Il re democratico
Sandro Viola, di SANDRO VIOLAIn una fredda mattina del 1948, il piccolo Juan Carlos di Borbone arriva in treno a Madrid: ad aspettarlo un gruppo di monarchici con l'incarico di occuparsi della sua formazione. È l'inizio della lunga marcia di avvicinamento al trono, che si lega alla transizione della Spagna da Franco alla democrazia
NEL VAGONE-LETTO dove l'hanno sistemato, mentre il Lusitania Express viaggia nel buio da Lisbona a Madrid, il piccolo principe può finalmente piangere. Sin allora non ha potuto farlo. Mentre usciva da Villa Giralda, la casa sulla costa di Estoril dove ha lasciato i genitori e i fratelli, le lagrime gli erano già spuntate negli occhi. Ma suo padre è subito intervenuto con voce brusca: "Ricordati che un Borbone piange soltanto nel suo letto". Il bambino è riuscito a trattenersi. Ha varcato la soglia della villa senza voltare il capo, e una grande automobile nera lo ha condotto alla stazione. Ma adesso che nella cuccetta del Lusitania Express è rimasto solo (i suoi accompagnatori, il visconte di Rocamora e il duca di Sotomayor, sono nello scompartimento a fianco), può dare sfogo alla sua tristezza. Il principe si chiama Juan Carlos, ha dieci anni.
Una prima, bruciante solitudine l'aveva conosciuta due anni prima, quando era …
Una prima, bruciante solitudine l'aveva conosciuta due anni prima, quando era …
NEL VAGONE-LETTO dove l'hanno sistemato, mentre il Lusitania Express viaggia nel buio da Lisbona a Madrid, il piccolo principe può finalmente piangere. Sin allora non ha potuto farlo. Mentre usciva da Villa Giralda, la casa sulla costa di Estoril dove ha lasciato i genitori e i fratelli, le lagrime gli erano già spuntate negli occhi. Ma suo padre è subito intervenuto con voce brusca: "Ricordati che un Borbone piange soltanto nel suo letto". Il bambino è riuscito a trattenersi. Ha varcato la soglia della villa senza voltare il capo, e una grande automobile nera lo ha condotto alla stazione. Ma adesso che nella cuccetta del Lusitania Express è rimasto solo (i suoi accompagnatori, il visconte di Rocamora e il duca di Sotomayor, sono nello scompartimento a fianco), può dare sfogo alla sua tristezza. Il principe si chiama Juan Carlos, ha dieci anni.
Una prima, bruciante solitudine l'aveva conosciuta due anni prima, quando era entrato in un collegio religioso a Friburgo. Ma stavolta è peggio. A Friburgo, dov' era giunto accompagnato da suo padre, l'avevano accolto altri bambini e preti sorridenti. Mentre adesso, nella stazioncina prima di Madrid dove poco dopo l'alba il treno viene fatto fermare eccezionalmente, trova un gruppo di anziani signori vestiti di scuro, sui volti un'espressione grave. Sono duchi o marchesi o conti di fede monarchica, e gli s' avvicinano chiamandolo Vostra Altezza: gli chiedono se il viaggio è andato bene, e se sta bene suo padre, che essi chiamano "el Rey", il re. "El rey està bien", risponde compunto il piccolo principe. Dopo di che la comitiva si trasferisce non lontano da lì, in un convento carmelitano, per assistere ad una messa. Nella cappella del convento fa un gran freddo, e il bambino, che non ha ancora fatto colazione, trema per tutto il tempo della messa. Juan Carlos di Borbone festeggerà il 22 novembre il trentennale della sua ascesa al trono.
In patria gode d' un vasto e affettuoso consenso, all'estero è uno dei personaggi più rispettati. Ma quando mi capita di vederlo alla televisione - la sua espressione fiduciosa, il sorriso costante, l'allegra e signorile semplicità dei modi con cui tratta gli interlocutori-, mi viene sempre in mente la sua infanzia malinconica. Mi chiedo come mai le tante tristezze dei suoi anni di bambino e d' adolescente (solitudini, costrizioni, umiliazioni non molto diverse da quelle che Dickens immaginò per Oliver Twist e David Copperfield) siano trascorse senza lasciare una traccia visibile nel suo aspetto. Ma l'aspetto è una cosa, e la personalità un'altra. Sicché è certo che al fondo del suo carattere tutto quel che ha dovuto subire, ingoiare in silenzio,
dai dieci ai trent' anni, ha lasciato una ferita. Ma torniamo al suo arrivo in Spagna, a quel rigido mattino di novembre del 1948, quando gli aristocratici che gli sono andati incontro hanno chiesto notizie di suo padre "el Rey".
