L'AVANA - A Cuba non c'è stato alcun caso di ebola, almeno per ora. Ciononostante, quello dell'Avana è uno dei governi che ha risposto in modo più deciso e generoso all'appello dell'Onu per aiutare i paesi africani colpiti dall'epidemia. Cuba, infatti, è la nazione che nel mondo ha inviato il contingente più massiccio di medici, infermieri e specialisti nell'Africa occidentale: oltre quattrocentocinquanta in totale, di cui 165 in Sierra Leone e altri 296 che questa settimana arriveranno in Liberia e Guinea.
Non tutti i paesi, infatti, hanno reagito prontamente come la Nigeria, che ieri è stata dichiarata "virus free" da Ebola grazie a un apparato medico-politico molto efficiente. Così, il lider maximo Fidel Castro ha offerto il meglio della rinomata sanità cubana (oggetto anche del famoso film di Michael Moore, Sicko, che paragonava impietosamente la sanità privata e costosa degli Usa all'efficienza socialista cubana) alle zone in difficoltà, andando anche oltre gli attriti politici con gli Stati Uniti. In un articolo pubblicato nel weekend su Granma (la storica rivista del regime cubano), Castro ha sottolineato che "coopereremo con piacere con il personale americano, non alla ricerca della pace fra due Stati che sono stati avversari per tanti anni, ma piuttosto per la pace nel mondo".
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Gli Stati Uniti hanno reagito favorevolmente alle aperture dell'Avana, dove tra l'altro ieri si è tenuto il vertice straordinario dei dodici paesi sudamericani e caraibici (Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda e Santa Lucia) dell'alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alba) per discutere della cooperazione regionale contro l'epidemia di ebola. Lo stesso segretario di Stato Usa, John Kerry, ha ricordato Cuba nel ringraziare le "nazioni piccole e grandi che hanno offerto rapidamente un'assistenza concreta" nella lotta contro l'epidemia.
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Questi atipici segnali di disgelo, però, sono stati accompagnati anche da polemiche. Il New York Times è intervenuto con un editoriale nel quale sostiene che "è una vergogna che Washington, principale donatore nella lotta contro l'ebola, non abbia rapporti diplomatici con l'Avana, il volontario più audace contro la malattia". "I responsabili americani e cubani non dispongono dei mezzi per coordinare gli sforzi globali ad alto livello", ha scritto il quotidiano di New York, secondo il quale "questo dovrebbe servire all'amministrazione Obama per capire che agire rapidamente per ristabilire i rapporti diplomatici con Cuba offre dei vantaggi ben più importanti dei possibili inconvenienti".
KNOW HOW - Ebola, l'esperto risponde ai lettori
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Il Washington Post, invece, ha assunto una posizione più prudente: da una parte ha lodato l'atteggiamento dei cubani nella lotta contro l'ebola, ma dall'altra sottolinea che "le cose sono più complesse di quanto possa sembrare", perché i circa 50 mila dottori cubani inviati all'estero rappresentano pagamenti per 8,2 miliardi di dollari per l'Avana nel 2014, dando così nuova linfa a censura e repressione sulla pelle degli abitanti dell'isola. A questo si aggiunge la questione della sicurezza del personale inviato in Africa. Lo stesso Nyt ammette che "non è ancora chiaro come sarebbero trattati ed evacuati i cubani nel caso si ammalassero". Il Los Angeles Times ha segnalato inoltre che fra i 10mila medici inviati da Cuba in Venezuela - in cambio di petrolio a prezzo scontato - molti ne hanno approfittato per fuggire verso gli Usa: nel 2014 saranno circa 1500, per un aumento del 50 per cento.
[[ge:rep-locali:repubblica:97738619]]
Sin dalla rivoluzione castrista del 1959, il regime di Cuba si è sempre distinto per il corposo invio di contigenti medici nei luoghi di crisi o colpiti da disastri naturali. Al momento, l'Avana non ha registrato nessun caso, anche grazie alle rigide misure di controllo: chiunque arrivi dai paesi dell'Africa Occidentale viene tenuto in osservazione per 21 giorni (il periodo di incubazione del virus ebola), prima di poter girare tranquillamente sull'isola.
Non tutti i paesi, infatti, hanno reagito prontamente come la Nigeria, che ieri è stata dichiarata "virus free" da Ebola grazie a un apparato medico-politico molto efficiente. Così, il lider maximo Fidel Castro ha offerto il meglio della rinomata sanità cubana (oggetto anche del famoso film di Michael Moore, Sicko, che paragonava impietosamente la sanità privata e costosa degli Usa all'efficienza socialista cubana) alle zone in difficoltà, andando anche oltre gli attriti politici con gli Stati Uniti. In un articolo pubblicato nel weekend su Granma (la storica rivista del regime cubano), Castro ha sottolineato che "coopereremo con piacere con il personale americano, non alla ricerca della pace fra due Stati che sono stati avversari per tanti anni, ma piuttosto per la pace nel mondo".
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Gli Stati Uniti hanno reagito favorevolmente alle aperture dell'Avana, dove tra l'altro ieri si è tenuto il vertice straordinario dei dodici paesi sudamericani e caraibici (Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda e Santa Lucia) dell'alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alba) per discutere della cooperazione regionale contro l'epidemia di ebola. Lo stesso segretario di Stato Usa, John Kerry, ha ricordato Cuba nel ringraziare le "nazioni piccole e grandi che hanno offerto rapidamente un'assistenza concreta" nella lotta contro l'epidemia.
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Questi atipici segnali di disgelo, però, sono stati accompagnati anche da polemiche. Il New York Times è intervenuto con un editoriale nel quale sostiene che "è una vergogna che Washington, principale donatore nella lotta contro l'ebola, non abbia rapporti diplomatici con l'Avana, il volontario più audace contro la malattia". "I responsabili americani e cubani non dispongono dei mezzi per coordinare gli sforzi globali ad alto livello", ha scritto il quotidiano di New York, secondo il quale "questo dovrebbe servire all'amministrazione Obama per capire che agire rapidamente per ristabilire i rapporti diplomatici con Cuba offre dei vantaggi ben più importanti dei possibili inconvenienti".
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Il Washington Post, invece, ha assunto una posizione più prudente: da una parte ha lodato l'atteggiamento dei cubani nella lotta contro l'ebola, ma dall'altra sottolinea che "le cose sono più complesse di quanto possa sembrare", perché i circa 50 mila dottori cubani inviati all'estero rappresentano pagamenti per 8,2 miliardi di dollari per l'Avana nel 2014, dando così nuova linfa a censura e repressione sulla pelle degli abitanti dell'isola. A questo si aggiunge la questione della sicurezza del personale inviato in Africa. Lo stesso Nyt ammette che "non è ancora chiaro come sarebbero trattati ed evacuati i cubani nel caso si ammalassero". Il Los Angeles Times ha segnalato inoltre che fra i 10mila medici inviati da Cuba in Venezuela - in cambio di petrolio a prezzo scontato - molti ne hanno approfittato per fuggire verso gli Usa: nel 2014 saranno circa 1500, per un aumento del 50 per cento.
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Sin dalla rivoluzione castrista del 1959, il regime di Cuba si è sempre distinto per il corposo invio di contigenti medici nei luoghi di crisi o colpiti da disastri naturali. Al momento, l'Avana non ha registrato nessun caso, anche grazie alle rigide misure di controllo: chiunque arrivi dai paesi dell'Africa Occidentale viene tenuto in osservazione per 21 giorni (il periodo di incubazione del virus ebola), prima di poter girare tranquillamente sull'isola.