Thailandia, pochi spiragli per una soluzione in tempi brevi
Raimondo Bultrini , di RAIMONDO BULTRINIL'analisi. La legge marziale imposta in tutto il Paese è di fatto un'ulteriore sospensione della democrazia dopo mesi e mesi di scontro tra i sostenitori e gli oppositori del governo della famiglia Thaksin
BANGKOK - La Thailandia sembra tornare punto e daccapo. Il messaggio della legge marziale imposta in tutto il regno la notte scorsa è chiaro: entrambi i contendenti sono andati troppo in là. Da una parte i seguaci filo realisti di Suthep Thaugsuban erano tornati ad annunciare di voler scendere in piazza in massa il 26 per la spallata finale all'ultimo residuo del governo eletto della famiglia Thaksin. Dall'altra i filo-governativi dell'ala dura delle camicie rosse minacciavano contromanifestazioni e pericolosi confronti diretti per "salvare la democrazia".
Anche se i militari guidati dal generale Prayuth Chan-ocha hanno tenuto a precisare che non si tratta di un "colpo di Stato", invitando la gente a continuare "la sua vita normale", quello di oggi un giorno normale non lo è affatto. In attesa di una decisione dall'alto (vedremo quanto in alto) sarà infatti mantenuto l'ordine a qualunque costo, con la censura imposta a tv e radi…
Anche se i militari guidati dal generale Prayuth Chan-ocha hanno tenuto a precisare che non si tratta di un "colpo di Stato", invitando la gente a continuare "la sua vita normale", quello di oggi un giorno normale non lo è affatto. In attesa di una decisione dall'alto (vedremo quanto in alto) sarà infatti mantenuto l'ordine a qualunque costo, con la censura imposta a tv e radi…
BANGKOK - La Thailandia sembra tornare punto e daccapo. Il messaggio della legge marziale imposta in tutto il regno la notte scorsa è chiaro: entrambi i contendenti sono andati troppo in là. Da una parte i seguaci filo realisti di Suthep Thaugsuban erano tornati ad annunciare di voler scendere in piazza in massa il 26 per la spallata finale all'ultimo residuo del governo eletto della famiglia Thaksin. Dall'altra i filo-governativi dell'ala dura delle camicie rosse minacciavano contromanifestazioni e pericolosi confronti diretti per "salvare la democrazia".
Anche se i militari guidati dal generale Prayuth Chan-ocha hanno tenuto a precisare che non si tratta di un "colpo di Stato", invitando la gente a continuare "la sua vita normale", quello di oggi un giorno normale non lo è affatto. In attesa di una decisione dall'alto (vedremo quanto in alto) sarà infatti mantenuto l'ordine a qualunque costo, con la censura imposta a tv e radio, una presenza massiccia di soldati agli incroci importanti della capitale Bangkok e un assembramento di truppe nelle province a rischio di ribellione, come Chiang Mai, Chiang Rai e la provincia dell'Isaan. Ma la mossa più significativa potrebbe essere l'ordine all'esercito di circondare il quartier generale della polizia thai a Bangkok, il segnale che nemmeno gli agenti saranno autorizzati a prendere parte alle operazioni di ordine pubblico. Molti di loro sono infatti considerati filo-Thaksin.
Entrambi gli sfidanti dei movimenti politici pro e contro il governo hanno finora evitato reazioni critiche e probabilmente non si azzarderanno a disubbidire all'ordine dei soldati, che hanno inondato quasi tutte le stazioni tv e radio con ripetuti messaggi dove si spiega che lo scopo dell'esercito "è quello di mantenere la pace e la sicurezza del popolo di tutte le parti". La rete tv dell'esercito (responsabile di 11 colpi di Stato riusciti e altri sette tentati) ha trasmesso ballate e canzoni patriottiche con scene di soldati che compiono buone azioni e dichiarano la loro devozione e amore per il Paese. Gli altri mandano in onda a ripetizione il messaggio dei militari per mantenere la calma e non preoccuparsi, con foto di soldati sorridenti agli incroci e un clima di apparente normalità.
Il pugno duro è giunto dopo mesi di stallo, all'indomani della recente destituzione della premier Yingluck Shinawatra con l'accusa di aver compiuto un atto illegale licenziando il capo del Consiglio di sicurezza nazionale. E' un episodio che risale al 2011, quando la sorella di Thaksin prese le redini del governo sull'onda di una nuova vittoria elettorale. La sua premiership è durata senza scossoni fino alla fine dello scorso anno, quando con un colpo di mano notturno il suo governo tentò di far passare anche al Senato una legge di amnistia grazie alla quale suo fratello Thaksin, e migliaia di uomini d'affari con carichi pendenti per corruzione, sarebbero stati perdonati e i loro beni sequestrati restituiti.
