MOSCA - I cinque imputati per l'omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaia sono stati dichiarati colpevoli. Si tratta dei fratelli ceceni Rustam, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov, del loro zio Lom-Ali Gaitukayev e dell'ex dirigente della polizia moscovita Serghiei Khadzhikurbanov, tutti accusati a vario titolo di aver organizzato ed eseguito il delitto.
I cinque imputati, prima che la giuria si riunisse in camera di consiglio, avevano respinto ogni addebito.
Nel primo processo, iniziato a ottobre 2008 e terminato a febbraio 2009, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov erano stati assolti per insufficienza di prove assieme a Khadzhikurbanov, mentre Rustam era ancora latitante e Gaitukayev era stato sentito in qualità di teste.
Poi la Corte suprema aveva annullato la sentenza per gravi vizi procedurali e pochi mesi dopo, accogliendo un ricorso della famiglia Politkovskaia, aveva sospeso il processo bis appena iniziato, inviando gli atti alla procura per unificarli con l'inchiesta sul mandante (ancora sconosciuto) e sul presunto killer, Rustam Makhmudov, che nel frattempo era stato catturato in Cecenia.
In un processo stralcio, l'ex poliziotto Dmitri Pavliucenkov, pur collaborando con la giustizia, è stato condannato a 11 anni di carcere duro per aver pedinato la vittima, partecipato all'organizzazione del delitto e fornito l'arma al killer, in cambio di 150 mila dollari.
Il 14 novembre scorso il terzo processo, avviato a giugno 2013, era stato azzerato dopo il forfait improvviso di tre giudici popolari che aveva sollevato l'ombra di pressioni, e costretto il giudice a sciogliere la giuria, composta da 12 persone, nominandone una nuova.
Politkovskaia, una delle giornaliste più critiche con il potere, aveva denunciato la deriva autoritaria della politica di Vladimir Putin e abusi legati alla guerra in Cecenia.
Nei suoi articoli per Novaja Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaia aveva attaccato apertamente l'esercito ed il governo di Mosca per violazione dei diritti civili e dello Stato di diritto sia in Russia che in Cecenia.
Il 9 ottobre 2006, due giorni dopo l'omicidio, l'editore della Novaya Gazeta Dmitry Muratov aveva affermato che la giornalista stava per pubblicare un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramsan Kadyrov, che godeva dell'appoggio di Putin.
La sua morte, da molti considerata un omicidio commesso da un sicario a contratto, ha prodotto una grande mobilitazione in Russia e nel mondo, affinchè le circostanze dell'omicidio venissero al più presto chiarite. Oggi, dopo quasi otto anni, un primo velo si è squarciato.
I cinque imputati, prima che la giuria si riunisse in camera di consiglio, avevano respinto ogni addebito.
Nel primo processo, iniziato a ottobre 2008 e terminato a febbraio 2009, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov erano stati assolti per insufficienza di prove assieme a Khadzhikurbanov, mentre Rustam era ancora latitante e Gaitukayev era stato sentito in qualità di teste.
Poi la Corte suprema aveva annullato la sentenza per gravi vizi procedurali e pochi mesi dopo, accogliendo un ricorso della famiglia Politkovskaia, aveva sospeso il processo bis appena iniziato, inviando gli atti alla procura per unificarli con l'inchiesta sul mandante (ancora sconosciuto) e sul presunto killer, Rustam Makhmudov, che nel frattempo era stato catturato in Cecenia.
In un processo stralcio, l'ex poliziotto Dmitri Pavliucenkov, pur collaborando con la giustizia, è stato condannato a 11 anni di carcere duro per aver pedinato la vittima, partecipato all'organizzazione del delitto e fornito l'arma al killer, in cambio di 150 mila dollari.
Il 14 novembre scorso il terzo processo, avviato a giugno 2013, era stato azzerato dopo il forfait improvviso di tre giudici popolari che aveva sollevato l'ombra di pressioni, e costretto il giudice a sciogliere la giuria, composta da 12 persone, nominandone una nuova.
Politkovskaia, una delle giornaliste più critiche con il potere, aveva denunciato la deriva autoritaria della politica di Vladimir Putin e abusi legati alla guerra in Cecenia.
Nei suoi articoli per Novaja Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaia aveva attaccato apertamente l'esercito ed il governo di Mosca per violazione dei diritti civili e dello Stato di diritto sia in Russia che in Cecenia.
Il 9 ottobre 2006, due giorni dopo l'omicidio, l'editore della Novaya Gazeta Dmitry Muratov aveva affermato che la giornalista stava per pubblicare un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramsan Kadyrov, che godeva dell'appoggio di Putin.
La sua morte, da molti considerata un omicidio commesso da un sicario a contratto, ha prodotto una grande mobilitazione in Russia e nel mondo, affinchè le circostanze dell'omicidio venissero al più presto chiarite. Oggi, dopo quasi otto anni, un primo velo si è squarciato.