In realtà il padre del bambino non è affatto re. Don Juan di Borbone è soltanto il pretendente al trono di Spagna, una Spagna che nel 1948 il generalissimo Francisco Franco tiene da quasi dieci anni, da quando ha vinto la guerra civile, strettamente in pugno. È vero però che se sul suolo spagnolo il generalissimo ha ormai domato con la forza (e migliaia di fucilazioni) ogni opposizione o resistenza, sulla scena internazionale il regime franchista è in gravi difficoltà. Qualcuno, nelle cancellerie di Londra, Parigi e Washington, sta addirittura pensando a come farlo cadere. Le nazioni democratiche uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale non hanno infatti intenzione, per il momento, di perdonare a Francisco Franco i suoi rapporti col nazifascismo, né il sistema duramente autoritario, parafascista, che ha instaurato in Spagna con l'appoggio indecente della Chiesa. Esse non hanno perciò relazioni diplomatiche con Madrid. Franco è totalmente isolato, e il paese è allo stremo. A tre anni dalla fine della guerra civile la situazione economica risulta disastrosa, e senza aiuti internazionali rischia di farsi drammatica. È principalmente per questo che Franco ha cominciato a pensare ad una restaurazione della monarchia. Il trono di Spagna è vacante dal 1931, da quando Alfonso XIII - padre di don Juan e nonno del piccolo principe - ha abdicato in favore dei suoi successori trasferendosi a Roma. E quel che è avvenuto in seguito, è noto.
L'instaurazione (e l'instabilità) della Seconda repubblica, la sollevazione dei generali golpisti e tre anni sanguinosi di guerra civile. Ma se Franco ha trionfato, la Spagna è adesso, dopo la disfatta del nazifascismo, un rottame dell'Europa sognata da Hitler e Mussolini. Uomo di leggendaria scaltrezza, il Caudillo si mette quindi alla ricerca d'una via d'uscita dall'isolamento. E presto intuisce che ventilare una restaurazione della monarchia, suggerendo così l'idea d'una transitorietà del franchismo, potrebbe servire alla sopravvivenza del regime. Nel '47 promulga
perciò una legge costituzionale che fa della Spagna una monarchia con lui, Franco, reggente a vita, e subito dopo avvia i contatti col pretendente don Juan. Come altri ex re e pretendenti in esilio, questi abita ad Estoril, poco fuori Lisbona: il primo tramite cui Franco ricorre è quindi suo fratello Nicolàs, ambasciatore in Portogallo. Una cosa è però certa sin dall'inizio: Franco detesta don Juan. Il pretendente è troppo maturo, volitivo, politicante, perché il generalissimo (il cui istinto più forte e profondo è la diffidenza) possa volerlo sul trono. Così, dopo un lungo scambio di lettere e un intenso va e vieni di mediatori, Franco mette sul tavolo la proposta d'educare in Spagna il principe Juan Carlos. Impegni circa la data della restaurazione, non ne prende: né dice chi sarà, se il padre o il figlio Juan Carlos, il re di Spagna. Anzi, per anni terrà contatti con gli altri pretendenti al trono (col fratello sordomuto di don Juan, don Jaime, e con il ramo Carlista dei Borbone) così da conservarsi intero lo spazio di manovra. Per ora, quel che gli serve è soltanto mostrare all'esterno che un giorno, forse, la Spagna sarà di nuovo una monarchia. Il piccolo principe che giunge a dieci anni nella patria dei suoi avi, diventa così la carta più importante nella partita apertasi tra la Casa Borbone e il generalissimo. Sulla sua testa pesano da subito, e peseranno per altri ventun anni (sino a quando nel '69 Franco non lo indicherà ufficialmente come suo successore), gli intrighi, le astuzie, i voltafaccia e la reciproca avversione