Esteri

Turchia, approvata riforma della Giustizia. Il governo schiaccia i magistrati anti-corruzione

Dopo il bavaglio a internet, l'Aula dà il via libera al controllo degli organi giudiziari da parte del ministro della Giustizia. L'opposizione annuncia ricorso e accusa: vogliono insabbiare l'inchiesta sulla "tangentopoli turca" che coinvolge tanti uomini del premier Erdogan. Prima del voto, scontri tra deputati delle opposte fazioni

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ANKARA - Il Parlamento turco ha approvato oggi una controversa riforma della Giustizia che mira a rafforzare il controllo della magistratura da parte del governo. Lo riferisce la Cnn turca. Secondo l'opposizione, la legge mira a insabbiare le inchieste aperte per corruzione contro diverse personalità politiche. Il voto in Aula è stato preceduto da violenti tafferugli tra deputati della maggioranza e dei partiti d'opposizione.

Il disegno di legge era stato frenato su pressione di Ue e Usa. Il premier Recep Tayyip Erdogan aveva congelato gli articoli più contestati, sperando di trovare un'intesa con le opposizioni su un testo emendato. Ma ieri il suo partito Akp ha rotto gli indugi, ha ripresentato la riforma in Parlamento e forte dei numeri l'ha approvata a tappe forzate. L'opposizione ha annunciato immediato ricorso alla Corte costituzionale, prima che la normativa venga sottoposta alla firma del presidente Abdullah Gul.

L'opposizione denuncia che la nuova legge sottopone il Consiglio Supremo dei giudici e dei procuratori (Hsyk, il Csm turco) e l'Accademia della magistratura, e così il sistema giudiziario, all'autorità del ministro della Giustizia, in violazione del principio della separazione dei poteri in uno Stato di diritto.

Poco più di una settimana fa, la scena si era ripetuta quando il Parlamento aveva adottato un pacchetto di norme sostenuto dal partito di ispirazione islamica del premier Erdogan, per rafforzare il controllo statale su internet. Norme considerate liberticide da diverse ong, associazioni di giornalisti e dall'opposizione turca, che accusa il Erdogan di voler nascondere gli scandali di presunta corruzione che hanno investito ministri e figure vicine al potere, ponendo il bavaglio alla Rete, il medium in cui notizie e sospetti sulla cosiddetta "Tangentopoli turca" che sta investendo figure vicine al potere avevano trovato fino a quel momento spazi di diffusione piuttosto liberi.
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L'inchiesta riguarda casi di corruzione nel commercio e concessioni edilizie nelle aree urbane. In manette sono finiti, oltre a uomini d'affari e banchieri, anche i figli di due ministri: Baris Güler e Kaan Caglayan, rampolli rispettivamente del titolare degli Interni Muammer Güler e dell'Economia Zafer Caglayan. Prima che il suo esecutivo fosse travolto, nel mese di dicembre Erdogan ha operato un massiccio rimpasto, sostituendo 10 ministri, soprattutto i responsabili di Interni, Economia, Giustizia e il ministro per l'Europa, Egemen Bagis, fortemente impegnato nell'avvicinamento di Ankara alla Ue.

Nello scandalo è stato tirato in ballo anche il figlio premier, Bilal Erdogan, imprenditore. Voci di un coinvolgimento familiare accompagnate da piazze di nuovo in fermento per chiedere le dimissioni di Erdogan. La cui risposta è stata, come suo stile, il contrattacco: "Sono io l'obiettivo finale dell'indagine, ma chiunque vuole coinvolgermi rimarrà a mani vuote".

Più precisamente, Erdogan ha parlato di "complotto" finalizzato a "tentativo di colpo di Stato" ai suoi danni. Ne sarebbero responsabili il movimento "Fethullaci", o "Hizmet", il cui fondatore, il teologo Fethullah Gulen, è passato da alleato del premier a suo più agguerrito nemico, nonostante entrambi condividano posizioni islamiste moderate. Gulen, 72 anni, scrittore e filosofo, ex imam e predicatore, da anni in esilio volontario in Pennsylvania, insieme al suo gruppo avrebbe creato uno "Stato nello Stato" manipolando dall'interno magistratura e polizia, dove in effetti conta numerosi adepti.

Ed ecco, dopo il bavaglio dell'informazione, la riforma della Giustizia. Ciliegina sulla torta dell'offensiva scatenata da Erdogan contro il potere giudiziario e la polizia, oggetto di continue rimozioni. Dall'esplosione dello scandalo tangenti, che coinvolge decine di personalità vicine al partito islamico Akp di Erdogan, sono stati silurati più di tremila dirigenti e funzionari della pubblica sicurezza e almeno 120 magistrati, fra cui i titolari delle inchieste.

La "purga" più recente e impressionante, quella che a fine gennaio, in sole 24 ore, ha visto sollevati dai loro incarichi seicento funzionari di polizia di Ankara, Istanbul e Smirne e 96 giudici e procuratori. Provvedimenti scattati beffardamente proprio all'indomani della trasferta a Bruxelles durante la quale Erdogan aveva assicurato ai leader Ue il pieno rispetto del primato della legge, dell'indipendenza della giustizia, della separazione dei poteri.

Con l'approvazione della contestata riforma della giustizia, e un sistema giudiziario schiacciato sotto il tacco dell'esecutivo, tornano quindi a rischio le trattative per l'adesione della Turchia alla Ue. Con Erdogan che fin qui ha accusato la "disinformazione" di fomentare le tensioni con l'Unione. Mentre il capo dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha più volte rinnovato l'accusa: il premier è "pronto a tutto" pur di restare al potere e mettere a tacere i magistrati anti-corruzione.