PER un tweet si muore. Per un tweet si viene condannati a morte. Per un tweet si scompare per sempre nel Messico dove 43 studenti che manifestavano contro i clan sono incredibilmente scomparsi - e probabilmente già stati trucidati - da quasi un mese. Per un tweet si muore. Perché con un tweet si può mettere in crisi un'organizzazione criminale strutturata: con centinaia di uomini e liquidità economica sterminata.
Il 15 ottobre hanno ucciso la "twittera" María del Rosario Fuentes Rubio, giovane medico e attivista di Reynosa, capoluogo del Tamaulipas, non lontana dal confine con il Texas. María collaborava con il sito "Valor por Tamaulipas", 500mila fan su Facebook, ed era amministratrice di "Responsabilidad por Tamaulipas", rete indipendente che cronisti e cittadini comuni hanno fondato due anni fa per informare sulla situazione del narcotraffico in Tamaulipas.
Su Twitter María era @Miut3, nickname "Felina", e con questo nome da web denunciava gli affari illeciti dei gruppi criminali operanti nella sua zona. Lo ha fatto costantemente: fino al 15 ottobre. Finché, quella mattina, poco prima di mezzogiorno, è stata sequestrata da uomini armati mentre andava a lavoro. L'hanno caricata su un furgoncino e sono spariti. Il suo account Twitter è rimasto muto fino alle 5 del mattino seguente quando improvvisamente sono state postate due foto: una in cui María guarda l'obiettivo e l'altra in cui - vestita con gli stessi abiti - è stesa a terra con una grossa ferita alla testa e il viso insanguinato.
I suoi aggressori erano riusciti (forse ottenendo con la tortura la password) a entrare nel suo profilo e a postare le foto accompagnate da un messaggio: "Amici e parenti, il mio vero nome è María del Rosario Fuentes Rubio e sono un medico. Oggi che la mia vita è arrivata alla fine non mi resta altro che dirvi di non fare il mio stesso errore: non si guadagna nulla. Al contrario, ora mi rendo conto che ho trovato la morte per niente. Sono più vicini a noi di quanto crediate. Chiudete i vostri account, non mettete in pericolo le vostre famiglie come ho fatto io. Chiedo perdono".
Le parole dei narcos sono scelte con precisione. Mettono in crisi. "Non si guadagna niente" è il messaggio che va a quei giornalisti e ragazzi che credono di poter denunciare il potere criminale. "Chiudete i vostri account, non mettete in pericolo le vostre famiglie": è un messaggio estorsivo paralizzante. "Ogni account potrebbe mettere a rischio i tuoi familiari": ed è così che si innesca la pressione dei genitori su figli. "Sono più vicini a noi di quanto crediate" è l'invito a sospettare di chiunque. Come dire: non servirà nascondervi o trovare dei nickname - qualcuno disposto a tradirvi ci sarà sempre.
Le donne sono molto più attive sui social nel racconto dei narcos. Lucy è una di queste. Gestisce El Blog del Narco, un sito che da quattro anni racconta la violenza e la brutalità della guerra alla droga messicana attraverso i materiali inviati dai lettori e spesso dagli stessi narcotrafficanti.
Il blog raccoglie le denunce anonime della gente comune e oggi conta 25 milioni di visite al mese. A gestirlo è questa ragazza di 20 anni la cui vera identità non è mai stata svelata per motivi di sicurezza. Non ho mai dimenticato la sua risposta ad un giornalista che per email le chiedeva i suoi progetti.
"I miei progetti per il futuro? Vivere. Questa è la mia speranza per il futuro a breve, medio e lungo termine". Che la diffusione di informazioni sul web fosse pericolosa i narcos l'avevano compreso già nel settembre 2011. Un uomo di 25 anni e una donna di 28 vennero trovati appesi a un ponte pedonale a Nuevo Laredo: accanto a loro c'erano dei narcomessaggi che mettevano in guardia dalle denunce su Internet.
