"A OTTOBRE abbiamo corso a Erbil la terza Maratona internazionale dell'Iraq. Terza nel senso che nella storia del Paese ce ne sono state solo tre. Le nostre. Fino a ottomila partecipanti: ragazze e ragazzi curdi, sciiti, sunniti, musulmani, cattolici... E poi qualche decina di occidentali. Un vero spettacolo. Ora, invece, non riusciamo neanche a fare la chat bisettimanale per organizzare i prossimi eventi. Da laggiù tutto tace". Nicola Visconti mentre parla fissa un punto invisibile fuori dalla finestra della sua casa romana. Come se cercasse di raggiungere, almeno con lo sguardo della memoria, le strade polverose delle città irachene. "Alla vigilia della corsa di ottobre abbiamo fatto un giro anche a nella valle di Lalish, la culla degli Yazidi. Sembrava un angolo di paradiso, adesso invece si è scatenato l'inferno... non ci posso pensare".
Nicola, che in Italia dirige un'agenzia di comunicazioni, coltiva da cinque anni un sogno che anche oggi, mentre l'Iraq sprofonda di nuovo nella guerra, è convinto di realizzare: la Bagdad Marathon. Una maratona internazionale nella capitale irachena, come ce ne sono in ogni metropoli del mondo, da New York a Roma, da Londra a Berlino. "Qualche mese fa eravamo a un passo dalla realizzazione. Tutto pronto, comprese le autorizzazioni delle istituzioni, delle forze di sicurezza e del comitato olimpico iracheno. Poi è successo quello che è successo. Ma per noi non cambia nulla, continuiamo a lavorare al nostro sogno: la maratona si farà appena possibile e sarà la vittoria della normalità sull'orrore della guerra".
Nella fotogalleria le immagini della maratona del 2012:
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Sport Against Violence, il gruppo sportivo creato da Visconti, in questi anni ha già organizzato in collaborazione con istituzioni non governative, una decina di competizioni in Iraq: tre maratone a Erbil; corse di 10 chilometri a Bassora, Kirkuk e Sulaimaniya; e soprattutto un paio di gare all'interno del compound universitario della capitale. Prove generali della maratona internazionale che, secondo i progetti, si svolgerà proprio dentro le mura dell'università: i canonici 42 chilometri e 195 metri coperti inanellando varie ripetizioni di uno stesso circuito. Chissà quando. "Certo, sarebbe bello correrla nelle strade di Bagdad, attraversando tutti i quartieri, come succede in ogni altra città del mondo - dice Nicola - . Ma è ancora presto per questo ulteriore sogno di pace. Siamo riusciti a farlo a Erbil, ma solo perché nella città curda negli ultimi anni non si è mai sparato e non ci sono stati attentati. E' una zona pacificata. Anzi, "era" una zona pacificata: chissà come sta in questi giorni la gente che ci applaudiva tranquillamente dai marciapiedi durante le tre maratone che abbiamo organizzato".
Come sempre, lo sport diventa un punto di vista alternativo su questioni politiche, religiose, economiche. Anche le più laceranti: "Nelle nostre corse ho conosciuto un Iraq che è difficile decifrare leggendo solo i giornali occidentali o seguendo le notizie attraverso i grandi mass media - prova a spiegare Visconti -. Può sembrare incredibile, ma sia a Erbil che a Bagdad hanno partecipato rappresentanti di ogni etnia e religione. Tutti insieme on the road". E mentre parla, Nicola scorre le fotografie di quelle gare: ragazzi e ragazzini con le più improbabili tenute sportive, un trionfo di maglie del Real Madrid, del Barcellona o del Chelsea. Qualche velo. Tute cerate al fianco delle canottiere e dei pantaloncini tecnici dei runner occidentali e dei podisti più competitivi iracheni. E poi scarpe di ogni tipo, non esclusi gli scarpini da calcio con tanto di tacchetti. Ma soprattutto visi sudati e sorridenti all'inseguimento di una vita normale.
Nicola, che in Italia dirige un'agenzia di comunicazioni, coltiva da cinque anni un sogno che anche oggi, mentre l'Iraq sprofonda di nuovo nella guerra, è convinto di realizzare: la Bagdad Marathon. Una maratona internazionale nella capitale irachena, come ce ne sono in ogni metropoli del mondo, da New York a Roma, da Londra a Berlino. "Qualche mese fa eravamo a un passo dalla realizzazione. Tutto pronto, comprese le autorizzazioni delle istituzioni, delle forze di sicurezza e del comitato olimpico iracheno. Poi è successo quello che è successo. Ma per noi non cambia nulla, continuiamo a lavorare al nostro sogno: la maratona si farà appena possibile e sarà la vittoria della normalità sull'orrore della guerra".
Nella fotogalleria le immagini della maratona del 2012:
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Sport Against Violence, il gruppo sportivo creato da Visconti, in questi anni ha già organizzato in collaborazione con istituzioni non governative, una decina di competizioni in Iraq: tre maratone a Erbil; corse di 10 chilometri a Bassora, Kirkuk e Sulaimaniya; e soprattutto un paio di gare all'interno del compound universitario della capitale. Prove generali della maratona internazionale che, secondo i progetti, si svolgerà proprio dentro le mura dell'università: i canonici 42 chilometri e 195 metri coperti inanellando varie ripetizioni di uno stesso circuito. Chissà quando. "Certo, sarebbe bello correrla nelle strade di Bagdad, attraversando tutti i quartieri, come succede in ogni altra città del mondo - dice Nicola - . Ma è ancora presto per questo ulteriore sogno di pace. Siamo riusciti a farlo a Erbil, ma solo perché nella città curda negli ultimi anni non si è mai sparato e non ci sono stati attentati. E' una zona pacificata. Anzi, "era" una zona pacificata: chissà come sta in questi giorni la gente che ci applaudiva tranquillamente dai marciapiedi durante le tre maratone che abbiamo organizzato".
Come sempre, lo sport diventa un punto di vista alternativo su questioni politiche, religiose, economiche. Anche le più laceranti: "Nelle nostre corse ho conosciuto un Iraq che è difficile decifrare leggendo solo i giornali occidentali o seguendo le notizie attraverso i grandi mass media - prova a spiegare Visconti -. Può sembrare incredibile, ma sia a Erbil che a Bagdad hanno partecipato rappresentanti di ogni etnia e religione. Tutti insieme on the road". E mentre parla, Nicola scorre le fotografie di quelle gare: ragazzi e ragazzini con le più improbabili tenute sportive, un trionfo di maglie del Real Madrid, del Barcellona o del Chelsea. Qualche velo. Tute cerate al fianco delle canottiere e dei pantaloncini tecnici dei runner occidentali e dei podisti più competitivi iracheni. E poi scarpe di ogni tipo, non esclusi gli scarpini da calcio con tanto di tacchetti. Ma soprattutto visi sudati e sorridenti all'inseguimento di una vita normale.