NEW YORK - Autocritico, con una sincerità disarmante, Barack Obama nel suo discorso alle Nazioni Unite ammette che "anche noi qui in America abbiamo le nostre divisioni e tensioni razziali, il mondo intero ha visto gli scontri nella cittadina di Ferguson, Missouri, dopo l'uccisione di un giovane nero". E' una frase per la quale sarà ancora una volta processato dalla destra americana, sempre pronta a fustigare "il presidente che chiede scusa al mondo intero". Ma sulla sfida mondiale contro il terrorismo, la violenza politica e religiosa, i fanatismi che predicano l'odio e la guerra santa, Obama rivolge un appello appassionato al mondo islamico: dirigenti e società civile. E' prima di tutto "la missione di una generazione intera in Medio Oriente", creare un'alternativa concreta alla jihad: "Concentrando l'attenzione e l'energia sul futuro dei giovani, sul ruolo delle donne".
Il presidente usa frasi evangeliche: "Tratta il prossimo tuo come vorresti essere trattato". Invoca un "nuovo contratto tra i popoli civili", analogo a quello che diede la nascita alle Nazioni Unite dopo la seconda guerra mondiale. L'opzione che traccia è chiara: rinnovare un sistema di relazioni internazionali che ha funzionato, o essere travolti dall'instabilità. Il futuro dell'umanità, dice, dipende dalla sconfitta di quelli che vogliono dividerci su basi religiose o etniche. Propone una "guerra di valori" a tutto campo: inclusa la necessità di fare terra bruciata su Internet ai fautori della violenza, e di prosciugare le loro fonti di finanziamento.
Il linguaggio è drammatico, e la parola "guerra" vi appare più volte, fin dall'apertura del suo discorso al Palazzo di Vetro: "Siamo tutti a un bivio, tra la guerra e la pace, tra la speranza e la paura". Rifiuta però l'idea che fu teorizzata dal neoconservatore Samuel Huntington, di uno scontro di civiltà. "No, non esiste quello scontro di civiltà, così come non esiste un "noi" e un "loro". Dalla parte della civiltà ci siamo solo noi, inclusi milioni di musulmani che vivono qui in America".
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Per questa sua tensione morale, per lo sforzo di coinvolgere i popoli islamici, il discorso merita di figurare a fianco a quello che lui pronunciò all'inizio del suo primo mandato, nella primavera 2009 all'università del Cairo. Allora non erano neppure cominciate le primavere arabe, e qualcuno ex post attribuì proprio a quel discorso un effetto di incoraggiamento delle rivolte giovanili contro i regimi autoritari. La contraddizione, è che oggi Obama deve arruolare alcuni di quei regimi autoritari (Arabia Saudita e altri paesi del Golfo) nei raid aerei contro lo Stato Islamico in Siria. Resta l'ispirazione fondamentale di questo presidente, convinto che "l'egemonia si fonda sui valori, non la forza", ma tutt'altro che riluttante nel guidare l'America in una funzione di leader di una coalizione per schiacciare i jihadisti.
Il presidente usa frasi evangeliche: "Tratta il prossimo tuo come vorresti essere trattato". Invoca un "nuovo contratto tra i popoli civili", analogo a quello che diede la nascita alle Nazioni Unite dopo la seconda guerra mondiale. L'opzione che traccia è chiara: rinnovare un sistema di relazioni internazionali che ha funzionato, o essere travolti dall'instabilità. Il futuro dell'umanità, dice, dipende dalla sconfitta di quelli che vogliono dividerci su basi religiose o etniche. Propone una "guerra di valori" a tutto campo: inclusa la necessità di fare terra bruciata su Internet ai fautori della violenza, e di prosciugare le loro fonti di finanziamento.
Il linguaggio è drammatico, e la parola "guerra" vi appare più volte, fin dall'apertura del suo discorso al Palazzo di Vetro: "Siamo tutti a un bivio, tra la guerra e la pace, tra la speranza e la paura". Rifiuta però l'idea che fu teorizzata dal neoconservatore Samuel Huntington, di uno scontro di civiltà. "No, non esiste quello scontro di civiltà, così come non esiste un "noi" e un "loro". Dalla parte della civiltà ci siamo solo noi, inclusi milioni di musulmani che vivono qui in America".
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Per questa sua tensione morale, per lo sforzo di coinvolgere i popoli islamici, il discorso merita di figurare a fianco a quello che lui pronunciò all'inizio del suo primo mandato, nella primavera 2009 all'università del Cairo. Allora non erano neppure cominciate le primavere arabe, e qualcuno ex post attribuì proprio a quel discorso un effetto di incoraggiamento delle rivolte giovanili contro i regimi autoritari. La contraddizione, è che oggi Obama deve arruolare alcuni di quei regimi autoritari (Arabia Saudita e altri paesi del Golfo) nei raid aerei contro lo Stato Islamico in Siria. Resta l'ispirazione fondamentale di questo presidente, convinto che "l'egemonia si fonda sui valori, non la forza", ma tutt'altro che riluttante nel guidare l'America in una funzione di leader di una coalizione per schiacciare i jihadisti.