Undici giorni dopo, sempre in Tamaulipas, è toccato alla Nena de Laredo. Per proteggersi dalle ritorsioni dei cartelli della droga, Marisol Macías Castañeda utilizzava diversi nomi. Su "Primera Hora", il giornale locale di Nuevo Laredo per cui lavorava, firmava come Maria Elizabeth Macías Castro. Su Twitter e sul sito "Nuevo Laredo en vivo" usava lo pseudonimo "La NenaD-Laredo". Con questo nick scriveva degli affari dei cartelli messicani e invitava la gente a denunciare fatti legati al narcotraffico. Marisol credeva fermamente che per contrastare i gruppi criminali bisogna cominciare a condividere informazioni. E sapeva che la parola, una volta condivisa, può diventare più pericolosa delle armi.
Sabato 24 settembre 2011 il suo corpo senza vita fu trovato su una strada nelle vicinanze di Nuevo Laredo ai piedi del monumento di Cristoforo Colombo. Sopra il monumento era stata posta la sua testa decapitata. Il messaggio lasciato di fianco al cadavere non lasciava dubbi: "Ok, Nuevo Laredo en Vivo e social network, io sono la Nena de Laredo, e sono qui a causa dei miei articoli e dei vostri...". Il messaggio era firmato da Los Zetas, uno dei cartelli messicani più potenti e feroci. Un paio di cuffie, un lettore cd e una tastiera accanto al cadavere: gli strumenti del mestiere, quelli che l'avevano condannata a morte.
Ecco perché dire che il Messico è un mondo a parte è un modo furbo per dire "che cosa possiamo farci, noi, con quello che accade lì? Che cosa c'entriamo noi?". E noi invece c'entriamo. Perché le guerre che si combattono oggi in Messico - la guerra tra i cartelli della droga più cruenti, la guerra tra lo Stato e i cartelli della droga, la guerra tra i cartelli della droga e la società civile stanca di vivere quell'inferno - si combattono per fornire a questa parte di mondo, la nostra, il carburante per affrontare il quotidiano: ovvero la coca. È il Messico che oggi gestisce i grandi flussi. È il Messico che oggi ha preso il ruolo che fu della Colombia. Ed è in Messico che sta avvenendo questa rivoluzione epocale su cui dobbiamo accendere i riflettori. La società civile non ce la fa più. I media si autocensurano per paura di ritorsioni.
Media e società civile in Messico hanno bisogno del nostro supporto perché da soli non si salvano. Secondo i dati di Reporters Senza Frontiere in dieci anni, dal 2003 al 2013, in Messico sono stati uccisi almeno 88 tra giornalisti e operatori dei media - e ne sono scomparsi 18.
Ma ora a morire non sono più solo i giornalisti ma anche i cittadini che hanno cominciato a raccontare le attività dei cartelli della droga su siti Internet e social media. Facebook, Twitter e altri social network stanno riempiendo il vuoto nella copertura mediatica sul crimine organizzato e sulla narcoguerra messicani. Ma i cartelli hanno capito immediatamente che la piattaforma web è più veloce e arriva a più persone dei giornali - del resto l'hanno sempre utilizzata loro stessi per fare propaganda. Così hanno cominciato a prendere di mira anche gli utenti di Facebook e Twitter.
Ora che migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza e manifestare a Città del Messico contro la scomparsa, il 26 settembre scorso, a Iguala di 43 studenti, il resto del mondo inizia ad accorgersi di quello che sta succedendo in Messico.
La vicenda è complessa. Ma c'è la drammatica consapevolezza che tra forze dell'ordine, istituzioni e cartelli della droga vi siano legami talmente stretti da aver impedito che in un mese il paese sapesse che fine abbiano fatto i ragazzi scomparsi.
Erano arrivati il 26 settembre a Iguala da Ayotzinapa, un villaggio distante un centinaio di chilometri. Volevano raccogliere fondi per la loro scuola a rischio chiusura. E manifestare contro la violenza e la corruzione delle forze dell'ordine in occasione del 46esimo anniversario della strage del 2 ottobre 1968: quando circa 300 studenti erano stati uccisi dalla polizia e dall'esercito poco prima delle Olimpiadi.
