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(reuters)

Maxi stadio e nuovo boom, così Orbàn resta zar d'Ungheria

Il reportage. Domani otto milioni al voto. Ma il risultato è scontato. Vincerà il leader dell'ultradestra. Nessuno ha dubbi: "Ha governato bene, il pil è cresciuto, qui ha dato lavoro a tutti". L'opposizione sembra rassegnata
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FELCSUT - Tetto flessibile coperto d'inverno, tribune futuristiche, come per le arene dei mondiali in Germania o degli europei in Polonia. Il grande stadio sovrasta tutto, nella piccola Felcsùt dove nacque e crebbe lui, ex eroe del dissenso nella guerra fredda finita 25 anni fa, lui che per domani spera nella vittoria. Il cantiere dà lavoro a tutti, fa ombra persino alla Chiesa neoclassica, domina il piccolo centro tutto casette a tetti spioventi e villette di vecchi e nuovi ricchi. È nato qui Viktor Orbàn, il premier nazionalconservatore ungherese che adesso chiede (maggioranza dei due terzi o no, comunque vittoria data per certa) un secondo mandato. E la sua abile svolta - tecnocrazia dall'alto, porte aperte agli investimenti premium da Mercedes ad Audi, da Siemens a coreani e giapponesi - fa decollare l'economia, addio ai sogni autarchici. Cresce il pil, più 2,2 per cento previsto quest'anno, cala il disavanzo sotto il 3% del pil, sale il rating d…
FELCSUT - Tetto flessibile coperto d'inverno, tribune futuristiche, come per le arene dei mondiali in Germania o degli europei in Polonia. Il grande stadio sovrasta tutto, nella piccola Felcsùt dove nacque e crebbe lui, ex eroe del dissenso nella guerra fredda finita 25 anni fa, lui che per domani spera nella vittoria. Il cantiere dà lavoro a tutti, fa ombra persino alla Chiesa neoclassica, domina il piccolo centro tutto casette a tetti spioventi e villette di vecchi e nuovi ricchi. È nato qui Viktor Orbàn, il premier nazionalconservatore ungherese che adesso chiede (maggioranza dei due terzi o no, comunque vittoria data per certa) un secondo mandato. E la sua abile svolta - tecnocrazia dall'alto, porte aperte agli investimenti premium da Mercedes ad Audi, da Siemens a coreani e giapponesi - fa decollare l'economia, addio ai sogni autarchici. Cresce il pil, più 2,2 per cento previsto quest'anno, cala il disavanzo sotto il 3% del pil, sale il rating di Standard & Poor da negativo a stabile. Ha un'autostrada davanti, lo zar Viktor, e l'Europa del Partito popolare è il suo sponsor.

Tremilacinquecento posti, nello stadio dedicato alla leggenda del calcio mondiale Ferenc Puskas, in una cittadina di milleottocento abitanti dove alle 19 si spengono le ultime luci. "Ci lavorano tutti, come un tempo in una cattedrale", dicono gli operai. L'atmosfera è ottimismo misto a fredda distanza, nell'Ungheria dove domani otto milioni di elettori sceglieranno. Dopo una campagna elettorale low cost al massimo, e non solo: niente duello tra il premier e lo sfidante di sinistra Mesterhàzy, niente talk show tra leader dei partiti, nei media pubblici. Divieto di spot elettorali sui media privati, a meno che non applichino (perdendoci) le stesse tariffe a tutti. E ovunque i manifesti, il suo volto sorridente: "Viktor Orbàn, presidente del Consiglio". Nei sondaggi, la Fidesz (il partito di Orbàn) vola dal 45 al 52 per cento, la coalizione di sinistra creata troppo tardi è dal 20 al 25, i neonazi di Jobbik dal 15 al 20.

