WASHINGTON - Barack Obama ha un piano per combattere la minaccia jihadista in Siria e in Iraq. Attaccato dai media internazionali dopo la sua ammissione di "non aver ancora una stategia" per risolvere la situazione nei due stati mediorientali, il presidente americano ha annunciato un imminente cambio di rotta in un'intervista in onda stasera alla trasmissione della Nbc "Meet the Press".
Il presidente americano ha ribadito che non invierà truppe di terra in Iraq o Siria e ha confermato, invece, che Washington sarà alla guida di "una coalizione internazionale" di 10 Paesi - tra cui l'Italia - che si limiterà a raid aerei a sostegno delle truppe di Baghdad e dei peshmerga curdi. Obama non ha invece voluto rivelare se autorizzerà bombardamenti anche in Siria, in particolare a Raqqa, la roccaforte di Is. Se il presidente decidesse un simile intervento, gli Usa si troverebbero nella posizione scomoda di alleati di fatto del regime siriano. Obama ha chiarito che spiegherà mercoledì 10 settembre - il giorno prima del 13esimo anniversario dell'attacco di al Qaeda - in un discorso alla nazione, i cui contenuti verranno anticipati martedì ai leader del Congresso - il suo piano che vede una "nuova fase per iniziare qualche forma di offensiva" contro Is.
Riguardo a eventuali bombardamenti in Siria, Obama non ha parlato in termini espliciti lasciando però aperti diversi scenari: "La strategia Usa sia per l'Iraq che per la Siria è che andremo a caccia dei membri (dello Stato Islamico) ovunque si trovino". Obama ha ribadito che gli Stati Uniti cercheranno di coinvolgere nella coalizione anche l'Arabia Saudita, la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia.
Per il presidente americano il ruolo dei Paesi sunniti sarà quello di coinvolgere le tribù correligionarie irachene, grazie ad un sostegno "economico". La stessa strategia dimostratasi efficace nel 2007-2008 voluta dal generale David Petraeus che conquistò, anche con il denaro, il sostegno delle tribù sunnite che formarono una forza di combattimento Sawha (del risveglio). Strategia bruscamente interrotta anche prima del ritiro delle forze Usa a fine 2011 per la settarizzazione della politica irachena promossa dall'ex premier, lo sciita Nouri al Maliki, considerata la causa del 'quasi' fallimento dell'Iraq come Stato.
"Voglio che gli americani comprendano la natura della minaccia rappresentata (da Is) e come la affronteremo e rassicurarli che saremo in grado di farlo. Tutti debbono capire che non abbiamo alcun segnale (al momento) dall'intelligence di un'immediata minaccia all'America", ma questo non significa, "che nel corso del tempo (Is) non possa rappresentare una grave minaccia alla madrepatria", soprattuto dai cosidetti "foreign fighters" (combattenti di Is occidentali) che grazie ai loro passaporti potrebbero "senza ostacoli" entrare negli Usa e colpire. Obama ha quindi ammesso di aver sbagliato di grosso quando a gennaio schernì Is definendola non una grave minaccia ma solo "la squadra delle riserve di un college, indossare la maglia del Lakers (squadra basket pluripremiata) non fa di loro Kobe Bryant". Oggi alla Nbc ha fatto marcia indietro: "Non sono (affatto) una squadra di riserve".
Obama ha ribadito che questa offensiva contro Is non vedrà il coinvolgimento di truppe di terra in Siria e Iraq perché "questa non sarà l'equivalente di un'altra guerra in Iraq", come quella di George W. Bush nel 2003, "ma sarà simile alle campagne anti-terrorismo che abbiamo effettuato nel corso degli ultimi cinque, sei, sette anni. Saremo parte di una coalizione internazionale che effettuerà raid aerei a sostegno delle truppe irachene e curde sul terreno".
Obama è poi tornato a parlare di un'altra gaffe, ammettendo un altro errore: andare a giocare a golf dopo essere intervenuto in Tv per deplorare la decapitazione del reporter Usa James Foley non è stata proprio una bella idea. Anche se il presidente Usa difende la sua buona fede. "E' chiaro - ha ammesso nel corso di un'intervista alla Nbc - che dopo aver parlato alle famiglie e dopo le dichiarazioni che ho fatto avrei dovuto capire l'effetto" che avrebbe avuto quella decisione. "Ma tutti quelli che mi conoscono, compresi i giornalisti - ha aggiunto - credo sappiano che le mie parole sono sincere e che certe situazioni mi toccano davvero profondamente".