dei due giocatori della partita: suo padre e il Caudillo. L'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza di Juan Carlos trascorrono quindi marcati dalla nostalgia della famiglia e dall'incertezza del futuro. Prima in una villa nei dintorni di Madrid, Las Jarillas, dove lo mettono a studiare insieme a tre rampolli dell'aristocrazia e tre dell'alta borghesia, con precettori di stretta osservanza franchista. Poi, dai dodici ai quindici anni, a San Sebastiàn, nell'ex residenza estiva di suo nonno Alfonso XIII. Quindi di nuovo a Madrid dove viene preparato per l'ingresso nelle accademie militari, e infine all'Accademia dell'Esercito a Saragozza. Che tipo di formazione viene all'adolescente Juan Carlos dagli studi che gli impartiscono i precettori scelti dal generalissimo? Quale cultura, quale visione politica e sociale ricava dai militari, dagli anziani aristocratici, dai preti (ce n'è uno a Las Jarillas, il padre Ignacio de Zulueta, un franchista fanatico, le cui lezioni di etica e religione angustiano in modo particolare il piccolo principe) che gli sono stati messi attorno? Le voci che
circolano a Madrid verso la fine dei Cinquanta non sono affatto lusinghiere. Juan Carlos viene descritto come un giovanotto con grandi doti sportive ma non molto intelligente, che matura a fatica, e comunque totalmente sottomesso all'influenza di Franco e dei suoi consiglieri. Così, quando si presenta la prima volta all'Università, la Gioventù Falangista - che è repubblicana - inalbera cartelli con su scritto "No queremos principes imbeciles" e "Abajo los principes tontos". Il giudizio non corrisponde al vero, come si vedrà bene in seguito, ma al momento è il più diffuso. Io stesso ne sarò ingannato. È l'inizio di maggio del 1962, Juan Carlos è già ad Atene dove il 14 di quel mese sposerà Sofia di Grecia.
A Madrid, incontro ad un pranzo Nicolàs de Cotoner y Cotoner, marchese di Mondèjar, che è il capo della Casa Civile del principe. Il marchese è un gentiluomo d'altri tempi, elegante, gentilissimo: e quando vede che mostro un interesse per il giovane Juan Carlos, propone di farmi visitare la Zarzuela, il palazzetto vicino alla residenza di Franco, il Pardo, dove gli sposi andranno ad abitare (ed abitano tuttora). Nel maggio '62 la Zarzuela è stata appena riarredata dalla moglie del generalissimo, donna Carmen Polo, del cui cattivo gusto si ride in tutti i salotti di Madrid. Fortuna che alle pareti ci sono dei Luca Giordano e dei Ribera di tutto rispetto, così che posso tralasciare ogni commento sull'arredo e soffermarmi ammirato, invece, davanti ai quadri. Il marchese mi guida per tutto il piano inferiore, e ad un certo punto arriviamo in quello che Mondejar chiama il "salottino del principe": due o tre poltrone, l'apparecchio televisivo, una scaffalatura che contiene una dozzina di volumi.
Quando ne occhieggio i titoli, devo trattenere un sorriso. Cinque o sei fanno infatti parte d'una collana di libri per ragazzi come ce n'è in tutti i paesi: le avventure d'un certo Pablito o Juanito
o Luisito - non ricordo bene-, che in uno dei libretti è pilota, in un altro esploratore, in un altro ancora scienziato, e così via. Altri due o tre libri sono da accademia militare: le autoblinde, l'uso della mitragliatrice. Infine due veri libri: Bernadette di Franz Werfel, e le memorie di Viktor Kravcenko, il primo e celebre transfuga dall'Urss a descrivere gli orrori del comunismo.
Memorie che in tutta Europa s'intitolano Ho scelto la libertà, ma alle quali la propaganda franchista ha messo un titolo politicamente più incisivo: Urss, il paese delle lagrime.