Dopo mesi di proteste e di blocchi della capitale da parte di decine di migliaia di cittadini infuriati, ben poco era però cambiato, e le elezioni del febbraio scorso vinte dal partito di maggioranza degli Shinawatra sono state annullate per la mancanza di quorum parlamentare, dovuta al boicottaggio del voto da parte delle opposizioni. Incurante delle possibili nuove conseguenze, Yingluck formò un secondo governo transitorio per tornare eventualmente alle urne in estate. Finché la Corte Costituzionale, parte del sistema di potere più antico del Regno, dominato dall'aristocrazia di sangue e degli affari, non l'ha costretta ad andarsene.
Ciò che si aspettavano le opposizioni all'indomani della sua destituzione erano le dimissioni dell'intero esecutivo, per appuntarne uno di "salvezza nazionale" al quale affidare le riforme costituzionali e legislative necessarie per impedire un ritorno della famiglia Thaksin al potere. Invece l'ex vicepremier Niwatthamrong Boonsongpaisan sta ancora virtualmente reggendo le sorti della dinastia, deciso a restare in carica per la gestione ordinaria fino al nuovo voto previsto a luglio. Un appuntamento che potrebbe ormai essere però del tutto fuori discussione, visto che tutti i poteri passano all'esercito finché non sarà trovata la soluzione all'impasse.
E' proprio sul tipo di possibile via d'uscita che i più pessimisti vedono ben pochi spiragli, trattandosi di una sfida che va ben oltre la nomina del prossimo esecutivo, sia esso di scelta reale che eletto dal popolo. Il primo spiraglio di un governo di tecnici si era chiuso quando - nelle ultime settimane - le proteste dell'opposizione avevano piano piano perso mordente e i manifestanti si erano limitati a occupare una piccola porzione di un parco cittadino. Il secondo quando gli Shinawatra hanno deciso di non lasciare mano libera all'opposizione mantenendo il loro governo dimezzato. Il terzo ieri notte quando i militari hanno messo fine al confronto di piazza.
Eppure è certo che l'intervento dell'esercito non dispiace affatto agli anti-governativi, che sperano ora di veder affidato a un esecutivo "istituzionale" il compito di applicare le riforme come speravano fin dall'inizio. Già quando le camicie rosse attaccavano i cortei dei manifestanti, Suthep e i suoi seguaci avevano invocato infatti l'impiego dei soldati per ristabilire l'ordine. Ma paradossalmente nemmeno le camicie rosse sono del tutto contrariate da questa ennesima prova di mancanza di democrazia. Come sosteneva un profetico commento del Bangkok Post di oggi (dove si accennava nel titolo al provvedimento di legge marziale), infatti, la mossa dei militari invece di favorire una soluzione, potrebbe rafforzare il partito e il movimento popolare fedele ai Thaksin, che da anni si batte contro la "dittatura di fatto" delle istituzioni nazionali ai danni dei partiti eletti dal popolo. In quanto vittime di tale dittatura, i fedeli dell'ex premier esule e di sua sorella contano di raccogliere un nuovo plebiscito appena si ripresenterà la possibilità di votare.
Ma quando - e se - la democrazia sarà restaurata e la Thailandia tornerà al voto, potrebbe ripresentarsi uno dei problemi chiave di questa crisi. Un fattore X che continua a prendere forma dietro le quinte di un Sistema-Paese che si basa sul motto secolare "Religione, Nazione, Monarchia". Con gli alti esponenti del clero divisi a loro volta tra pro-realisti e pro-Thaksin, la spiritualità è da tempo un elemento secondario pur in presenza di una devozione popolare incontaminata. Sia i rossi che i gialli sono infatti buddhisti dichiarati, ma non per questo cessano di essere nemici.
Nella Thailandia del maggio 2014 la supremazia si gioca dunque sugli altri due pilastri del Regno, con la sorte della monarchia sempre più affidata alla figura indiscussa dell'anziano re Bhumibol Adulyadej, e quella della nazione non più nelle mani di politici eletti ancorché controversi, ma apparentemente nelle mani dell'esercito fedele al re.
Ciò che - pur condizionandolo - esce dal quadro leggibile di questi giorni, è però proprio il futuro di una casa regnante sul quale le parti in causa stanno segretamente scommettendo con tutte le risorse a loro disposizione.
