupata dai ribelli lo scorso 19 dicembre. Bor è uno dei centri urbani principali del paese, strategica per il controllo delle risorse petrolifere del paese. Nella città sarebbero ancora bloccati tremila cittadini stranieri.
Il presidente Kiir ha dichiarato anche di poter scendere a patti con il rivale: "Sono pronto ad aprire le trattative ma Machar deve venire al tavolo negoziale senza precondizioni". "Rilasci i miei uomini e saremo disposti a dialogare" ha però ribattuto Machar.
Anche la diplomazia occidentale si sta dando da fare per l'apertura di un tavolo delle trattative. L'ambasciatore statunitense Donald Booth, inviato speciale nel Sudan del Sud, è arrivato nella capitale Juba con il compito di favorire il dialogo tra le fazioni rivali. "Se necessario prenderemo nuove misure per risolvere la crisi", annuncia il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che nei giorni scorsi ha rinforzato il contingente militare nel paese africano. Anche l'Onu ha promesso il dispiegamento di caschi blu per evitare l'aggravarsi della guerra civile.
All'origine degli scontri ci sono anche motivi etnici: Kiir e Machar appartengono infatti a due tribù rivali, i Dinka e i Nuer. Le violenze si sono però accese il 15 dicembre quando il presidente Kirr ha accusato Machar di un tentativo di colpo di Stato e lo ha costretto alla fuga.
Gli scontri non sembrano prossimi a una conclusione. Il presidente Kiir ha infatti annunciato che l'esercito regolare marcerà verso la città di Bor, occupata dai ribelli lo scorso 19 dicembre. Bor è uno dei centri urbani principali del paese, strategica per il controllo delle risorse petrolifere del paese. Nella città sarebbero ancora bloccati tremila cittadini stranieri.
Il presidente Kiir ha dichiarato anche di poter scendere a patti con il rivale: "Sono pronto ad aprire le trattative ma Machar deve venire al tavolo negoziale senza precondizioni". "Rilasci i miei uomini e saremo disposti a dialogare" ha però ribattuto Machar.
Anche la diplomazia occidentale si sta dando da fare per l'apertura di un tavolo delle trattative. L'ambasciatore statunitense Donald Booth, inviato speciale nel Sudan del Sud, è arrivato nella capitale Juba con il compito di favorire il dialogo tra le fazioni rivali. "Se necessario prenderemo nuove misure per risolvere la crisi", annuncia il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che nei giorni scorsi ha rinforzato il contingente militare nel paese africano. Anche l'Onu ha promesso il dispiegamento di caschi blu per evitare l'aggravarsi della guerra civile.
All'origine degli scontri ci sono anche motivi etnici: Kiir e Machar appartengono infatti a due tribù rivali, i Dinka e i Nuer. Le violenze si sono però accese il 15 dicembre quando il presidente Kirr ha accusato Machar di un tentativo di colpo di Stato e lo ha costretto alla fuga.