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(reuters)

Referendum in Scozia: per cosa si vota?

Quasi cinque milioni di scozzesi alle urne il 18 settembre: sì o no al quesito se la regione debba diventare un paese indipendente. Un passaggio storico per il Regno Unito e per l'Europa, tra paure, ragione, portafoglio e sentimento
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

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"Should Scotland be an independent country?" A questa semplice domanda  -  la Scozia dovrebbe essere un paese indipendente  -  sono chiamati a rispondere giovedì 18 settembre quasi 5 milioni di scozzesi dai16 anni in su (l'età legale per votare è stata abbassata per l'occasione), o meglio 5 milioni di residenti in Scozia, quale che sia la loro identità etnica, scozzesi, inglesi o quant'altro. Il referendum è il risultato della devolution lanciata da Tony Blair negli anni '90, con cui la Scozia ha ottenuto un parlamento e un governo autonomi. Ma è stato il primo ministro conservatore David Cameron a concordare la data e il quesito della consultazione insieme al premier scozzese Alex Salmond, leader dello Scottish National Party, il partito nazionalista che si batte per l'indipendenza.

Facendo un passo più indietro nel tempo si può dire che l'appuntamento del 18 settembre ha le sue radici nell'indipendenza persa dalla Scozia 300 anni fa, quando fu annessa dall'Inghilterra formando così il Regno Unito di Gran Bretagna, e ancora più indietro nella battaglia con cui 700 anni or sono la Scozia aveva invece conquistato la propria indipendenza, sconfiggendo gli inglesi e diventando un paese sovrano per i quattro secoli seguenti. Non a caso il premier Salmond ha voluto che il referendum si svolgesse proprio nel settecentesimo anniversario di quella epica vittoria militare.

Fino a un paio di mesi fa sembrava che i "no" all'indipendenza avrebbero facilmente avuto la meglio, nei sondaggi hanno sempre mantenuto un vantaggio oscillante fra i 20 e i 10 punti percentuali. Dopo due dibattiti televisivi e quando la campagna referendaria è entrata nelle sue battute finali, tuttavia, i "sì" si sono avvicinati, a dieci giorni dal voto hanno momentaneamente perfino sorpassato i "no" in un sondaggio e ora i due schieramenti appaiono così vicini che, come scrive il quotidiano Guardian di Londra, è impossibile prevedere chi vincerà.

Gli indipendentisti citano ragioni del cuore, "la Scozia si è sempre sentita una nazione", e del portafoglio, sostenendo di volere utilizzare meglio le risorse della regione, a cominciare dal petrolio, per costruire una società più ricca e più giusta, sul modello scandinavo per cui sentono maggiori affinità anche storiche. Inoltre la Scozia esprime da sempre posizioni più di sinistra (e più europeiste) del resto della Gran Bretagna, e non ama sentirsi governata dall'establishment conservatore di Londra.

Sul fronte opposto, tutti i partiti politici britannici, conservatori, liberaldemocratici, laburisti, sono uniti nel chiedere alla Scozia di restare parte del Regno Unito, da un lato paventando gravi conseguenze economiche se non lo farà, come la fuga di banche, capitali, investimenti, business che in parte pare già cominciata, dall'altro promettendo in cambio un'autonomia e dei poteri ancora maggiori al governo di Edimburgo.

E' una sfida che non riguarda solo Scozia e Inghilterra: se vinceranno gli indipendentisti è probabile che l'Europa sarà travolta da un'ondata di richieste di referendum analoghi, che si manifesta già con il referendum indetto dalla Catalogna (ma non riconosciuto dal governo spagnolo) e che potrebbe estendersi all'Irlanda del Nord, ai Paesi Baschi, alle Fiandre, anche all'Italia, dove Lega Nord e separatisti sardi seguono con attenzione gli sviluppi del duello scozzese. Prevarrà lo spirito indomito e romantico di Braveheart oppure la ragione, la cautela, la logica?