Nei giorni scorsi The Economist ha parlato pubblicamente di un altro episodio signifiativo risalente agli anni passati, quando alla vigilia dell'elezione di sua sorella Yingluck, l'ex premier Thaksin esule - al quale era vietato l'ingresso nel Regno - incontrò segretamente sulle alpi bavaresi austriache il pricipe della corona Maha Vajiralongkorn, ospite abituale dei locali resort montani. Il clamoroso e mai smentito episodio (oltre al regalo di una automobile da 500 mila euro ricevuto e accettato dal principe nel 2001) proverebbe i vecchi legami tra l'ex tycoon oggi esule a Dubai e colui che - salvo sorprese - dovrebbe prendere le redini della casa regnante thai quando l'attuale sovrano non ci sarà più.
"Thaksin ha sempre puntato a diventare "Imperatore del Regno" grazie ai suoi legami con il principe", ci dice un giornalista informato che preferisce non essere citato per i timori d'incappare nel reato di lesa maestà, punito con pene severe. Ma cosa significa tutto questo fuor di metafora? E' certo che Thaksin da tempo insospettabile ha puntato alla successione al trono per stabilire la sua supremazia di fatto, ottenuta elettoralmente con politiche populiste, ma di fatto messa in discussione dallo stesso sistema che regge l'attuale monarchia, ovvero l'esercito, parte della polizia, le istituzioni finanziarie e bancarie, le corti di giustizia e quella costituzionale.
In questo contesto - ovvero finché è in vita il venerato Bhumibol, noto come Rama IX - qualunque mossa del pur potente Thaksin può incontrare gli stessi ostacoli sperimentati la prima volta con il colpo di Stato incruento del 2006 che lo costrinse all'esilio; la seconda quando il governo di un suo cognato fu costretto a dimettersi da folle di "gialli" che occuparono per protesta l'aeroporto di Bangkok e il suo ex partito fu costretto allo scioglimento da una sentenza; la terza con la recente decisione della Corte costituzionale contro Yingluck, seguita dalla legge marziale proclamata ieri notte.
Per questo l'attuale transizione potrebbe durare un tempo indefinitivamente lungo, senza presumibilmente speranze di un ritorno dei Thaksin finché non arriverà il turno del principe Vajiralongkorn, 61 anni e un ruolo finora defilato, oltreché contestato da una buona fetta degli stessi realisti thai, preoccupati dalla sua imprevedibilità. L'avvento della sua era, l'era di Rama X, è una ipotesi della quale nessuno vuole nemmeno parlare, non solo per l'impopolarità di questa figura al centro di numerosi episodi poco edificanti, ma anche per i rischi che comporta andare a leggere nella palla di vetro di una storia mai scritta a chiare lettere.
E' a questo punto che la religione torna a giocare un ruolo importante tra nazione e monarchia, con la canonizzazione dell'attuale monarca come figura paragonabile solo al Buddha in quanto incarnazione dei Sovrani della Legge, l'unico in grado di portare la pace tra i contendenti dei quali una parte è apertamente schierata con lui. Con un'eredità mistica oltre che istituzionale, i suoi fedelissimi al vertice del regno cercheranno anche nel futuro più lontano di mantenere il Paese sul binario di linee guida che vedono la religione al primo posto, seguita dalla monarchia e dalla nazione. Necessariamente nello stesso ordine.
Anche se i militari guidati dal generale Prayuth Chan-ocha hanno tenuto a precisare che non si tratta di un "colpo di Stato", invitando la gente a continuare "la sua vita normale", quello di oggi un giorno normale non lo è affatto. In attesa di una decisione dall'alto (vedremo quanto in alto) sarà infatti mantenuto l'ordine a qualunque costo, con la censura imposta a tv e radio, una presenza massiccia di soldati agli incroci importanti della capitale Bangkok e un assembramento di truppe nelle province a rischio di ribellione, come Chiang Mai, Chiang Rai e la provincia dell'Isaan. Ma la mossa più significativa potrebbe essere l'ordine all'esercito di circondare il quartier generale della polizia thai a Bangkok, il segnale che nemmeno gli agenti saranno autorizzati a prendere parte alle operazioni di ordine pubblico. Molti di loro sono infatti considerati filo-Thaksin.