Un gruppo di studenti si era impossessato di tre autobus per tornare a casa: a quel punto il gruppo è stato attaccato da alcuni agenti della polizia municipale spalleggiati da uomini armati - probabilmente la banda di narcotrafficanti "Guerreros Unidos". È da quel momento che dei 43 studenti si è persa ogni traccia.
Da allora sono stati trovati 28 corpi nelle fosse comuni. Le autorità messicane sostengono che i 28 corpi ritrovati non siano quelli dei desaparecidos: ma i periti argentini indipendenti non hanno ancora concluso le loro indagini. Altri hanno dichiarato che gli studenti sono stati arrestati dalla polizia locale e poi consegnati ai sicari dei narcos: che li avrebbero trucidati. Una ricostruzione agghiacciante. Nel frattempo sono stati arrestati il sindaco di Iguala, sua moglie, 36 esponenti della polizia municipale e 18 Guerreros Unidos. L'accusa: il sindaco avrebbe dato l'ordine alla polizia municipale di "affrontare gli studenti".
La polizia e il cartello della droga dei Guerreros Unidos avrebbero "lavorato" insieme allo scopo di "disinnescare" gli studenti. A quanto pare la moglie del sindaco, Maria de los Angeles Pineda, sarebbe sorella di trafficanti di droga. Lei e il sindaco, secondo l'accusa, avrebbero legami con i Guerreros Unidos. Il capo, Sidronio Casarrubias, è stato arrestato la settimana scorsa.
Sì, con la morte della twittera María del Rosario Fuentes Rubio i narcos consacrano in maniera inequivocabile un nuovo percorso di intimidazione: chiunque ci tocca muore. Anche se ci tocca sui social network. Ma con la manifestazione di Città del Messico è altrettanto chiaro che la società civile non ce la fa più. Non ce la fa più a vivere sotto assedio. Non ce la fa più a vivere una guerra che non occupa le prime pagine dei giornali ma assedia - anzi militarizza - le loro vite. Non ce la fa più a non potersi fidare di nessuno: delle forze dell'ordine, delle autorità, di chi naviga su Twitter e Facebook. Chiunque può essere un narco: chiunque può consegnarti nelle loro mani. Nessuno è al sicuro nel Messico dove scompaiono nel nulla 43 ragazzi. Dove ti uccidono per un tweet.
Il 15 ottobre hanno ucciso la "twittera" María del Rosario Fuentes Rubio, giovane medico e attivista di Reynosa, capoluogo del Tamaulipas, non lontana dal confine con il Texas. María collaborava con il sito "Valor por Tamaulipas", 500mila fan su Facebook, ed era amministratrice di "Responsabilidad por Tamaulipas", rete indipendente che cronisti e cittadini comuni hanno fondato due anni fa per informare sulla situazione del narcotraffico in Tamaulipas.
Su Twitter María era @Miut3, nickname "Felina", e con questo nome da web denunciava gli affari illeciti dei gruppi criminali operanti nella sua zona. Lo ha fatto costantemente: fino al 15 ottobre. Finché, quella mattina, poco prima di mezzogiorno, è stata sequestrata da uomini armati mentre andava a lavoro. L'hanno caricata su un furgoncino e sono spariti. Il suo account Twitter è rimasto muto fino alle 5 del mattino seguente quando improvvisamente sono state postate due foto: una in cui María guarda l'obiettivo e l'altra in cui - vestita con gli stessi abiti - è stesa a terra con una grossa ferita alla testa e il viso insanguinato.
I suoi aggressori erano riusciti (forse ottenendo con la tortura la password) a entrare nel suo profilo e a postare le foto accompagnate da un messaggio: "Amici e parenti, il mio vero nome è María del Rosario Fuentes Rubio e sono un medico. Oggi che la mia vita è arrivata alla fine non mi resta altro che dirvi di non fare il mio stesso errore: non si guadagna nulla. Al contrario, ora mi rendo conto che ho trovato la morte per niente. Sono più vicini a noi di quanto crediate. Chiudete i vostri account, non mettete in pericolo le vostre famiglie come ho fatto io. Chiedo perdono".
