Esteri

Vietnam, rivolta anticinese per il controllo del petrolio. Oltre 20 morti, cinesi in fuga dal Paese

Da giorni la folla assalta impianti industriali cinesi in varie regioni. Per errore irruzione in un'impresa di Taiwan: negli scontri almeno 5 uccisi. Si contesta l'utilizzo di piattaforme nei mari della Cina meridionale reclamati da Hanoi. Rischio di escalation in una crisi internazionale
di RAIMONDO BULTRINI

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Più di 20 persone sono state uccise e almeno cento ferite nel terzo giorno di assalti e proteste contro gli impianti industriali cinesi in diverse regioni del Vietnam. Gli incidenti scatenati dalla decisione di Pechino di riprendere i lavori ad una piattaforma petrolifera nei mari della Cina meridionale reclamati da Hanoi, hanno raggiunto il culmine ieri notte, quando folle di rivoltosi sono entrati (per errore?) in un grande centro siderurgico in costruzione nella provincia centrale di Ha Tinh, che non appartiene a imprese della Repubblica popolare ma a imprenditori di Taiwan. Negli scontri sarebbero morti 5 vietnamiti e almeno 16 persone considerate di etnia cinese, anche se la nazionalità potrebbe essere diversa, e oltre 100 sarebbero i feriti secondo fonti degli ospedali di Ha Tinh.

Nonostante quello che sembra un drammatico scambio di bersaglio, il messaggio è stato drammaticamente preciso, e migliaia di cittadini cinesi hanno lasciato e stanno lasciando il territorio del Vietnam da ogni confine possibile, soprattutto affollando gli aerei per la Cina e le frontiere di terra con la Cambogia. Se le rappresaglie continueranno senza l'intervento del governo  -  finora apparentemente condiscendente  -  potrebbe scatenarsi un incidente diplomatico di proporzioni ancora inimmaginabili, per le implicazioni internazionali di un caso che riguarda i diritti di sfruttamento delle risorse nei territori di mare reclamati da parecchi Paesi a sud della Cina. Senza contare che le aziende colpite dai dimostranti appartengono a diverse nazioni non direttamente coinvolte nella vertenza marittima, e che hanno formalmente chiesto protezione per i propri cittadini alle autorità di Hanoi.
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Grazie alla sua potenza economica nella regione e al controllo della sua marina, Pechino ha sempre rivendicato un vasto tratto di mare indicato nelle mappe degli antichi Imperi, i famosi "nove trattini" di sovranità lungo acque profonde di fatto molto più vicine alle nazioni del sud est che all'isola meridionale cinese di Hainan.

Non solo il Vietnam ritiene isolotti e acque vicine alle coste parte dell'arcipelago delle Paracel di sua appartenenza, ma anche le Filippine, che a loro volta contestano a Pechino la sua presenza nelle Spratly. Analoghe rivendicazioni vengono dalla Malesia, dal Brunei e più a est dal Giappone, tutti interessati a miriadi di atolli disabitati ma ricchi di gas e minerali.
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Pochi giorni fa un altro incidente senza vittime aveva fatto scattare il primo campanello d'allarme della possibile escalation di una tensione da tempo altissima in tutta regione. Per cacciare le motovedette vietnamite spedite a controllare i lavori cinesi ripresi all'inizio di maggio sulla piattaforma petrolifera di Haiyang Shi You 981, a circa 210 km  dalla costa del Vietnam, la marina della Repubblica popolare ha sparato cannoni ad acqua e speronato le imbarcazioni viet provocando il ferimento di parecchi marinai.

Poco dopo un portavoce cinese ha rivendicato l'azione e chiesto addirittura al governo vietnamita di tutelare i suoi interessi nelle Paracel che  -  ha detto  -  "sono territorio della Cina". E' stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e il motivo scatenante delle proteste popolari in parecchie città vietnamite, che erano state fino a ieri relativamente pacifiche, anche se martedi scorso nella provincia meridionale di Binh Duong durante un corteo di 20mila persone piccoli gruppi di manifestanti avevano assaltato alcune fabbriche, anche in questo caso non della Repubblica popolare ma di Singapore, della Corea del Sud e perfino giapponesi.

Per salvare i propri impianti, i dirigenti di una fabbrica taiwanese assaltata vicino a Ho Chi Minh City (Saigon) avevano perfino fatto scrivere davanti ai cancelli che l'azienda solidarizzava con la causa del Vietnam. Infatti Taiwan ha problemi anche più seri da risolvere nelle relazioni con la Cina, che reclama per intero l'isola attualmente autonoma da più di 60 anni.

All'indomani degli incidenti notturni di Ha Tinh che stanno generando il panico tra i numerosi etnici han residenti in Vietnam, ma in generale tra le popolazioni di aspetto cinese, la guerra delle acque territoriali rischia di degenerare a livelli mai raggiunti dal conflitto di confine del 1979 tra i due paesi. La pressione più forte è ora sul governo di Hanoi, che finora non ha mostrato ai cittadini in rivolta l'intenzione di volerli fermare, nonostante i rischi di serie ripercussioni diplomatiche e anche militari del grande vicino.

Gli Stati Uniti, che non hanno rapporti militari troppo buoni con il Vietnam per parecchi ovvii motivi di ideologie di regime e precedenti storici, assistono con grande preoccupazione all'escalation di violenze, nella speranza che l'esempio del Vietnam non venga seguito dalle Filippine alle quali deve formalmente assistenza militare. Infatti Manila, alleata degli Usa, è altrettanto preoccupata dell'espansionismo militare e commerciale cinese nelle Spratly, al punto che il presidente Aquino aveva chiesto aiuto alla comunità internazionale per difendere i territori dell'arcipelago minacciati da Pechino.