"Attenti, l'ottimismo è registrato da istituti seri, indipendenti", mi dice Ferenc Kumin, lo Alastair Campbell del premier, insomma lo spin doctor locale. "L'ottimismo della gente comune sul futuro è al livello massimo da otto anni, quello degli imprenditori al meglio storico da 14 anni pieni". Ha vinto il team dei tecnocrati globalisti, thatcheriani e nazionalpopolari insieme, nel confronto interno contro gli autarchici nella Fidesz dove lui decide tutto. Tecnocrati come Kumin, come Zoltàn Cséfalvay numero due al ministero dell'Economia e uomo-chiave nel rapporto coi tedeschi, o come Gergely Proehle, il germanofilo sottosegretario agli Esteri. Tagliare ogni costo, aprire agli investimenti, un déja-vu che a volte funziona. Lo respiri passeggiando, il clima cambiato: le coppiette che durante lo shopping ammirano l'ultimo modello Lexus, i volti non più incupiti nel mEtrò, la movida nel quartiere giovanile attorno all'antico ghetto. Volevano contrastarla, hanno cambiato idea. La povertà dura tocca almeno un terzo del paese, ma con i giovani senza lavoro ovunque da Atene a Parigi, indigna meno.

"Noi siamo conservatori moderni, patrioti ma europei, non euroscettici ma eurorealisti senza utopie di super Stato Ue, siamo la migliore garanzia contro gli ultrà di Jobbik", sottolinea Kumin. Ma la sfida Jobbik è seria, aggiunge. Proprio nella povera Ozd, nel nordest condannato dalla fine dell'industria pesante realsocialista, Orbàn ha tenuto uno dei comizi più combattivi: "Datemi altri 4 anni, abbiamo trasformato un paese in bancarotta in una nazione fiera e competitiva, una vecchia auto arrugginita in un bolide di formula uno". Messaggio chiaro anche sull'Europa, da Felcsùt a ogni angolo del paese: "Sì al mercato unico, ma in un'Europa di sovranità nazionali".

Voci critiche radicali replicano dure: "Vince costruendo un sistema di potere mafioso, basato su amicizie e alleanze tra famiglie, uno Stato mafioso nazionalista anche in economia, si arroga il diritto di rinazionalizzare e redistribuire agli amici degli amici", accusa Balint Magyar. "La piovra ungherese", è il titolo del suo libro che richiama tanto Saviano. Nel cartello delle opposizioni, cogli confessioni amare. "Niente dibattiti tv, tg quasi solo per il governo", "Orbàn come Berlusconi ha ucciso il centrodestra democratico", dicono l'uno dopo l'altra la bella Ildikò Lendvai, socialista (postcomunisti) e l'elegante Kàroly Herényi, ex Mdf (l'effimera Dc creata dal defunto Jozséf Antall, primo premier democratico). Sembrano una strana coppia: si divideranno un giorno, ma adesso, dice Herényi, "stiamo insieme per la democrazia".

Lo stadio gigante nel paesino natale, media pubblici, giustizia, banca centrale in mano al partito di governo. Ma anche gli enormi stabilimenti Mercedes e Audi a Kecskémet e Gyoer, con terreni grandi tre volte gli impianti già costruiti, prevedendo di ingrandirli. Ecco i due volti dell'Ungheria di Orbàn. Il secondo paga in immagine più del primo, suggerisce Agoston Mràz, massimo esperto demoscopico. "Facile", ribattono a Klubràdio, l'emittente libera. "Multano media indipendenti come il network Atv per dirette sulla campagna elettorale, ma solo per dirette sull'opposizione". "Lui vuole vincere e distribuire regali, ama la gratitudine, non discutere, qui dove ci sono bambini denutriti, non ama voci indipendenti", sussurra Gyorgy Konràd, il massimo scrittore nazionale, festeggiando un po' triste il suo compleanno.

Ma le cifre sono dalla parte del potere: reindustrializzazione, mi spiega il sottosegretario all'Economia Cséfalvay, è la nuova strategia di Orbàn. Dai popolari europei, appoggio al massimo livello. Una calorosa lettera di Helmut Kohl al "caro amico Viktor", un trionfale discorso del presidente del Ppe Joseph Daul. Solo i neonazi di Jobbik sembrano impensierire, confessano alte fonti governative, nell'Europa dove Marine Le Pen conquista elettori di sinistra. In casi estremi, Orbàn potrebbe tendere la mano agli oppositori democratici. Anche a responso semi scontato, elezioni in Europa con la crisi ucraina alle porte lasciano un po' di fiato sospeso.