Gli hanno sparato davanti alla porta di casa: dieci proiettili per fermare una rivoluzione, quella della società civile siriana, quella dei giovani, dei laici e della gente comune, di cui nessuna delle altri parti in causa - il governo di Bashar al Assad o l'opposizione di stampo estremista guidata dall'Isis (Stato islamico dell'Iraq e dell'Oriente) e dal Fronte al Nusra - ha interesse che si parli. Raed Fares è un simbolo della Siria che non si arrende: 40 anni, negli ultimi due è diventato famoso in tutto il mondo anche se non ha quasi mai lasciato Kafranbel, la cittadina nel nord della Siria in cui vive.
Dalla primavera del 2011, insieme a un gruppo di ragazzi e ragazze organizzati intorno al suo Media center, ogni venerdì scende in piazza per chiedere libertà e giustizia per la Siria, ma lo fa in modo speciale: per attirare l'attenzione del mondo Raed e i suoi usano cartelloni e poster colorati, molto spesso scritti in inglese, dall'approccio satirico e spesso ricchi di riferimenti alla cultura occidentale, che sia quella hollywoodiana di Titanic o del Padrino oppure quella universale di Martin Luther King.
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Nelle piazze della cittadina sono andati, con gradissimo rischio, sia quando il governo le controllava ancora che quando ad occupare i vicoli e le strade sono arrivati i ribelli dell'Isis. "Obama ha bisogno di un terzo mandato per decidere cosa fare con la Siria: chissà se saremo vivi per allora", recita uno degli slogan. Un altro dice: "I have a Dream: lasciate che anche Kafranbel sia libera". Fra gli ultimi successi, un video che fa la parodia della rivoluzione e dell'atteggiamento del mondo nei suoi confronti usando un paragone con gli uomini delle caverne.
L'idea ha funzionato: la "rivoluzione creativa" di Kafranbel è finita sui giornali di tutto il mondo, dal New York Times a Foreign Policy passando per Al Jazeera, ed è riuscita a far capire quello che sta accadendo in Siria a persone che normalmente non si sarebbero interessate della questione.
Un successo che a Fares è costato un prezzo altissimo: martedì sera, mentre stava tornando a casa è stato colpito da dieci proiettili. Ora è ricoverato in condizioni stabili in uno degli ospedali della zona. L'attacco non è stato rivendicato, ma gli attivisti puntano il dito contro l'Isis, che da tempo aveva messo l'uomo nella sua lista nera e a più riprese lo ha arrestato, interrogato e minacciato. In particolare uno degli ultimi poster creati dall'uomo - che mostrava Bashar e l'Isis come mostri simili l'uno all'altro, ugualmente dannosi per la Siria - aveva fatto infuriare gli estremisti: così come il successo del tour di Fares, che insieme alla blogger Rawan Ghazzawi, era da poco rientrato dagli Stati Uniti dove aveva raccontato della rivoluzione civile siriana.
"Colpire Fares è un gesto altamente simbolico - spiega Donatella Della Ratta, esperta di Siria e fellow dell'università della Pennsylvania, autrice di un recente studio sulla fiction e la televisione nell'era degli Assad - dimostra che non è interesse di nessuno dei protagonisti della scena odierna (governo e ribelli armati) tenere viva la rivoluzione della gente comune, quella che non vuole califfati né dittature". Un tentativo che per ora è fallito: Fares è sopravvissuto e i suoi amici sperano che tornerà presto a inventare gli slogan caustici che hanno reso Kafranbel famosa nel mondo.
Dalla primavera del 2011, insieme a un gruppo di ragazzi e ragazze organizzati intorno al suo Media center, ogni venerdì scende in piazza per chiedere libertà e giustizia per la Siria, ma lo fa in modo speciale: per attirare l'attenzione del mondo Raed e i suoi usano cartelloni e poster colorati, molto spesso scritti in inglese, dall'approccio satirico e spesso ricchi di riferimenti alla cultura occidentale, che sia quella hollywoodiana di Titanic o del Padrino oppure quella universale di Martin Luther King.
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Nelle piazze della cittadina sono andati, con gradissimo rischio, sia quando il governo le controllava ancora che quando ad occupare i vicoli e le strade sono arrivati i ribelli dell'Isis. "Obama ha bisogno di un terzo mandato per decidere cosa fare con la Siria: chissà se saremo vivi per allora", recita uno degli slogan. Un altro dice: "I have a Dream: lasciate che anche Kafranbel sia libera". Fra gli ultimi successi, un video che fa la parodia della rivoluzione e dell'atteggiamento del mondo nei suoi confronti usando un paragone con gli uomini delle caverne.
L'idea ha funzionato: la "rivoluzione creativa" di Kafranbel è finita sui giornali di tutto il mondo, dal New York Times a Foreign Policy passando per Al Jazeera, ed è riuscita a far capire quello che sta accadendo in Siria a persone che normalmente non si sarebbero interessate della questione.
Un successo che a Fares è costato un prezzo altissimo: martedì sera, mentre stava tornando a casa è stato colpito da dieci proiettili. Ora è ricoverato in condizioni stabili in uno degli ospedali della zona. L'attacco non è stato rivendicato, ma gli attivisti puntano il dito contro l'Isis, che da tempo aveva messo l'uomo nella sua lista nera e a più riprese lo ha arrestato, interrogato e minacciato. In particolare uno degli ultimi poster creati dall'uomo - che mostrava Bashar e l'Isis come mostri simili l'uno all'altro, ugualmente dannosi per la Siria - aveva fatto infuriare gli estremisti: così come il successo del tour di Fares, che insieme alla blogger Rawan Ghazzawi, era da poco rientrato dagli Stati Uniti dove aveva raccontato della rivoluzione civile siriana.
"Colpire Fares è un gesto altamente simbolico - spiega Donatella Della Ratta, esperta di Siria e fellow dell'università della Pennsylvania, autrice di un recente studio sulla fiction e la televisione nell'era degli Assad - dimostra che non è interesse di nessuno dei protagonisti della scena odierna (governo e ribelli armati) tenere viva la rivoluzione della gente comune, quella che non vuole califfati né dittature". Un tentativo che per ora è fallito: Fares è sopravvissuto e i suoi amici sperano che tornerà presto a inventare gli slogan caustici che hanno reso Kafranbel famosa nel mondo.