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Tony Benn, l'Ingrao della sinistra inglese

Figlio di un nobile, rinunciò al titolo e al seggio alla camera dei Lord per rimanere ai Comuni. Non derogò mai dal suo radicalismo, ma non lasciò mai il partito laburista, neppure quando si trasformò in New Labour. Di se stesso diceva: "Ho commesso tutti gli errori che potevo. Ma mi vergognerei se per convenienza politica avessi espresso idee in cui non credevo"

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LONDRA - Tony Benn, scomparso ieri a 88 anni, era il grande vecchio del partito laburista e, se si può fare un paragone, l'Ingrao della sinistra britannica. Ha sempre cercato di spostarla su posizioni più radicali, in difesa dei più deboli, degli svantaggiati, degli oppressi, convinto assertore di un socialismo puro e duro; ed è sempre stato sconfitto. Deputato per cinquant'anni, più volte ministro negli anni Settanta nei governi laburisti di Harold Wilson e James Callaghan, fu emarginato dal Labour assai prima dell'ascesa di Tony Blair. Perse una battaglia per diventare vice leader del partito nel 1981. Fu sconfitto da Neil Kinnock nella corsa alla leadership nel 1988. E quando  Blair prese il comando dei laburisti nel 1994 era già completamente isolato, tanto da rinunciare al suo posto in Parlamento nel 2001, ritirandosi - come disse con una delle sue espressioni famose - per "occuparsi a tempo pieno di politica", cosa che nei corridoi di Westminster, fra trame e beghe per il potere, non gli era sempre stata possibile.

Le sue posizioni spinsero l'ala più estrema del Labour a una scissione, per fondare un partito socialdemocratico che ebbe scarsa fortuna alle urne, ma personalmente Benn preferì restare sempre con i laburisti, pur non condividendo la linea riformista che prima Kinnock e poi più intensamente Blair avevano adottato. I fatti non diedero ragione alle sue idee radicali: il "New" Labour di Blair, etichetta messa apposta per differenziarlo dal vecchio Labour del "tassa e spendi" e di "bandiera rossa", vinse tre elezioni consecutive. "Ho commesso tutti gli errori che potevo commettere", ammise Benn qualche anno fa in un'intervista con la Bbc. "Ma sbagliando s'impara. E mi vergognerei se, per convenienza politica, avessi espresso idee in cui non credevo".

Oggi tutti i leader politici esprimono cordoglio e ammirazione nei suoi confronti. "Un oratore magnifico", lo definisce il premier conservatore David Cameron. "Un genuino radicale, un attivista senza paura e una figura leggendaria nel partito laburista", dice di lui Blair, "anche quando eravamo in disaccordo, e lo siamo stati spesso, ho sempre avuto enorme rispetto per il suo acume, la sua passione e il suo impegno". Ed Miliband, l'attuale leader del Labour, ha raccontato di avergli fatto visita di recente in ospedale e di averlo trovato battagliero come sempre: "Ebbene, ragazzo", gli ha detto dal suo letto, "quando avrai più tempo torna a trovarmi e faremo una chiacchierata come si deve sulla politica".

Negli ultimi dieci anni si era battuto, da ex-deputato, contro la guerra in Iraq e contro le centrali nucleari. Era un ospite molto amato dai talk-show televisivi, per la sua arguzia, cultura e oratoria, oltre che per un aspetto caratteristico da padre nobile di una sinistra d'altri tempi: bello, alto e dinoccolato, elegante, con la pipa - magari spenta - sempre in mano o in bocca. In effetti era nobile davvero, figlio di un baronetto: avrebbe potuto sedere di diritto fino alla morte alla camera dei Lord. Ma rinunciò al titolo e al seggio, per restare alla camera dei Comuni, dove i suoi discorsi verranno ricordati come quelli di Churchill.