Un giovane di ventiquattr'anni con questi libri alle spalle non poteva certo apparire promettente, ed è appunto questo che scrissi in un articolo per il Mondo. Quel che non sapevo è che tra tanto scetticismo sulle qualità del principe, l'unico ad essere convinto che si trattasse d'un giovane intelligente e di carattere forte, era Francisco Franco: uno che si sbagliava raramente nel giudicare gli uomini. Il Caudillo s'è affezionato al giovane Juan Carlos. Negli anni Sessanta comincia a vederlo frequentemente, lo studia, lo ammaestra. E infine (anche per i consigli dei tecnocrati dell'Opus Dei che stavano intanto ammodernando l'economia spagnola) si decide a delineare la successione.
Nel '69, con una nuova legge, stabilisce infatti che alla sua morte Juan Carlos salirà al trono. Se leggiamo oggi il discorso d'accettazione che il principe pronunciò davanti alle Cortes, emerge clamoroso il contrasto con tutto quel che Juan Carlos è stato in seguito: un democratico convinto, il re che ha riconciliato i vinti e i vincitori della guerra civile, il paziente ma implacabile demolitore del vecchio regime. Il discorso alle Cortes fu infatti di tono e contenuti strettamente franchisti. I deputati applaudirono entusiasti, la tesi che il successore fosse poco più d'una marionetta manovrata dal Caudillo (e alla scomparsa di questi manovrabile dal "bunker", come veniva chiamato il nucleo duro del regime) si diffuse in Spagna e all'estero.
Ma poi, quando trent'anni fa Juan Carlos divenne re, il discorso del '69 si rivelò per quel che era: una penosa ma inevitabile finzione. Beninteso, la svolta verso una politica che presto non avrebbe avuto più nulla di franchista dovè essere cauta perché il bunker" faceva buona guardia. Ma dalle prime elezioni democratiche del '77 in poi, il re di Spagna fece capire di che pasta è fatto. Si trattava di smantellare i residui pilastri del regime: il Movimiento - la struttura politica del franchismo - e l'esercito. Il Movimiento era ormai decrepito, cadente, e metterlo fuori gioco non fu difficilissimo. Mentre l'esercito era, nella Spagna del 1975, il potere stesso. E all'interno dell'esercito l'ala conservatrice, per non dire reazionaria, restava la più
forte.
In quei primi anni del regno, la Spagna era dunque ancora in bilico tra passato e futuro. Mentre il sovrano dialogava con tutti i partiti politici, il comunista compreso, e si varavano le autonomie regionali dopo i quasi quarant'anni del rigido centralismo franchista, a Madrid si rincorrevano le voci d'un prossimo colpo di Stato ad opera degli alti gradi militari. Sinché nel febbraio dell'81 il putsch non venne effettivamente tentato, con l'irruzione d'un reparto della Guardia Civil nel Parlamento e vasti movimenti di truppe in direzione di Madrid. Fu la giornata cruciale nell'ormai lungo regno di Juan Carlos de Bòrbon y Borbòn. Un giro di boa che relegò tra le ombre del passato quel che ancora restava del regime franchista. Il sovrano sconfessò infatti i generali golpisti, rassicurò il paese, e il putsch fallì. Da allora, con una rapidità imprevedibile e mettendo in mostra energie e intelligenza politica stupefacenti, la Spagna imboccò la strada che l'ha portata ad essere uno dei paesi più vivi, moderni e meglio governati dell'Occidente.
(6 novembre 2005)
Una prima, bruciante solitudine l'aveva conosciuta due anni prima, quando era entrato in un collegio religioso a Friburgo. Ma stavolta è peggio. A Friburgo, dov' era giunto accompagnato da suo padre, l'avevano accolto altri bambini e preti sorridenti. Mentre adesso, nella stazioncina prima di Madrid dove poco dopo l'alba il treno viene fatto fermare eccezionalmente, trova un gruppo di anziani signori vestiti di scuro, sui volti un'espressione grave. Sono duchi o marchesi o conti di fede monarchica, e gli s' avvicinano chiamandolo Vostra Altezza: gli chiedono se il viaggio è andato bene, e se sta bene suo padre, che essi chiamano "el Rey", il re. "El rey està bien", risponde compunto il piccolo principe. Dopo di che la comitiva si trasferisce non lontano da lì, in un convento carmelitano, per assistere ad una messa. Nella cappella del convento fa un gran freddo, e il bambino, che non ha ancora fatto colazione, trema per tutto il tempo della messa. Juan Carlos di Borbone festeggerà il 22 novembre il trentennale della sua ascesa al trono.
