✕

Se vince il Brexit l'Europa ci guadagna

Anticipazione da Limes "L'impero è Londra" in edicola
4 minuti di lettura
Che la stentata prevalenza del No al referendum sull’indipendenza della Scozia non sia stata una grande vittoria per Londra è un fatto difficile da negare. Il Regno Unito esce anzi drammaticamente sminuito da questo tentativo di una parte della sua popolazione di sfuggire al controllo del governo centrale. Conseguenze devastanti sono una prospettiva tutt’altro che ipotetica. Basti vedere l’indifferenza dell’opinione pubblica nel cosiddetto rUK (rest of United Kingdom) all’esibito secessionismo dei vicini del Nord.

«Ci vorranno decenni», ha detto il conservatore Rory Stewart, «per ricostruire la fiducia nell’esistenza di un’entità chiamata Britain, nel fatto che tutti insieme formiamo un paese, che abbiamo valori condivisi, obiettivi e finalità comuni».

GUARDA L'anteprima di Limes

Stewart non è uno qualunque: è un parlamentare eletto nel collegio inglese di Penrith and the Borders, a ridos…
Che la stentata prevalenza del No al referendum sull’indipendenza della Scozia non sia stata una grande vittoria per Londra è un fatto difficile da negare. Il Regno Unito esce anzi drammaticamente sminuito da questo tentativo di una parte della sua popolazione di sfuggire al controllo del governo centrale. Conseguenze devastanti sono una prospettiva tutt’altro che ipotetica. Basti vedere l’indifferenza dell’opinione pubblica nel cosiddetto rUK (rest of United Kingdom) all’esibito secessionismo dei vicini del Nord.

«Ci vorranno decenni», ha detto il conservatore Rory Stewart, «per ricostruire la fiducia nell’esistenza di un’entità chiamata Britain, nel fatto che tutti insieme formiamo un paese, che abbiamo valori condivisi, obiettivi e finalità comuni».

GUARDA L'anteprima di Limes

Stewart non è uno qualunque: è un parlamentare eletto nel collegio inglese di Penrith and the Borders, a ridosso del confine scozzese. Anche per questo si è speso molto per il No, organizzando un’iniziativa di solidarietà che avrebbe dovuto attirare un milione tra inglesi e scozzesi, ma che ha coinvolto sì e no 50 mila persone. Così a una giornalista del Guardian che, alla vigilia del voto, gli chiedeva se nello rUK a qualcuno importasse qualcosa che la Scozia restasse nel regno, Stewart ha risposto brutalmente: «No. Negli ultimi trent’anni avremmo dovuto fare una battaglia per difendere l’idea di un modo di essere e di un soggetto britannico».Questa indifferenza dei non scozzesi è forse un aspetto ancor più negativo del cospicuo numero di voti raccolti dai secessionisti. In contrasto con la passione della gioventù scozzese per l’indipendenza, nel resto del paese è infatti emersa un’apatia etico-politica, un’abulia identitaria che ricorda un’altra pagina nera del Regno Unito nell’èra Cameron: la drammatica assenza di motivazioni socio-politiche alla base della violenta sommossa che aveva devastato il centro di Londra nell’estate del 2010. Anche stavolta, determinanti per i sostenitori del No sono stati gli argomenti di brutale convenienza economica, anziché quelli tendenti a sottolineare come, dopo oltre tre secoli insieme, la Scozia e il resto del paese avessero ormai un’anima sola […].

Se la Scozia ha vissuto una stagione di fervore identitario, neanche a sud del Vallo di Adriano si brucia di passione per la Britishness: l’indipendentismo scozzese ha risvegliato tutti i localismi dello rUK e rafforzato il diffuso sentimento che l’Inghilterra abbia anch’essa diritto a una devolution, come la Scozia e il Galles. Per non parlare dell’Ulster, dove per porre termine a trent’anni di guerra civile Londra ha di fatto dovuto accettare una sovranità in condominio con Dublino. Non si tratta solo di una questione identitaria. Gli inglesi lamentano in particolare che il governo centrale spenda, per testa d’abitante, molto di più in Scozia che a casa loro. Una lagnanza simile a quella dei russi al tempo dell’Unione Sovietica, quando c’era un trasferimento netto di ricchezza verso le repubbliche non russe, che ha giocato un ruolo non indifferente nella dissoluzione del paese. Il problema è aggravato dal fatto che il Regno Unito non corrisponde ad alcun modello classico di governo federale. L’Inghilterra è troppo preponderante per consentire una sostanziale redistribuzione del potere, così come in Urss il peso della Russia non consentiva un’equilibrata ripartizione delle funzioni di governo.