Le parole dei narcos sono scelte con precisione. Mettono in crisi. "Non si guadagna niente" è il messaggio che va a quei giornalisti e ragazzi che credono di poter denunciare il potere criminale. "Chiudete i vostri account, non mettete in pericolo le vostre famiglie": è un messaggio estorsivo paralizzante. "Ogni account potrebbe mettere a rischio i tuoi familiari": ed è così che si innesca la pressione dei genitori su figli. "Sono più vicini a noi di quanto crediate" è l'invito a sospettare di chiunque. Come dire: non servirà nascondervi o trovare dei nickname - qualcuno disposto a tradirvi ci sarà sempre.
Le donne sono molto più attive sui social nel racconto dei narcos. Lucy è una di queste. Gestisce El Blog del Narco, un sito che da quattro anni racconta la violenza e la brutalità della guerra alla droga messicana attraverso i materiali inviati dai lettori e spesso dagli stessi narcotrafficanti.
Il blog raccoglie le denunce anonime della gente comune e oggi conta 25 milioni di visite al mese. A gestirlo è questa ragazza di 20 anni la cui vera identità non è mai stata svelata per motivi di sicurezza. Non ho mai dimenticato la sua risposta ad un giornalista che per email le chiedeva i suoi progetti.
"I miei progetti per il futuro? Vivere. Questa è la mia speranza per il futuro a breve, medio e lungo termine". Che la diffusione di informazioni sul web fosse pericolosa i narcos l'avevano compreso già nel settembre 2011. Un uomo di 25 anni e una donna di 28 vennero trovati appesi a un ponte pedonale a Nuevo Laredo: accanto a loro c'erano dei narcomessaggi che mettevano in guardia dalle denunce su Internet.
Undici giorni dopo, sempre in Tamaulipas, è toccato alla Nena de Laredo. Per proteggersi dalle ritorsioni dei cartelli della droga, Marisol Macías Castañeda utilizzava diversi nomi. Su "Primera Hora", il giornale locale di Nuevo Laredo per cui lavorava, firmava come Maria Elizabeth Macías Castro. Su Twitter e sul sito "Nuevo Laredo en vivo" usava lo pseudonimo "La NenaD-Laredo". Con questo nick scriveva degli affari dei cartelli messicani e invitava la gente a denunciare fatti legati al narcotraffico. Marisol credeva fermamente che per contrastare i gruppi criminali bisogna cominciare a condividere informazioni. E sapeva che la parola, una volta condivisa, può diventare più pericolosa delle armi.
Sabato 24 settembre 2011 il suo corpo senza vita fu trovato su una strada nelle vicinanze di Nuevo Laredo ai piedi del monumento di Cristoforo Colombo. Sopra il monumento era stata posta la sua testa decapitata. Il messaggio lasciato di fianco al cadavere non lasciava dubbi: "Ok, Nuevo Laredo en Vivo e social network, io sono la Nena de Laredo, e sono qui a causa dei miei articoli e dei vostri...". Il messaggio era firmato da Los Zetas, uno dei cartelli messicani più potenti e feroci. Un paio di cuffie, un lettore cd e una tastiera accanto al cadavere: gli strumenti del mestiere, quelli che l'avevano condannata a morte.
Ecco perché dire che il Messico è un mondo a parte è un modo furbo per dire "che cosa possiamo farci, noi, con quello che accade lì? Che cosa c'entriamo noi?". E noi invece c'entriamo. Perché le guerre che si combattono oggi in Messico - la guerra tra i cartelli della droga più cruenti, la guerra tra lo Stato e i cartelli della droga, la guerra tra i cartelli della droga e la società civile stanca di vivere quell'inferno - si combattono per fornire a questa parte di mondo, la nostra, il carburante per affrontare il quotidiano: ovvero la coca. È il Messico che oggi gestisce i grandi flussi. È il Messico che oggi ha preso il ruolo che fu della Colombia. Ed è in Messico che sta avvenendo questa rivoluzione epocale su cui dobbiamo accendere i riflettori. La società civile non ce la fa più. I media si autocensurano per paura di ritorsioni.