In patria gode d' un vasto e affettuoso consenso, all'estero è uno dei personaggi più rispettati. Ma quando mi capita di vederlo alla televisione - la sua espressione fiduciosa, il sorriso costante, l'allegra e signorile semplicità dei modi con cui tratta gli interlocutori-, mi viene sempre in mente la sua infanzia malinconica. Mi chiedo come mai le tante tristezze dei suoi anni di bambino e d' adolescente (solitudini, costrizioni, umiliazioni non molto diverse da quelle che Dickens immaginò per Oliver Twist e David Copperfield) siano trascorse senza lasciare una traccia visibile nel suo aspetto. Ma l'aspetto è una cosa, e la personalità un'altra. Sicché è certo che al fondo del suo carattere tutto quel che ha dovuto subire, ingoiare in silenzio,
dai dieci ai trent' anni, ha lasciato una ferita. Ma torniamo al suo arrivo in Spagna, a quel rigido mattino di novembre del 1948, quando gli aristocratici che gli sono andati incontro hanno chiesto notizie di suo padre "el Rey".
In realtà il padre del bambino non è affatto re. Don Juan di Borbone è soltanto il pretendente al trono di Spagna, una Spagna che nel 1948 il generalissimo Francisco Franco tiene da quasi dieci anni, da quando ha vinto la guerra civile, strettamente in pugno. È vero però che se sul suolo spagnolo il generalissimo ha ormai domato con la forza (e migliaia di fucilazioni) ogni opposizione o resistenza, sulla scena internazionale il regime franchista è in gravi difficoltà. Qualcuno, nelle cancellerie di Londra, Parigi e Washington, sta addirittura pensando a come farlo cadere. Le nazioni democratiche uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale non hanno infatti intenzione, per il momento, di perdonare a Francisco Franco i suoi rapporti col nazifascismo, né il sistema duramente autoritario, parafascista, che ha instaurato in Spagna con l'appoggio indecente della Chiesa. Esse non hanno perciò relazioni diplomatiche con Madrid. Franco è totalmente isolato, e il paese è allo stremo. A tre anni dalla fine della guerra civile la situazione economica risulta disastrosa, e senza aiuti internazionali rischia di farsi drammatica. È principalmente per questo che Franco ha cominciato a pensare ad una restaurazione della monarchia. Il trono di Spagna è vacante dal 1931, da quando Alfonso XIII - padre di don Juan e nonno del piccolo principe - ha abdicato in favore dei suoi successori trasferendosi a Roma. E quel che è avvenuto in seguito, è noto.
L'instaurazione (e l'instabilità) della Seconda repubblica, la sollevazione dei generali golpisti e tre anni sanguinosi di guerra civile. Ma se Franco ha trionfato, la Spagna è adesso, dopo la disfatta del nazifascismo, un rottame dell'Europa sognata da Hitler e Mussolini. Uomo di leggendaria scaltrezza, il Caudillo si mette quindi alla ricerca d'una via d'uscita dall'isolamento. E presto intuisce che ventilare una restaurazione della monarchia, suggerendo così l'idea d'una transitorietà del franchismo, potrebbe servire alla sopravvivenza del regime. Nel '47 promulga
perciò una legge costituzionale che fa della Spagna una monarchia con lui, Franco, reggente a vita, e subito dopo avvia i contatti col pretendente don Juan. Come altri ex re e pretendenti in esilio, questi abita ad Estoril, poco fuori Lisbona: il primo tramite cui Franco ricorre è quindi suo fratello Nicolàs, ambasciatore in Portogallo. Una cosa è però certa sin dall'inizio: Franco detesta don Juan. Il pretendente è troppo maturo, volitivo, politicante, perché il generalissimo (il cui istinto più forte e profondo è la diffidenza) possa volerlo sul trono. Così, dopo un lungo scambio di lettere e un intenso va e vieni di mediatori, Franco mette sul tavolo la proposta d'educare