Entrambi gli sfidanti dei movimenti politici pro e contro il governo hanno finora evitato reazioni critiche e probabilmente non si azzarderanno a disubbidire all'ordine dei soldati, che hanno inondato quasi tutte le stazioni tv e radio con ripetuti messaggi dove si spiega che lo scopo dell'esercito "è quello di mantenere la pace e la sicurezza del popolo di tutte le parti". La rete tv dell'esercito (responsabile di 11 colpi di Stato riusciti e altri sette tentati) ha trasmesso ballate e canzoni patriottiche con scene di soldati che compiono buone azioni e dichiarano la loro devozione e amore per il Paese. Gli altri mandano in onda a ripetizione il messaggio dei militari per mantenere la calma e non preoccuparsi, con foto di soldati sorridenti agli incroci e un clima di apparente normalità.
Il pugno duro è giunto dopo mesi di stallo, all'indomani della recente destituzione della premier Yingluck Shinawatra con l'accusa di aver compiuto un atto illegale licenziando il capo del Consiglio di sicurezza nazionale. E' un episodio che risale al 2011, quando la sorella di Thaksin prese le redini del governo sull'onda di una nuova vittoria elettorale. La sua premiership è durata senza scossoni fino alla fine dello scorso anno, quando con un colpo di mano notturno il suo governo tentò di far passare anche al Senato una legge di amnistia grazie alla quale suo fratello Thaksin, e migliaia di uomini d'affari con carichi pendenti per corruzione, sarebbero stati perdonati e i loro beni sequestrati restituiti.
Dopo mesi di proteste e di blocchi della capitale da parte di decine di migliaia di cittadini infuriati, ben poco era però cambiato, e le elezioni del febbraio scorso vinte dal partito di maggioranza degli Shinawatra sono state annullate per la mancanza di quorum parlamentare, dovuta al boicottaggio del voto da parte delle opposizioni. Incurante delle possibili nuove conseguenze, Yingluck formò un secondo governo transitorio per tornare eventualmente alle urne in estate. Finché la Corte Costituzionale, parte del sistema di potere più antico del Regno, dominato dall'aristocrazia di sangue e degli affari, non l'ha costretta ad andarsene.
Ciò che si aspettavano le opposizioni all'indomani della sua destituzione erano le dimissioni dell'intero esecutivo, per appuntarne uno di "salvezza nazionale" al quale affidare le riforme costituzionali e legislative necessarie per impedire un ritorno della famiglia Thaksin al potere. Invece l'ex vicepremier Niwatthamrong Boonsongpaisan sta ancora virtualmente reggendo le sorti della dinastia, deciso a restare in carica per la gestione ordinaria fino al nuovo voto previsto a luglio. Un appuntamento che potrebbe ormai essere però del tutto fuori discussione, visto che tutti i poteri passano all'esercito finché non sarà trovata la soluzione all'impasse.
E' proprio sul tipo di possibile via d'uscita che i più pessimisti vedono ben pochi spiragli, trattandosi di una sfida che va ben oltre la nomina del prossimo esecutivo, sia esso di scelta reale che eletto dal popolo. Il primo spiraglio di un governo di tecnici si era chiuso quando - nelle ultime settimane - le proteste dell'opposizione avevano piano piano perso mordente e i manifestanti si erano limitati a occupare una piccola porzione di un parco cittadino. Il secondo quando gli Shinawatra hanno deciso di non lasciare mano libera all'opposizione mantenendo il loro governo dimezzato. Il terzo ieri notte quando i militari hanno messo fine al confronto di piazza.
Eppure è certo che l'intervento dell'esercito non dispiace affatto agli anti-governativi, che sperano ora di veder affidato a un esecutivo "istituzionale" il compito di applicare le riforme come speravano fin dall'inizio. Già quando le camicie rosse attaccavano i cortei dei manifestanti, Suthep e i suoi seguaci avevano invocato infatti l'impiego dei soldati per ristabilire l'ordine. Ma paradossalmente nemmeno le camicie rosse sono del tutto contrariate da questa ennesima prova di mancanza di democrazia. Come sosteneva un profetico commento del Bangkok Post di oggi (dove si accennava nel titolo al provvedimento di legge marziale), infatti, la mossa dei militari invece di favorire una soluzione, potrebbe rafforzare il partito e il movimento popolare fedele ai Thaksin, che da anni si batte contro la "dittatura di fatto" delle istituzioni nazionali ai danni dei partiti eletti dal popolo. In quanto vittime di tale dittatura, i fedeli dell'ex premier esule e di sua sorella contano di raccogliere un nuovo plebiscito appena si ripresenterà la possibilità di votare.