Media e società civile in Messico hanno bisogno del nostro supporto perché da soli non si salvano. Secondo i dati di Reporters Senza Frontiere in dieci anni, dal 2003 al 2013, in Messico sono stati uccisi almeno 88 tra giornalisti e operatori dei media - e ne sono scomparsi 18.
Ma ora a morire non sono più solo i giornalisti ma anche i cittadini che hanno cominciato a raccontare le attività dei cartelli della droga su siti Internet e social media. Facebook, Twitter e altri social network stanno riempiendo il vuoto nella copertura mediatica sul crimine organizzato e sulla narcoguerra messicani. Ma i cartelli hanno capito immediatamente che la piattaforma web è più veloce e arriva a più persone dei giornali - del resto l'hanno sempre utilizzata loro stessi per fare propaganda. Così hanno cominciato a prendere di mira anche gli utenti di Facebook e Twitter.
Ora che migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza e manifestare a Città del Messico contro la scomparsa, il 26 settembre scorso, a Iguala di 43 studenti, il resto del mondo inizia ad accorgersi di quello che sta succedendo in Messico.
La vicenda è complessa. Ma c'è la drammatica consapevolezza che tra forze dell'ordine, istituzioni e cartelli della droga vi siano legami talmente stretti da aver impedito che in un mese il paese sapesse che fine abbiano fatto i ragazzi scomparsi.
Erano arrivati il 26 settembre a Iguala da Ayotzinapa, un villaggio distante un centinaio di chilometri. Volevano raccogliere fondi per la loro scuola a rischio chiusura. E manifestare contro la violenza e la corruzione delle forze dell'ordine in occasione del 46esimo anniversario della strage del 2 ottobre 1968: quando circa 300 studenti erano stati uccisi dalla polizia e dall'esercito poco prima delle Olimpiadi.
Un gruppo di studenti si era impossessato di tre autobus per tornare a casa: a quel punto il gruppo è stato attaccato da alcuni agenti della polizia municipale spalleggiati da uomini armati - probabilmente la banda di narcotrafficanti "Guerreros Unidos". È da quel momento che dei 43 studenti si è persa ogni traccia.
Da allora sono stati trovati 28 corpi nelle fosse comuni. Le autorità messicane sostengono che i 28 corpi ritrovati non siano quelli dei desaparecidos: ma i periti argentini indipendenti non hanno ancora concluso le loro indagini. Altri hanno dichiarato che gli studenti sono stati arrestati dalla polizia locale e poi consegnati ai sicari dei narcos: che li avrebbero trucidati. Una ricostruzione agghiacciante. Nel frattempo sono stati arrestati il sindaco di Iguala, sua moglie, 36 esponenti della polizia municipale e 18 Guerreros Unidos. L'accusa: il sindaco avrebbe dato l'ordine alla polizia municipale di "affrontare gli studenti".
La polizia e il cartello della droga dei Guerreros Unidos avrebbero "lavorato" insieme allo scopo di "disinnescare" gli studenti. A quanto pare la moglie del sindaco, Maria de los Angeles Pineda, sarebbe sorella di trafficanti di droga. Lei e il sindaco, secondo l'accusa, avrebbero legami con i Guerreros Unidos. Il capo, Sidronio Casarrubias, è stato arrestato la settimana scorsa.
Sì, con la morte della twittera María del Rosario Fuentes Rubio i narcos consacrano in maniera inequivocabile un nuovo percorso di intimidazione: chiunque ci tocca muore. Anche se ci tocca sui social network. Ma con la manifestazione di Città del Messico è altrettanto chiaro che la società civile non ce la fa più. Non ce la fa più a vivere sotto assedio. Non ce la fa più a vivere una guerra che non occupa le prime pagine dei giornali ma assedia - anzi militarizza - le loro vite. Non ce la fa più a non potersi fidare di nessuno: delle forze dell'ordine, delle autorità, di chi naviga su Twitter e Facebook. Chiunque può essere un narco: chiunque può consegnarti nelle loro mani. Nessuno è al sicuro nel Messico dove scompaiono nel nulla 43 ragazzi. Dove ti uccidono per un tweet.