Esteri

Ue a Svizzera: "Rispetti obblighi internazionali". E blocca negoziato elettricità

"Impossibile accettare la divisione tra la libera circolazione delle persone e quella dei capitali". Le conseguenze del risultato del referendum non si sono fatte attendere: cancellata la riunione prevista per il prossimo 17 febbraio

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BRUXELLES - Sale la temperatura tra Unione europea e Svizzera dopo il risultato del referendum sulle quote degli immigrati di domenica. Il presidente di turno greco del Consiglio Affari generali, Evangelos Venizelos, in rappresentanza dei ministri degli Esteri e delle politiche europee, ha ribadito che le 4 libertà fondamentali su cui si fonda il mercato unico non possono essere prese "à la carte", sono "indivisibili". E riferendosi esplicitamente più volte alla libera circolazione dei capitali, ha precisato che non si può volere quella e non volere la libera circolazione delle persone. Nessun ministro presente ha parlato di minaccia, ma il messaggio a Berna è chiarissimo.

I 28 paesi Ue dunque, pur rispettando l'esito del voto al referendum, si aspettano che la Svizzera "onori i propri obblighi derivanti dagli accordi stipulati con l'Unione europea nel quadro del diritto pubblico internazionale". ''Il mercato interno e i 4 pilastri - ha detto Venizelos - sono indivisibili ed è impossibile accettare una separazione fra la libera circolazione degli individui e quella dei capitali''. "Finora non abbiamo ricevuto nessuna richiesta da parte della Svizzera di rinegoziare accordi o di farlo decadere", ha aggiunto la presidenza greca dell'Ue. Come ha ricordato il commissario agli Affari interistituzionali Marcos Sefcovic, ''forse la Svizzera è proprio il Paese che ha maggiormente beneficiato della libera circolazione delle persone in Europa''.

Intanto il risultato del voto già porta le prime conseguenze: la Ue non prevede di proseguire il negoziato con la Svizzera sull'elettricità "alla luce della nuova situazione che si è venuta a creare" dopo il voto che è "una potenziale violazione" degli accordi. Lo ha detto la portavoce dell'esecutivo europeo Pia Ahrenkilde. 

La Commissione Ue ha comunicato alle autorità svizzere la cancellazione della riunione prevista per il prossimo 17 febbraio: ''Alla luce della situazione attuale non è previsto per il momento nessun negoziato tecnico'', ha detto la portavoce della Commissione, aggiungendo che il negoziato sull'elettricità con Berna ''è logicamente legato anche alle questioni istituzionali''. Bruxelles discute da anni con la Svizzera l'ingresso nel mercato unico dell'elettricità, che consentirebbe al paese elvetico di partecipare alla Borsa elettrica e di utilizzare le reti comunitarie. 

Negoziato partito nel 2007. Il negoziato tra Unione europea e Svizzera per un accordo sull'elettricità è cominciato nel 2007. Il suo scopo è quello di integrare la Confederazione nel mercato interno europeo dell'energia, assicurandosi che la Svizzera applicasse le regole europee in particolare per quanto riguarda il cosiddetto 'terzo pacchetto energia', che prevede tra l'altro la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Secondo fonti europee il negoziato ha fatto "significativi progressi" proprio nell'ultimo anno di trattativa e la Ue non considera "obsoleta" la prospettiva d'accordo, ritenuta "di interesse per entrambe le parti".

Preoccupazione internazionale
. Già ieri da più parti, dall'Italia alla Germania, era stata espressa preoccupazione per gli effetti della consultazione con cui la Svizzera stabilisce di mettere il tetto agli ingressi di lavoratori dell'Unione europea. A favore si è espresso il 50,3%, mentre contro il piano ha votato il 49,7%.

Le voci a favore. Ma c'è anche chi vorrebbe imitare l'esempio elvetico: il Partito del Progresso, una delle due formazioni che compongono il governo di destra della Norvegia, ha chiesto ufficialmente la tenuta di un referendum analogo a quello svizzero. Il portavoce per l'immigrazione della formazione populista guidata da Siv Jensen, Mazyar Keshvari, ha rivelato al giornale Vg di essere favorevole a una consultazione di questo tipo anche se, ha precisato, "il partito non ha ancora una posizione precisa sulle quote....ciò di cui sono sicuro però - ha aggiunto - è che una buona metà dei norvegesi è certamente favorevole a una restrizione dei flussi migratori". Cavallo di battaglia dei populisti norvegesi, la lotta all'immigrazione è stato uno dei temi più discussi delle ultime elezioni politiche che in autunno hanno scalzato i socialdemocratici di Jens Stoltenberg (al potere da quasi un decennio) per instaurare un governo di destra populista. La Norvegia non è membro Ue, ma è legata al resto del continente da accordi derivanti dalla sua appartenenza allo Spazio economico europeo e al trattato di Schengen: in questo senso l'eventuale tenuta di un referendum restrittivo sull'immigrazione non presenterebbe problemi concreti per il resto dell'Europa, ma darebbe un pessimo segnale alle altre formazioni che ieri hanno esultato per il risultato del voto svizzero. Uno squillo di tromba in seno al grande Nord scandinavo che a valanga potrebbe portare sulla stessa posizione anche altri paesi in cui l'insofferenza per le dimensioni del flusso migratorio sta raggiungendo livelli di guardia.
 
Simile la posizione dell'estrema destra austriaca, che invoca un referendum anti-immigrazione anche per l'Austria. "Sarebbe ragionevole fare un referendum come quello in Svizzera", ha detto Heinz-Christian Strache, capo del partito Fpoe in un'intervista sul tabloid Oesterreich. Preoccupato dell'esito della consultazione svizzera è invece il neoministro degli Esteri, Sebastian Kurz (Oevp, popolari), convinto che il referendum "sollevi problemi" e che per i 40.000 austriaci che lavorano in Svizzera "non è positivo". Il leader del Fpoe Strache si è detto convinto che il risultato in Austria sarebbe "simile" a quello che si è registrato in Svizzera. "Lo scopo - ha continuato - è evitare una immigrazione di massa dei cittadini extraeuropei". Chiedendo all'Ue di non sanzionare la Svizzera, Strache ha sostenuto che per i paesi europei sarebbe importante poter contare su dei "periodi di transazione", perché solo gli Stati "sanno se hanno capacità di accogliere immigrati nel mercato di lavoro oppure no".