Esteri

"Israele va avanti con la Road Map, ho la forza per fare la pace"

6 minuti di lettura
Questa che segue è l'intervista che Ariel Sharon rilasciò a Repubblica nell'agosto del 2003, l'ultima a un quotidiano italiano prima della malattia che per anni lo ha mantenuto in coma. I temi affrontati nel 2003 riecheggiano praticamente molte delle questioni in piedi ancora oggi: innanzitutto l'eterno, altalenante negoziato con i palestinesi. Allora, nel 2003, era stata raggiunta una "hudna", una tregua che precedeva una road map che non riuscì a portare le due parti alla pace. Il secondo tema centrale già allora era il programma nucleare iraniano. Sharon indica l'Iran, e soprattutto un Iran con la bomba nucleare, come un nemico pericolosissimo per Israele e per tutta la regione del Medio Oriente.

dal nostro inviato VINCENZO NIGRO
TEL AVIV - "Se l'Autorità palestinese non si occuperà dei terroristi dovremo continuare a farlo noi, ma la mia volontà politica è una soltanto: andare avanti sul tracciato della road map. Abu Mazen? Mi chiedete se ha la forza per sconfiggere il terrorismo, ma io mi chiedo se questa generazione di leader palestinesi ha davvero la volontà di rischiare per fare la pace, di negoziare e rispettare accordi con Israele. Io ho questa forza, credo che il popolo di Israele abbia fiducia in me e possa seguirmi su un percorso di pace in cui, confermo, siamo pronti a fare concessioni dolorose. Ma una cosa deve essere chiara a tutto il mondo: il governo di Israele non rinuncerà in nessun momento a mettere al primo posto nelle sue scelte la sicurezza della sua gente" .
Ariel Sharon, lo spregiudicato comandante militare, il nemico giurato dei terroristi palestinesi che oggi è entrato anche nel mirino degli estremisti religiosi ebraici, è un uomo che continua ad avere due volti. Quello del militare e quello del capo politico. Ci riceve alle 15,30 di ieri, nel piccolo ufficio di Kaplan Street, all'interno dello stato maggiore delle forze armate israeliane. Sono giorni delicatissimi per la tregua fra Israele e i palestinesi.
Signor primo ministro, com' è andata la giornata?
"Stamattina abbiamo provato a catturare un importante capo terrorista: era circondato, non s' è arreso, siamo dovuti andare avanti".
Lei, primo ministro, verrà accusato di aver dato un altro colpo alla "hudna", alla tregua. Tanto che ci sono indiscrezioni sul fatto che Israele si prepari a congelare la stessa road map.
"Sbagliato, rimaniamo totalmente impegnati nella road map. Badi bene, la hudna è frutto di un accordo fra l'Autorità palestinese e i gruppi terroristi, e noi abbiamo accolto con soddisfazione la riduzione degli attacchi terroristici: quando però sappiamo che nuovi attacchi sono in preparazione, che nuovi capi terroristi lavorano per colpire i civili israeliani, noi agiamo. Visto che non lo fa l'Autorità palestinese".
Ma l'Anp non lo fa anche perché Abu Mazen è debole, non ha forza militare, e lamenta che Israele non gli stia offrendo nessuna apertura, nessun gesto di buona volontà come la liberazione dei prigionieri.
"Io non so se Abu Mazen abbia la forza di rispettare l'impegno a smantellare i gruppi terroristi. Ma devo dire che non so neppure se la dirigenza palestinese ha fatto fino in fondo la scelta di rinunciare al terrorismo per ottenere i suoi scopi politici...".

Intende lo stesso Abu Mazen?

"Voglio parlare della dirigenza palestinese".

Lei stesso ha ricordato che Abu Mazen ha ammesso chiaramente di sapere che Israele non può essere sconfitto col terrorismo.

"Ma allora perché la dirigenza palestinese che si è impegnata con la road map a bloccare i terroristi, a smantellare sistematicamente le loro organizzazioni non fa nulla? Io ripeto quello che Abu Mazen sa benissimo: nessun accordo politico può essere imposto continuando a tollerare il terrorismo. E al momento gli impegni presi non vengono ancora rispettati".

