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Siria al voto tra le macerie, alle urne la sfida del regime di Assad

Reportage da Homs. Nel quartiere cristiano della città martire del conflitto uomini e donne si aggirano come spettri cercando tra le rovine qualche traccia del proprio passato. Incombono i cartelloni: "Ricostruiremo". Un invito a votare domani per il presidente
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HOMS (Siria) - "Like Hiroshima! Like Hiroshima!". Ryad Huzam non riesce a trovare parole più drammatiche nel suo modesto vocabolario d'inglese per esprimere tutta la propria disperazione davanti alla scena della sua casa distrutta e saccheggiata. E le grida di continuo, quelle due parole, mentre ci fa strada lungo il vicolo di Hamidyeh, il quartiere cristiano di Homs, invaso dalle macerie e dai rifiuti della guerra, su cui sporge la facciata annerita dalle fiamme e sventrata dai colpi d'artiglieria del palazzo in cui, al primo piano, si trovava il suo appartamento.

In realtà, non è facile descrivere la devastazione, il dolore, la barbarie quando colpiscono una città intera. Si deve forse cominciare dal silenzio profondo che avvolge gli scheletri degli edifici crollati sotto le bombe, le vie scavate in mezzo alle rovine, i posti di blocco dei soldati siriani che, nonostante la tregua, sembrano timorosi di chiunque si avvicini. Oppure da quelle figur…
HOMS (Siria) - "Like Hiroshima! Like Hiroshima!". Ryad Huzam non riesce a trovare parole più drammatiche nel suo modesto vocabolario d'inglese per esprimere tutta la propria disperazione davanti alla scena della sua casa distrutta e saccheggiata. E le grida di continuo, quelle due parole, mentre ci fa strada lungo il vicolo di Hamidyeh, il quartiere cristiano di Homs, invaso dalle macerie e dai rifiuti della guerra, su cui sporge la facciata annerita dalle fiamme e sventrata dai colpi d'artiglieria del palazzo in cui, al primo piano, si trovava il suo appartamento.

In realtà, non è facile descrivere la devastazione, il dolore, la barbarie quando colpiscono una città intera. Si deve forse cominciare dal silenzio profondo che avvolge gli scheletri degli edifici crollati sotto le bombe, le vie scavate in mezzo alle rovine, i posti di blocco dei soldati siriani che, nonostante la tregua, sembrano timorosi di chiunque si avvicini. Oppure da quelle figure leggere e isolate come fantasmi, o come comparse che sfiorano questa scena di morte. Una coppia esce da un cortile diroccato trascinando un grosso pacco e una valigia. Due ragazze camminano al centro della via, una stringendo una pila di libri che rischiano di scivolare per terra, l'altra, due quadri. Alcun manovali scaricano secchi di detriti su montagne di macerie.

Siamo arrivati ad Homs da Damasco, lasciandoci alle spalle una realtà totalmente diversa, paradossale. Mentre a pochi chilometri ancora si combatte, mentre una larga parte del paese è nelle mani dei ribelli, mentre a Homs gli abitanti di Hamidyeh tornano a cercare di recuperare memorie e tracce della loro tempo passato, a Damasco impazza la campagna elettorale. La capitale è letteralmente tappezzata di manifesti del raís, il quale cerca con le elezioni presidenziali convocate per domani, martedì 3, la legittimazione per continuare a guidare la Siria per altri sette anni.

Una conferma che non contempla alcuna sorpresa, tale è la preponderanza del messaggio di Assad, sui due concorrenti, Hassan al Nouri e Maher Hajad. Tale è il radicamento del suo potere. Resta tuttavia da vedere quanto possa pesare il voto di un corpo elettorale disperso dalla guerra civile, con due milioni e mezzo di siriani rifugiati all'estero e sei milioni costretti a fuggire dalle loro case pur rimanendo in Siria, e intere province strappate dai ribelli alla giurisdizione dello stato.

