La "mission impossible" di Obama contro l'Is
Federico Rampini, dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK – “Se continuano a dilagare incontrastati, i jihadisti di Isis possono diventare una minaccia crescente non solo in quell’area, ma per gli Stati Uniti”. Con queste parole Barack Obama ha annunciato il salto d’intensità nell’impegno militare americano in Iraq e in Siria. Ne ha definito però anche i limiti. Ci sarà “una campagna sistematica di attacchi aerei” contro le basi dello Stato islamico, non più solo sul territorio iracheno ma anche in Siria. Dunque un allargamento gravido di conseguenze, perché mentre in Iraq gli Usa agiscono con l’accordo del governo locale, in Siria “invadono” i cieli di uno Stato nemico, governato da Assad (anche se, indirettamente, lo aiutano visto che Isis combatte pure contro di lui). Obama manda 475 soldati in più, portando a oltre 1.100 la presenza di militari americani in Iraq. Tuttavia “non avranno una missione di guerr…
NEW YORK – “Se continuano a dilagare incontrastati, i jihadisti di Isis possono diventare una minaccia crescente non solo in quell’area, ma per gli Stati Uniti”. Con queste parole Barack Obama ha annunciato il salto d’intensità nell’impegno militare americano in Iraq e in Siria. Ne ha definito però anche i limiti. Ci sarà “una campagna sistematica di attacchi aerei” contro le basi dello Stato islamico, non più solo sul territorio iracheno ma anche in Siria. Dunque un allargamento gravido di conseguenze, perché mentre in Iraq gli Usa agiscono con l’accordo del governo locale, in Siria “invadono” i cieli di uno Stato nemico, governato da Assad (anche se, indirettamente, lo aiutano visto che Isis combatte pure contro di lui). Obama manda 475 soldati in più, portando a oltre 1.100 la presenza di militari americani in Iraq. Tuttavia “non avranno una missione di guerra”, bensì di addestramento dell’esercito locale. Infine la sua strategia si fonda su una coalizione di alleati, sia forze Nato che paesi arabi. E a questi alleati il presidente pone un obiettivo aggiuntivo: “degradare e infine distruggere Isis”, ma anche arginare il flusso di “combattenti stranieri”, i tanti jihadisti con passaporto americano o europeo che si stanno aruolando al servizio del Grande Califfato, e potrebbero tornare in Occidente per organizzare attentati.
Obama ha scelto di parlare alla vigilia dell’11 settembre per sottolineare la gravità del momento. Allo stesso tempo ha voluto rassicurare gli americani: lui che è stato eletto per finire due guerre non ne sta aprendo una terza. Si tratta di una missione circoscritta, che lui ha paragonato a quelle già in atto in Yemen e Somalia: due teatri più distanti, dove le azioni americani sono state condotte quasi esclusivamente con i droni. In Iraq e in Siria in realtà i bombardamenti aerei saranno ben più estesi e frequenti, con l’intervento dell’US Air Force oltre che delle forze aeree inglesi e francesi. Il paragone con Yemen e Somalia serve a indicare che Obama non vuole farsi risucchiare nel “mission creep”, la logica dell’escalation strisciante che dal Vietnam in poi ha spesso visto gli Usa iniziare con l’invio di “consiglieri militari” per poi vedersi “costretti” a mandare un vero esercito. Inoltre, a differenza che in Yemen e Somalia, il teatro di guerra iracheno e siriano presenta incognite molto maggiori. L’opinione degli esperti è unanime sul fatto che Isis ha già oggi un insediamento territoriale importante, ha basi di consenso tra la popolazione sunnita in quelle aree e in altri paesi islamici. In quanto al pericolo di attentati sul suolo americano, il sindaco Bill de Blasio proprio ieri ha ricordato che New York è sempre un bersaglio potenziale. Dello stesso parere è il premier britannico David Cameron dopo che i servizi inglesi hanno alzato al massimo il livello di allerta anti-terrorismo. E in occasione del vertice Nato in Galles la scorsa settimana lo stesso Obama aveva indicato come un precedente inquietante l’attentato avvenuto a maggio a Bruxells contro un centro ebraico.