Con le vostre azioni e le vendette dei terroristi si rischia di far saltare una tregua che sta dando respiro innanzitutto al popolo israeliano.
"Io Ariel Sharon ho deciso di prendermi le mie responsabilità. Credo d' essere l'uomo politico che il popolo israeliano sia disposto a seguire anche nel momento di concessioni dolorose. Guardi qui, ho la Bibbia, legga questi nomi: il negoziato con i palestinesi ci porterà a rinunciare ai luoghi storici del popolo ebraico. Sa cosa mi ha detto il Papa quando lo incontrai per invitarlo in Israele nel Duemila? Mi ha parlato di questa terra, "Terra santa per tre religioni, Terra promessa per gli ebrei". Io ho accettato l'esistenza d' uno Stato palestinese, non militare, demilitarizzato. Uno Stato che nascerà dal negoziato. Ma la road map è un "perfomance based plan", un percorso basato sui risultati che passo dopo passo devono essere garantiti al 100 per 100. Ripeto: questa generazione di leader palestinesi sarà in grado di rispettare questo percorso? Hanno scelto davvero la via della pace?".

Lei continua ad attaccare Arafat, a dire che i palestinesi devono sbarazzarsene. Forse contribuisce a rafforzarlo presso il suo popolo.
"Arafat lavora contro la pace. Gli accordi prevedono che abbia solo un ruolo simbolico, e per noi israeliani non si sa di che simbolo possa trattarsi, qualcosa legato al terrore, al sangue versato... Un simbolo legato alle sofferenze stesse che le scelte terroriste di Arafat hanno imposto al suo stesso popolo. Un ruolo simbolico può essere tollerato, un ruolo operativo no. Molti leader europei continuano ad accreditare, ad alimentare il ruolo di Arafat, a fargli visita, a telefonargli. Tutto questo alimenta un equivoco...".

Silvio Berlusconi ha fatto come dice lei, non ha incontrato Arafat, ma l'Europa lo ha quasi sconfessato.
"Poco alla volta si capirà quale continua a essere il ruolo di Arafat: lui crede di poter continuare a giocare su due livelli, con politica e diplomazia da un lato e dall'altro lato con il terrorismo. Non è più possibile. Il tempo dei discorsi è finito, ora diamo retta solo ai fatti".

Torniamo ai vostri impegni: quando proseguirà lo smantellamento delle colonie? E quanti dei 200mila coloni dovranno abbandonare gli insediamenti alla fine del processo di pace?
"Presto riprenderà lo smantellamento degli insediamenti illegali. Nel Territori poi ci sono 250mila israeliani, di loro e della loro presenza si discuterà nella fase finale. La questione andrà discussa quando con la dirigenza palestinese avremo percorso con successo gli altri punti dell'accordo di pace. Appena possibile noi libereremo altri prigionieri palestinesi, libereremo le loro strade da altri posti di blocco, concederemo nuovi permessi di lavoro per migliorare le loro condizioni economiche. Abbiamo allargato la fascia di mare in cui è consentita la pesca, continueremo a rafforzare la nostra intesa in un quadro di sicurezza".

Parallelamente la costruzione del muro difensivo crea nuovi problemi ai palestinesi: un centro pacifista israeliano ha calcolato che saranno 200mila i cittadini che verranno danneggiati nell'economia e nelle loro relazioni. Lei poi è un generale, sa bene che ogni muro può essere aggirato: i palestinesi diventeranno uccelli o talpe pur di aggirarlo.
"No, la rete di difesa non sarà inutile: abbiamo deciso di costruirla per impedire l'ingresso di terroristi, per difendere i nostri villaggi, le nostre città. Vogliamo anche limitare un altro fenomeno, quello dell'immigrazione illegale: centinaia di palestinesi clandestinamente entrano in Israele dai Territori e si installano nelle aree abitate da arabi-israeliani. Dobbiamo bloccare questi ingressi: una minoranza assai piccola di questi arabi partecipa anche ad azioni terroristiche.. La rete non è un confine politico, è un mezzo per arginare il terrorismo".