in Spagna il principe Juan Carlos. Impegni circa la data della restaurazione, non ne prende: né dice chi sarà, se il padre o il figlio Juan Carlos, il re di Spagna. Anzi, per anni terrà contatti con gli altri pretendenti al trono (col fratello sordomuto di don Juan, don Jaime, e con il ramo Carlista dei Borbone) così da conservarsi intero lo spazio di manovra. Per ora, quel che gli serve è soltanto mostrare all'esterno che un giorno, forse, la Spagna sarà di nuovo una monarchia. Il piccolo principe che giunge a dieci anni nella patria dei suoi avi, diventa così la carta più importante nella partita apertasi tra la Casa Borbone e il generalissimo. Sulla sua testa pesano da subito, e peseranno per altri ventun anni (sino a quando nel '69 Franco non lo indicherà ufficialmente come suo successore), gli intrighi, le astuzie, i voltafaccia e la reciproca avversione dei due giocatori della partita: suo padre e il Caudillo. L'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza di Juan Carlos trascorrono quindi marcati dalla nostalgia della famiglia e dall'incertezza del futuro. Prima in una villa nei dintorni di Madrid, Las Jarillas, dove lo mettono a studiare insieme a tre rampolli dell'aristocrazia e tre dell'alta borghesia, con precettori di stretta osservanza franchista. Poi, dai dodici ai quindici anni, a San Sebastiàn, nell'ex residenza estiva di suo nonno Alfonso XIII. Quindi di nuovo a Madrid dove viene preparato per l'ingresso nelle accademie militari, e infine all'Accademia dell'Esercito a Saragozza. Che tipo di formazione viene all'adolescente Juan Carlos dagli studi che gli impartiscono i precettori scelti dal generalissimo? Quale cultura, quale visione politica e sociale ricava dai militari, dagli anziani aristocratici, dai preti (ce n'è uno a Las Jarillas, il padre Ignacio de Zulueta, un franchista fanatico, le cui lezioni di etica e religione angustiano in modo particolare il piccolo principe) che gli sono stati messi attorno? Le voci che
circolano a Madrid verso la fine dei Cinquanta non sono affatto lusinghiere. Juan Carlos viene descritto come un giovanotto con grandi doti sportive ma non molto intelligente, che matura a fatica, e comunque totalmente sottomesso all'influenza di Franco e dei suoi consiglieri. Così, quando si presenta la prima volta all'Università, la Gioventù Falangista - che è repubblicana - inalbera cartelli con su scritto "No queremos principes imbeciles" e "Abajo los principes tontos". Il giudizio non corrisponde al vero, come si vedrà bene in seguito, ma al momento è il più diffuso. Io stesso ne sarò ingannato. È l'inizio di maggio del 1962, Juan Carlos è già ad Atene dove il 14 di quel mese sposerà Sofia di Grecia.
A Madrid, incontro ad un pranzo Nicolàs de Cotoner y Cotoner, marchese di Mondèjar, che è il capo della Casa Civile del principe. Il marchese è un gentiluomo d'altri tempi, elegante, gentilissimo: e quando vede che mostro un interesse per il giovane Juan Carlos, propone di farmi visitare la Zarzuela, il palazzetto vicino alla residenza di Franco, il Pardo, dove gli sposi andranno ad abitare (ed abitano tuttora). Nel maggio '62 la Zarzuela è stata appena riarredata dalla moglie del generalissimo, donna Carmen Polo, del cui cattivo gusto si ride in tutti i salotti di Madrid. Fortuna che alle pareti ci sono dei Luca Giordano e dei Ribera di tutto rispetto, così che posso tralasciare ogni commento sull'arredo e soffermarmi ammirato, invece, davanti ai quadri. Il marchese mi guida per tutto il piano inferiore, e ad un certo punto arriviamo in quello che Mondejar chiama il "salottino del principe": due o tre poltrone, l'apparecchio televisivo, una scaffalatura che contiene una dozzina di volumi.