Ad Homs questa sorta di normalità imposta dal calcolo politico è ancora più visibile. Dopo la tregua che ha permesso ai ribelli di uscire armi in pugno dalla città vecchia e all'esercito siriano di interrompere il lungo assedio, la gente continua a tornare ad Hamidyeh, spinta dall'attaccamento alle proprie cose e alle proprie radici, ma non dalla speranza immediata di poter abitare presto le loro case. Troppo vasta sembra ad Homs la distruzione. Ma il regime sembra avere la risposta.

Accanto alla Chiesa che ha subito danni modesti e nessun atto di vandalismo, contrariamente al palazzo del Metropolita che è stato distrutto, sopra il negozio di moda Danny, un grande striscione con la foto di Bashar el Assad, il presidente candidato a succedere a se stesso, ondeggia al vento. "La ricostruiremo insieme", dice lo slogan in arabo alludendo ovviamente alla città.

Ryad Husam, 60 anni, fotografo, è fra quelli che, pur sapendo che tornare a vivere ad Hamidyeh non sarà facile, non riesce a stare lontano dalla sua casa, adesso che la guerra sembra essersi allontanata da Homs e quelle lontane raffiche di mitra che il silenzio amplifica. "Son andato via il 6 gennaio del 2012, non lo dimenticherò mai. Ho chiuso la porta di casa piangendo. La mia famiglia aveva vissuto qui per 150 anni. Io avevo aperto uno studio fotografico con sviluppo e stampa a colori, il primo ad Homs e forse in tutta la Siria. Avevo fatto arrivare l'apparecchiatura dall'Italia".

Città strategica per la sua prossimità al confine libanese, vale a dire ad una delle frontiere che hanno alimentato la rivolta armata contro Assad, conquistare Homs per i ribelli significava infliggere una sconfitta devastante al regime spezzando l'asse vitale che da Damasco conduce fino a Latakia e alla costa del Mediterraneo. Per questo, i gruppi armati hanno provato in tutti i modi a impossessarsene e l'esercito siriano con l'appoggio delle milizie Hezbollah e dei "consiglieri" iraniani ha cerato in tutti i modi d'impedirglielo. Questo spiega l'intensità dello scontro.

Qui ad Hamidyeh si vede come i cristiani siano rimasti prigionieri di questa tenaglia. A qualche decina di metri dalla Chiesa di Notre Dame de la Ceinture, ecco il convento gesuita dove, pochi giorni prima che scattasse la tregua favorita dalla mediazione dell'Iran, è stato ucciso padre Franz van der Lugt, il gesuita olandese che aveva deciso di rimanere nel quartiere a proteggere, essendone lui stesso a sua volta protetto, la comunità cristiana. "Eravamo rimasti più o meno un centinaio - racconta Nazim Anawati, ingegnere, che abita a pochi passi dal convento - alla fine eravamo ridotti in 24. Siamo rimasti per testimoniare la nostra fede ed anche per difendere padre Franz e il convento, senza alcuna ostilità verso nessuno perché noi non facciamo differenza tra cristiani e musulmani".

Quello che successe quel giorno Nazim l'ha saputo direttamente da un testimone oculare, che, ancora sotto shock, ha preferito parlare con lui ma non vuole parlare con i giornalisti. "A un certo punto è entrato un giovane armato di kalashnikov e con la faccia coperta da una sciarpa che lasciava liberi soltanto gli occhi. Ha chiesto di padre Franz cui avrebbe dovuto dire una cosa importante... padre Franz ha sentito che c'era del movimento ed è salito dal piano di sotto. Il giovane armato gli ha chiesto di uscire dal convento, ma lui gli ha risposto che non sarebbe uscito fuori con un uomo dal viso coperto. Allora, il giovane, pensiamo che fosse un giovane sui vent'anni, lo ha fatto sedere su quella sedia, ha messo il colpo in canna, ha appoggiato la canna alla testa ed ha sparato. Il proiettile è entrato da un lato ed è uscito dall'altro. Padre Franz non s'è mosso. Ha chinato la testa ed è morto. Soltanto gli occhiali erano saltati via. Li abbiamo trovati qualche giorno fa in un'aiuola". Nel giardino del convento hanno lasciato la sedia di plastica lì dove si trovava. Hanno soltanto aggiunto un mazzetto di fiori incollato con il nastro adesivo alla spalliera.