Quando si manifesta il desiderio di maggiore autonomia in Inghilterra, sorge spontanea la domanda: autonomia da chi? Nel caso dell’Inghilterra, la risposta finisce per essere piuttosto singolare: dalla città di Londra, capitale di uno Stato accusato di essere troppo centralizzato e (vizio imperdonabile) addirittura napoleonico. Se gli scozzesi potranno godere di una larghissima autonomia, perché mai gli inglesi dovrebbero accettare che le questioni di loro esclusivo interesse vengano decise ancora da Westminster, dove votano anche i deputati scozzesi? Torna qui, ancora una volta, l’analogia con la Russia. Perché mai, si chiedevano i russi, questioni di esclusivo interesse russo venivano decise da un partito, il Pcus, in cui erano rappresentate anche le altre nazionalità dell’Unione Sovietica, le quali avevano invece una propria organizzazione di partito? Un interrogativo cui si è avuta risposta solo con la frammentazione dell’Urss. Nel caso britannico, vengono proposte due soluzioni alternative: concedere un’effettiva autonomia anche all’Inghilterra, oppure ridurre il potere di voto dei deputati scozzesi alla Camera dei Comuni. Questi dovrebbero insomma uscire dall’aula, o comunque non votare, quando sono all’ordine del giorno materie che concernono solo gli interessi dell’Inghilterra. Una deminutio di Westminster, che sarebbe praticamente azzoppata. Eppure è proprio ciò che chiedono molti parlamentari inglesi, eccitati dalla vicinanza delle elezioni politiche del 2015. I conservatori, in particolare, agitano lo slogan «voti inglesi per leggi inglesi» e sembrano sordi al fatto che declassare i parlamentari scozzesi (59 in tutto, 41 dei quali laburisti, contro uno solo dei loro) non serve ad allentare la stretta di Whitehall sulle città e gli shires d’Inghilterra. Essi stanno aprendo un vaso di Pandora i cui venti sconvolgerebbero in maniera irreparabile gli arcaici, asimmetrici e non scritti equilibri istituzionali del regno.

In realtà, ha scritto il Financial Times, è impossibile identificare le questioni di puro interesse inglese, sicché l’esclusione dei deputati scozzesi da gran parte dell’attività parlamentare «equivarrebbe alla secessione dell’Inghilterra dal Regno Unito». Pertanto, «la Scozia potrebbe aver perso una battaglia, ma il Regno Unito sta perdendo la guerra» [...].


La partecipazione britannica alla costruzione europea è stata sempre ambigua e condizionata. Non si tratta solo del fatto che già quando si apprestavano i trattati di Roma, Londra si dava da fare per costruire un’organizzazione rivale, l’Efta (European Free Trade Association), destinata a far fallire il progetto comunitario. Né si tratta solo di quella specie di valse-hésitation che ha accompagnato – dopo il breve periodo d’esclusione imposto da de Gaulle – il lavorio finalizzato a ostacolare dall’interno lo sviluppo della Cee. Né, infine, delle numerose eccezioni su molte delle politiche comuni. Oggi l’ipotesi Brexit pone all’Europa alcune questioni su cui i Ventisette dovranno decidere prima dell’eventuale uscita di Londra, anzi prima del referendum. Se infatti Cameron non riuscirà a uscire dal pericoloso ginepraio in cui si è infilato, certamente cercherà di applicare la stessa strategia già applicata in Scozia: aprire una trattativa offrendo un contentino ai sudditi della regina perché votino No.

Ma l’analogia tra i due referendum finisce qui e le sue offerte saranno in questa occasione assai meno credibili che nel caso scozzese. In primo luogo, perché il legame sentimentale ed emotivo evocato nel caso scozzese non sussiste con l’Europa; poi perché un recupero di competenze da Bruxelles necessita di una trattativa con l’Ue, che non sarà né facile né veloce, necessitando del consenso di 27 governi. Non che a Bruxelles manchino eurocrati pronti a far contento il Regno Unito in cambio della sicurezza delle loro poltrone. Infatti c’è già chi sembra condividere le aspirazioni britanniche. Jean-Claude Juncker, il nuovo presidente della Commissione, ha indicato alcuni obiettivi che ammiccano a Londra: la formazione di un vero mercato unico dei capitali, l’apertura del settore dei servizi, la lotta al dumping fiscale e la creazione di un’area di libero scambio con gli Stati Uniti. Si tratta di proposte ultraliberiste in contraddizione con l’economia sociale di mercato cui, anche se in versione riveduta e corretta da Schröder e dalla Merkel, la Germania resta fedele. […]


Al contrario, con il Regno Unito fuori dall’Ue la linea Juncker sarebbe più debole; in particolare, a perdere forza sarebbe il tema del Trattato atlantico di libero commercio (Ttip). Più in generale, risulterebbe meno arduo porre in essere politiche comuni, dato che l’Inghilterra vi si è sempre opposta e ha spesso optato per la non partecipazione. Senza Londra (il che potrebbe significare anche l’uscita di Stati minori, come la Danimarca), lo stesso principio dell’opt out potrebbe essere messo in discussione. Infine, un’Ue senza Regno Unito dedicherebbe meno attenzione ai problemi della sicurezza, che resterebbero di competenza Nato. Ciò darebbe all’Europa la possibilità di svolgere un’azione internazionale distinta da quella dell’Alleanza Atlantica e molto più pacifica. Un beneficio non da poco se si tiene conto che la Nato, sempre alla ricerca di una guerra per non andare out of business, è ormai diventata – come ha avuto il coraggio di sottolineare, solo tra i capi di governo, l’italiano Matteo Renzi – un fattore di tensione e di instabilità internazionale.