Le decapitazioni di due giornalisti americani da parte dei militanti jihadisti in Siria sono state decisive nel far fare questo salto di qualità a Obama. Quei video sulle feroci esecuzioni dei giornalisti hanno anche provocato una svolta nell’opinione pubblica Usa, che prima era riluttante ad appoggiare un intervento militare ed ora è diventata molto più sensibile alla minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Rispetto alle condizioni in cui l’America entrò in guerra in Afghanistan nel dicembre 2001 e in Iraq nel 2003, oggi non c’è un vero consenso bipartisan dietro il presidente. Rivolgendosi alla nazione Obama ha spiegato che “l’America è più forte quando siamo uniti, io ho il potere di decidere questo intervento da solo ma voglio l’appoggio del Congresso e dei cittadini”. Tuttavia Obama è debole nei sondaggi, la destra gli conduce un assedio senza quartiere, e siamo ormai a meno di due mesi dalle elezioni legislative di mid-term in cui i repubblicani puntano a fare l’en plein, conquistando una maggioranza anche al Senato (alla Camera ce l’hanno già dal novembre 2010). Quindi Obama si muove su un terreno minato anche in politica interna, con l’opposizione pronta ad attaccarlo per qualunque errore sul terreno. L’altra incognita riguarda l’efficacia della coalizione anti-Isis. Tra i dieci paesi della Nato solo Inghilterra e Francia si dicono disposte a seguirlo anche militarmente, gli altri hanno promesso aiuti umanitari e logistici. I paesi arabi alleati che Obama vuole coinvolgere, dall’Arabia allo Yemen, finora non hanno indicato di voler contribuire con le loro truppe ai combattimenti di terra. Restano quindi l’esercito governativo iracheno, e l’opposizione “moderata” siriana, quella che è schiacciata tra le forze di Assad e l’Isis. Che il Pentagono sia in grado rapidamente di “addestrare e consigliare” questi due schieramenti, perché ribaltino i rapporti di forze sul campo, è tutto da dimostrare. Una missione difficile, se non impossibile, che Obama descrive come una sfida di lungo periodo: probabilmente destinata ad essere continuata da chi gli succederà alla Casa Bianca nel 2016.
Obama ha scelto di parlare alla vigilia dell’11 settembre per sottolineare la gravità del momento. Allo stesso tempo ha voluto rassicurare gli americani: lui che è stato eletto per finire due guerre non ne sta aprendo una terza. Si tratta di una missione circoscritta, che lui ha paragonato a quelle già in atto in Yemen e Somalia: due teatri più distanti, dove le azioni americani sono state condotte quasi esclusivamente con i droni. In Iraq e in Siria in realtà i bombardamenti aerei saranno ben più estesi e frequenti, con l’intervento dell’US Air Force oltre che delle forze aeree inglesi e francesi. Il paragone con Yemen e Somalia serve a indicare che Obama non vuole farsi risucchiare nel “mission creep”, la logica dell’escalation strisciante che dal Vietnam in poi ha spesso visto gli Usa iniziare con l’invio di “consiglieri militari” per poi vedersi “costretti” a mandare un vero esercito. Inoltre, a differenza che in Yemen e Somalia, il teatro di guerra iracheno e siriano presenta incognite molto maggiori. L’opinione degli esperti è unanime sul fatto che Isis ha già oggi un insediamento territoriale importante, ha basi di consenso tra la popolazione sunnita in quelle aree e in altri paesi islamici. In quanto al pericolo di attentati sul suolo americano, il sindaco Bill de Blasio proprio ieri ha ricordato che New York è sempre un bersaglio potenziale. Dello stesso parere è il premier britannico David Cameron dopo che i servizi inglesi hanno alzato al massimo il livello di allerta anti-terrorismo. E in occasione del vertice Nato in Galles la scorsa settimana lo stesso Obama aveva indicato come un precedente inquietante l’attentato avvenuto a maggio a Bruxells contro un centro ebraico.
Le decapitazioni di due giornalisti americani da parte dei militanti jihadisti in Siria sono state decisive nel far fare questo salto di qualità a Obama. Quei video sulle feroci esecuzioni dei giornalisti hanno anche provocato una svolta nell’opinione pubblica Usa, che prima era riluttante ad appoggiare un intervento militare ed ora è diventata molto più sensibile alla minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Rispetto alle condizioni in cui l’America entrò in guerra in Afghanistan nel dicembre 2001 e in Iraq nel 2003, oggi non c’è un vero consenso bipartisan dietro il presidente. Rivolgendosi alla nazione Obama ha spiegato che “l’America è più forte quando siamo uniti, io ho il potere di decidere questo intervento da solo ma voglio l’appoggio del Congresso e dei cittadini”. Tuttavia Obama è debole nei sondaggi, la destra gli conduce un assedio senza quartiere, e siamo ormai a meno di due mesi dalle elezioni legislative di mid-term in cui i repubblicani puntano a fare l’en plein, conquistando una maggioranza anche al Senato (alla Camera ce l’hanno già dal novembre 2010). Quindi Obama si muove su un terreno minato anche in politica interna, con l’opposizione pronta ad attaccarlo per qualunque errore sul terreno. L’altra incognita riguarda l’efficacia della coalizione anti-Isis. Tra i dieci paesi della Nato solo Inghilterra e Francia si dicono disposte a seguirlo anche militarmente, gli altri hanno promesso aiuti umanitari e logistici. I paesi arabi alleati che Obama vuole coinvolgere, dall’Arabia allo Yemen, finora non hanno indicato di voler contribuire con le loro truppe ai combattimenti di terra. Restano quindi l’esercito governativo iracheno, e l’opposizione “moderata” siriana, quella che è schiacciata tra le forze di Assad e l’Isis. Che il Pentagono sia in grado rapidamente di “addestrare e consigliare” questi due schieramenti, perché ribaltino i rapporti di forze sul campo, è tutto da dimostrare. Una missione difficile, se non impossibile, che Obama descrive come una sfida di lungo periodo: probabilmente destinata ad essere continuata da chi gli succederà alla Casa Bianca nel 2016.