Non pensa ai danni per i palestinesi, ai semplici contadini, alle famiglie divise?
"Sono nato in una fattoria agricola. I miei sono nati in una fattoria, e anche il padre di mio padre. Io so cosa significa la terra, il possesso della terra. Vogliamo limitare al massimo il danno per i cittadini palestinesi, e verranno risarciti per il possesso della terra. Detto questo, la barriera riduce la minaccia terrorista, e alla fine si capirà che questo invece che un ostacolo potrà diventare uno strumento per aiutare la pace".

Spostiamoci in Iraq: la vittoria degli alleati aveva dato maggiori speranze al cambiamento; le difficoltà degli americani nel gestire la pace sembrano il preludio a nuovo caos, soprattutto fra voi e i vostri vicini, come Siria ed Hezbollah.
"Continuo a credere che la guerra abbia liberato il mondo di una delle dittature più
sanguinarie e pericolose. La guerra era giusta. Bush ha mostrato coraggio nel fare questa scelta, e il mondo dovrebbe capire l'importanza fondamentale dell'esserci liberati di questa minaccia. Bisognerebbe ringraziare anche chi come il premier Berlusconi ha offerto sostegno a quell'operazione. Oggi gli Usa in Iraq hanno problemi, ma li risolveranno; c'è bisogno di tempo".

Siria ed Hezbollah hanno ripreso le attività ai vostri confini.
"Sì, e io parlerei anche di Iran: innanzitutto per precisare una cosa importante. Israele non ha nelle sue intenzioni un azione contro le installazioni nucleari iraniane. Noi crediamo che questa sia ormai una questione che coinvolge la sicurezza del mondo intero. Chiediamo alla comunità internazionale di aprire gli occhi: la situazione in Iran sta diventando pericolosissima, quel paese sta puntando rapidamente verso la bomba atomica. è una preoccupazione diretta per noi, ma credo ormai debba esserlo anche per la stessa Europa. Noi abbiamo le prove che l'Iran invia i suoi Guardiani della rivoluzione in Libano ad addestrare gli uomini di Hezbollah. Forniscono le armi, per esempio i missili capaci di colpire città come Haifa. Armi iraniane sono state fatte sbarcare negli aeroporti siriani, oppure arrivano nei porti siriani circumnavigando l'Africa da quando abbiamo intercettato la Karin A (una nave carica d' armi per i palestinesi bloccata da Israele nel Mar Rosso in rotta per il canale di Suez, ndr)".

Ma perché parla di pericolo globale?
"Perché il carattere stesso del regime iraniano lo porta ad applicare con la violenza le sue teorie. In Iran gli uomini della leadership continuano ad inneggiare alla distruzione di Israele, invitano a distruggere lo Stato ebraico. Cosa potrebbe essere un regime del genere con in più la bomba atomica? L'Europa è molto vicina all'Iran, ha grandi rapporti commerciali. L'Italia conosce benissimo la situazione: non si può più far finta di nulla. La minaccia iraniana è la più pericolosa in tutto il Medio Oriente, e forse anche al di là".

Il tempo dell'intervista è scaduto, l'uomo è già circondato dai suoi collaboratori e l'ufficio è piccolo. Fuori c'è Mofaz, il ministro della Difesa. Sharon risponde solo a poche battute finali sul rapporto con l'Italia ("vogliamo consolidare la nostra amicizia, con il governo e con tutto il paese") e si ferma a cercare le parole sulla richiesta di notizie sulla visita di Gianfranco Fini: "Non voglio entrare nelle questioni della politica italiana, ma il nostro desiderio è di rafforzare i nostri rapporti in ogni campo, in quello economico, commerciale, culturale, ma naturalmente politico. I leader italiani sono benvenuti nel nostro paese, e di questa visita si sta occupando il nostro ministero degli Esteri".