Quando ne occhieggio i titoli, devo trattenere un sorriso. Cinque o sei fanno infatti parte d'una collana di libri per ragazzi come ce n'è in tutti i paesi: le avventure d'un certo Pablito o Juanito
o Luisito - non ricordo bene-, che in uno dei libretti è pilota, in un altro esploratore, in un altro ancora scienziato, e così via. Altri due o tre libri sono da accademia militare: le autoblinde, l'uso della mitragliatrice. Infine due veri libri: Bernadette di Franz Werfel, e le memorie di Viktor Kravcenko, il primo e celebre transfuga dall'Urss a descrivere gli orrori del comunismo.
Memorie che in tutta Europa s'intitolano Ho scelto la libertà, ma alle quali la propaganda franchista ha messo un titolo politicamente più incisivo: Urss, il paese delle lagrime.
Un giovane di ventiquattr'anni con questi libri alle spalle non poteva certo apparire promettente, ed è appunto questo che scrissi in un articolo per il Mondo. Quel che non sapevo è che tra tanto scetticismo sulle qualità del principe, l'unico ad essere convinto che si trattasse d'un giovane intelligente e di carattere forte, era Francisco Franco: uno che si sbagliava raramente nel giudicare gli uomini. Il Caudillo s'è affezionato al giovane Juan Carlos. Negli anni Sessanta comincia a vederlo frequentemente, lo studia, lo ammaestra. E infine (anche per i consigli dei tecnocrati dell'Opus Dei che stavano intanto ammodernando l'economia spagnola) si decide a delineare la successione.
Nel '69, con una nuova legge, stabilisce infatti che alla sua morte Juan Carlos salirà al trono. Se leggiamo oggi il discorso d'accettazione che il principe pronunciò davanti alle Cortes, emerge clamoroso il contrasto con tutto quel che Juan Carlos è stato in seguito: un democratico convinto, il re che ha riconciliato i vinti e i vincitori della guerra civile, il paziente ma implacabile demolitore del vecchio regime. Il discorso alle Cortes fu infatti di tono e contenuti strettamente franchisti. I deputati applaudirono entusiasti, la tesi che il successore fosse poco più d'una marionetta manovrata dal Caudillo (e alla scomparsa di questi manovrabile dal "bunker", come veniva chiamato il nucleo duro del regime) si diffuse in Spagna e all'estero.
Ma poi, quando trent'anni fa Juan Carlos divenne re, il discorso del '69 si rivelò per quel che era: una penosa ma inevitabile finzione. Beninteso, la svolta verso una politica che presto non avrebbe avuto più nulla di franchista dovè essere cauta perché il bunker" faceva buona guardia. Ma dalle prime elezioni democratiche del '77 in poi, il re di Spagna fece capire di che pasta è fatto. Si trattava di smantellare i residui pilastri del regime: il Movimiento - la struttura politica del franchismo - e l'esercito. Il Movimiento era ormai decrepito, cadente, e metterlo fuori gioco non fu difficilissimo. Mentre l'esercito era, nella Spagna del 1975, il potere stesso. E all'interno dell'esercito l'ala conservatrice, per non dire reazionaria, restava la più
forte.
In quei primi anni del regno, la Spagna era dunque ancora in bilico tra passato e futuro. Mentre il sovrano dialogava con tutti i partiti politici, il comunista compreso, e si varavano le autonomie regionali dopo i quasi quarant'anni del rigido centralismo franchista, a Madrid si rincorrevano le voci d'un prossimo colpo di Stato ad opera degli alti gradi militari. Sinché nel febbraio dell'81 il putsch non venne effettivamente tentato, con l'irruzione d'un reparto della Guardia Civil nel Parlamento e vasti movimenti di truppe in direzione di Madrid. Fu la giornata cruciale nell'ormai lungo regno di Juan Carlos de Bòrbon y Borbòn. Un giro di boa che relegò tra le ombre del passato quel che ancora restava del regime franchista. Il sovrano sconfessò infatti i generali golpisti, rassicurò il paese, e il putsch fallì. Da allora, con una rapidità imprevedibile e mettendo in mostra energie e intelligenza politica stupefacenti, la Spagna imboccò la strada che l'ha portata ad essere uno dei paesi più vivi, moderni e meglio governati dell'Occidente.
(6 novembre 2005)