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Obama: "Trecento consiglieri militari Usa in Iraq, ma la soluzione è politica"

(reuters)
Il presidente Usa conferma che non ci sarà impegno diretto delle forze armate Usa, e al presidente Maliki lancia un avvertimento: "I leader iracheni devono garantire processo politico inclusivo di sunniti, sciiti e kurdi". Scontri: 70 miliziani sarebbero rimasti uccisi. Kerry in Medio Oriente la prossima settimana
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WASHINGTON - "Siamo pronti a inviare circa 300 consiglieri militari per aiutare gli iracheni a combattere i terroristi. I soldati americani non torneranno in Iraq". Barack Obama conferma che non ci sarà un nuovo impegno diretto delle forze armate americane nell'Iraq devastato dall'avanzata dei miliziani filo Al Qaeda dell'Isis: "La risposta migliore alla minaccia dell'Isis è dare la possibilità alle forze locali di rispondere". Il presidente americano annuncia poi la missione del segretario di Stato John Kerry in Medio Oriente per consultarsi con gli alleati. Ma prima di tutto, i leader iracheni devono superare le divisioni e rispondere con un processo politico e non con la violenza alle minacce". E lancia una nuova critica pesante al presidente Nouri al-Maliki: "Non c'è soluzione militare in Iraq, di certo non guidata dagli Usa, ma solo un processo politico inclusivo può portare a uno scioglimento della crisi". Anc…
WASHINGTON - "Siamo pronti a inviare circa 300 consiglieri militari per aiutare gli iracheni a combattere i terroristi. I soldati americani non torneranno in Iraq". Barack Obama conferma che non ci sarà un nuovo impegno diretto delle forze armate americane nell'Iraq devastato dall'avanzata dei miliziani filo Al Qaeda dell'Isis: "La risposta migliore alla minaccia dell'Isis è dare la possibilità alle forze locali di rispondere". Il presidente americano annuncia poi la missione del segretario di Stato John Kerry in Medio Oriente per consultarsi con gli alleati. Ma prima di tutto, i leader iracheni devono superare le divisioni e rispondere con un processo politico e non con la violenza alle minacce". E lancia una nuova critica pesante al presidente Nouri al-Maliki: "Non c'è soluzione militare in Iraq, di certo non guidata dagli Usa, ma solo un processo politico inclusivo può portare a uno scioglimento della crisi". Anche se "non è il nostro lavoro scegliere i leader iracheni", ci vogliono "leader politici" in grado di garantire questo processo inclusivo. "Non è un segreto che ora c'è una divisione profonda tra sunniti, sciiti e kurdi".

Per l'amministrazione Usa è vitale però che la capitale irachena non cada nelle mani dell'Isis. "E' un buon investimento per gli interessi degli Usa assicurare che il perimetro intorno a Bagdad non venga violato". Gli Usa, aggiunge Obama, "hanno aumentato la propria intelligence, la sorveglianza e le operazioni di perlustrazione in Iraq per capire meglio quali siano le minacce a Bagdad".

Secondo quanto spiegato alla Cnn da una fonte del Pentagono, il dispiegamento delle forze speciali avverrà in piccole squadre ed in modo graduale. Le squadre verranno dislocate nelle diverse caserme dell'esercito iracheno ed avranno anche il compito di raccogliere informazioni riguardo alle forze dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante.

Ieri era stato il governo iracheno a chiedere formalmente l'intervento militare americano per fermare l'avanzata dell'Isis. La strategia statunitense, secondo quanto riportato dal 'Wall Street Journal', prevede anche un'azione politica per riportare stabilità nel paese con un nuovo governo senza il premier sciita al-Maliki, e con il coinvolgimento delle comunità sunnita e curda. Il premier iracheno, accusato di attuare politiche settarie che hanno scatenato la crisi in corso nel paese, ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di dimettersi.

La collaborazione dell'Iran è importante, ha aggiunto Obama, a patto che anche il governo di Teheran adotti l'approccio dell'inclusività nei processi politici all'interno dell'Iraq, non privilegiando dunque la protezione delle fazioni sciite sugli interessi dei sunniti.

Nuovi combattimenti. Secondo il 'Wall Street Journal' gli estremisti sunniti dell'Isis hanno occupato quello che una volta era il principale sito di produzione delle armi chimiche del regime di Saddam Hussein. Il complesso conterrebbe ancora una scorta di vecchie armi. A nord di Bagdad si combatte per il controllo della raffineria di Baiji, con le truppe governative che hanno lanciato un'offensiva per riprendere in mano il sito. La zona è strategica perché è il corridoio di passaggio degli oleodotti che portano il greggio fuori dal Paese.

L'ANALISI: L'ISIS MINACCIA GLOBALE

LA MAPPA Jihadisti tra califfato islamico e petrolio

La lotta per le raffinerie.
Il portavoce per la sicurezza del premier Nouri al-Maliki ha affermato in tv che "le forze di sicurezza hanno il totale controllo della raffineria di Baiji", 200 chilometri a nord di Bagdad, attaccato nei giorni scorsi dai jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis).

Settanta miliziani sarebbero stati uccisi e dieci loro veicoli distrutti. L'attacco alle raffinerie, che producono 600 mila barili al giorno, aveva destato allarme tanto da spingere alcune tra le più importanti compagnie petrolifere operanti nel paese, come la Exxon e la British Petroleum, ad operare una "massiccia evacuazione" del proprio personale.

Aumento il prezzi del greggio.
Le tensioni in Iraq hanno avuto pesanti ripercussioni sul prezzo del petrolio sui mercati internazionali, con la possibile riduzione delle forniture del secondo produttore di greggio dei paesi Opec. Il Brent ha raggiunto il massimo dal 9 settembre scorso sfiorando i 115 dollari a barile ed è quotato ora 114,36 dollari a barile (+10 cent). Il greggio Usa guadagna 30 cent a 106,27 dollari al barile.

Le accuse ad Arabia Saudita e Qatar. Secondo quanto afferma oggi il quotidiano semi-governativo iracheno 'Al Sabah', citando "fonti di intelligence", l'offensiva sarebbe stata messa a punto in una riunione due giorni prima ad Amman alla presenza di 13 fazioni sunnite anti-governative, tra cui i baathisti legati al passato regime di Saddam Hussein, con l'intento di abbattere l'esecutivo di Bagdad. ll giornale accusa Arabia Saudita e Qatar di avere finanziato l'acquisto di armi sul mercato nero per i ribelli. I convenuti in Giordania avrebbero deciso di giurare fedeltà al capo dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis), Abu Bakr al Baghdadi. Al Sabah scrive che i convenuti hanno siglato un patto per fare cadere il primo ministro sciita Nouri al-Maliki, con una forza complessiva di circa 30 mila miliziani.