Ma quando - e se - la democrazia sarà restaurata e la Thailandia tornerà al voto, potrebbe ripresentarsi uno dei problemi chiave di questa crisi. Un fattore X che continua a prendere forma dietro le quinte di un Sistema-Paese che si basa sul motto secolare "Religione, Nazione, Monarchia". Con gli alti esponenti del clero divisi a loro volta tra pro-realisti e pro-Thaksin, la spiritualità è da tempo un elemento secondario pur in presenza di una devozione popolare incontaminata. Sia i rossi che i gialli sono infatti buddhisti dichiarati, ma non per questo cessano di essere nemici.
Nella Thailandia del maggio 2014 la supremazia si gioca dunque sugli altri due pilastri del Regno, con la sorte della monarchia sempre più affidata alla figura indiscussa dell'anziano re Bhumibol Adulyadej, e quella della nazione non più nelle mani di politici eletti ancorché controversi, ma apparentemente nelle mani dell'esercito fedele al re.
Ciò che - pur condizionandolo - esce dal quadro leggibile di questi giorni, è però proprio il futuro di una casa regnante sul quale le parti in causa stanno segretamente scommettendo con tutte le risorse a loro disposizione.
Nei giorni scorsi The Economist ha parlato pubblicamente di un altro episodio signifiativo risalente agli anni passati, quando alla vigilia dell'elezione di sua sorella Yingluck, l'ex premier Thaksin esule - al quale era vietato l'ingresso nel Regno - incontrò segretamente sulle alpi bavaresi austriache il pricipe della corona Maha Vajiralongkorn, ospite abituale dei locali resort montani. Il clamoroso e mai smentito episodio (oltre al regalo di una automobile da 500 mila euro ricevuto e accettato dal principe nel 2001) proverebbe i vecchi legami tra l'ex tycoon oggi esule a Dubai e colui che - salvo sorprese - dovrebbe prendere le redini della casa regnante thai quando l'attuale sovrano non ci sarà più.
"Thaksin ha sempre puntato a diventare "Imperatore del Regno" grazie ai suoi legami con il principe", ci dice un giornalista informato che preferisce non essere citato per i timori d'incappare nel reato di lesa maestà, punito con pene severe. Ma cosa significa tutto questo fuor di metafora? E' certo che Thaksin da tempo insospettabile ha puntato alla successione al trono per stabilire la sua supremazia di fatto, ottenuta elettoralmente con politiche populiste, ma di fatto messa in discussione dallo stesso sistema che regge l'attuale monarchia, ovvero l'esercito, parte della polizia, le istituzioni finanziarie e bancarie, le corti di giustizia e quella costituzionale.
In questo contesto - ovvero finché è in vita il venerato Bhumibol, noto come Rama IX - qualunque mossa del pur potente Thaksin può incontrare gli stessi ostacoli sperimentati la prima volta con il colpo di Stato incruento del 2006 che lo costrinse all'esilio; la seconda quando il governo di un suo cognato fu costretto a dimettersi da folle di "gialli" che occuparono per protesta l'aeroporto di Bangkok e il suo ex partito fu costretto allo scioglimento da una sentenza; la terza con la recente decisione della Corte costituzionale contro Yingluck, seguita dalla legge marziale proclamata ieri notte.
Per questo l'attuale transizione potrebbe durare un tempo indefinitivamente lungo, senza presumibilmente speranze di un ritorno dei Thaksin finché non arriverà il turno del principe Vajiralongkorn, 61 anni e un ruolo finora defilato, oltreché contestato da una buona fetta degli stessi realisti thai, preoccupati dalla sua imprevedibilità. L'avvento della sua era, l'era di Rama X, è una ipotesi della quale nessuno vuole nemmeno parlare, non solo per l'impopolarità di questa figura al centro di numerosi episodi poco edificanti, ma anche per i rischi che comporta andare a leggere nella palla di vetro di una storia mai scritta a chiare lettere.
E' a questo punto che la religione torna a giocare un ruolo importante tra nazione e monarchia, con la canonizzazione dell'attuale monarca come figura paragonabile solo al Buddha in quanto incarnazione dei Sovrani della Legge, l'unico in grado di portare la pace tra i contendenti dei quali una parte è apertamente schierata con lui. Con un'eredità mistica oltre che istituzionale, i suoi fedelissimi al vertice del regno cercheranno anche nel futuro più lontano di mantenere il Paese sul binario di linee guida che vedono la religione al primo posto, seguita dalla monarchia e dalla nazione. Necessariamente nello stesso ordine.