La vicenda risale al 20 agosto, quando Obama, in vacanza sull'isola di Marthàs Vineyard, prima parlo alla nazione in diretta Tv, con toni gravi e indignati, per condannare il video shock della decapitazione di Foley. Subito dopo fu ripreso, decisamente sorridente, impegnato in una partita di golf. Una vicenda che ha scatenato tantissime critiche e polemiche.
Il presidente americano ha ribadito che non invierà truppe di terra in Iraq o Siria e ha confermato, invece, che Washington sarà alla guida di "una coalizione internazionale" di 10 Paesi - tra cui l'Italia - che si limiterà a raid aerei a sostegno delle truppe di Baghdad e dei peshmerga curdi. Obama non ha invece voluto rivelare se autorizzerà bombardamenti anche in Siria, in particolare a Raqqa, la roccaforte di Is. Se il presidente decidesse un simile intervento, gli Usa si troverebbero nella posizione scomoda di alleati di fatto del regime siriano. Obama ha chiarito che spiegherà mercoledì 10 settembre - il giorno prima del 13esimo anniversario dell'attacco di al Qaeda - in un discorso alla nazione, i cui contenuti verranno anticipati martedì ai leader del Congresso - il suo piano che vede una "nuova fase per iniziare qualche forma di offensiva" contro Is.
Riguardo a eventuali bombardamenti in Siria, Obama non ha parlato in termini espliciti lasciando però aperti diversi scenari: "La strategia Usa sia per l'Iraq che per la Siria è che andremo a caccia dei membri (dello Stato Islamico) ovunque si trovino". Obama ha ribadito che gli Stati Uniti cercheranno di coinvolgere nella coalizione anche l'Arabia Saudita, la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia.
Per il presidente americano il ruolo dei Paesi sunniti sarà quello di coinvolgere le tribù correligionarie irachene, grazie ad un sostegno "economico". La stessa strategia dimostratasi efficace nel 2007-2008 voluta dal generale David Petraeus che conquistò, anche con il denaro, il sostegno delle tribù sunnite che formarono una forza di combattimento Sawha (del risveglio). Strategia bruscamente interrotta anche prima del ritiro delle forze Usa a fine 2011 per la settarizzazione della politica irachena promossa dall'ex premier, lo sciita Nouri al Maliki, considerata la causa del 'quasi' fallimento dell'Iraq come Stato.
"Voglio che gli americani comprendano la natura della minaccia rappresentata (da Is) e come la affronteremo e rassicurarli che saremo in grado di farlo. Tutti debbono capire che non abbiamo alcun segnale (al momento) dall'intelligence di un'immediata minaccia all'America", ma questo non significa, "che nel corso del tempo (Is) non possa rappresentare una grave minaccia alla madrepatria", soprattuto dai cosidetti "foreign fighters" (combattenti di Is occidentali) che grazie ai loro passaporti potrebbero "senza ostacoli" entrare negli Usa e colpire. Obama ha quindi ammesso di aver sbagliato di grosso quando a gennaio schernì Is definendola non una grave minaccia ma solo "la squadra delle riserve di un college, indossare la maglia del Lakers (squadra basket pluripremiata) non fa di loro Kobe Bryant". Oggi alla Nbc ha fatto marcia indietro: "Non sono (affatto) una squadra di riserve".
Obama ha ribadito che questa offensiva contro Is non vedrà il coinvolgimento di truppe di terra in Siria e Iraq perché "questa non sarà l'equivalente di un'altra guerra in Iraq", come quella di George W. Bush nel 2003, "ma sarà simile alle campagne anti-terrorismo che abbiamo effettuato nel corso degli ultimi cinque, sei, sette anni. Saremo parte di una coalizione internazionale che effettuerà raid aerei a sostegno delle truppe irachene e curde sul terreno".
Obama è poi tornato a parlare di un'altra gaffe, ammettendo un altro errore: andare a giocare a golf dopo essere intervenuto in Tv per deplorare la decapitazione del reporter Usa James Foley non è stata proprio una bella idea. Anche se il presidente Usa difende la sua buona fede. "E' chiaro - ha ammesso nel corso di un'intervista alla Nbc - che dopo aver parlato alle famiglie e dopo le dichiarazioni che ho fatto avrei dovuto capire l'effetto" che avrebbe avuto quella decisione. "Ma tutti quelli che mi conoscono, compresi i giornalisti - ha aggiunto - credo sappiano che le mie parole sono sincere e che certe situazioni mi toccano davvero profondamente".
La vicenda risale al 20 agosto, quando Obama, in vacanza sull'isola di Marthàs Vineyard, prima parlo alla nazione in diretta Tv, con toni gravi e indignati, per condannare il video shock della decapitazione di Foley. Subito dopo fu ripreso, decisamente sorridente, impegnato in una partita di golf. Una vicenda che ha scatenato tantissime critiche e polemiche.