VIENNA - Niente di fatto, ancora una volta. La scadenza prevista per oggi a mezzanotte non può essere rispettata e diventa ufficiale il fallimento dell'ultima tornata negoziale sul nucleare iraniano: Teheran e il 5+1 non riusciranno ad accordarsi prima del termine che le parti si erano date a luglio. Ma continueranno a negoziare, se necessario, fino al prossimo giugno e i dettagli definitivi andranno delineati entro il 1° luglio. I colloqui di Vienna, dunque, continueranno per oltre sette mesi. L'annuncio è stato dato dal ministro degli Esteri britannico Philip Hammond e poi confermato dalle autorità iraniane. Il governo di Teheran comunque, ha aggiunto la fonte, non dovrebbe subire nuove sanzioni per questo ulteriore rinvio. E il presidente iraniano Hassan Rohani, in un discorso televisivo, si è mostrato fiducioso: i negoziati sono riusciti a ricomporre "la maggior parte delle divergenze" e si concluderanno l'anno prossimo con un "accordo definitivo".
"Non è stato possibile ottenere un'intesa entro la data limite", ha spiegato il capo della diplomazia di Londra, confermando che una nuova scadenza è stata fissata per il 30 giugno 2015. Il negoziato, ha aggiunto Hammond, proseguirà secondo i termini dell'accordo ad interim concluso a Ginevra nel novembre del 2013. Inoltre è stato raggiunto un accordo con Teheran per lo scongelamento di beni iraniani per un valore di 700 milioni di dollari al mese.
Altri dettagli sulla ripresa dei negoziati - cui partecipano Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Cina e Usa - non sono stati ancora completamente definiti, ma l'Iran per il momento non dovrebbe attendersi una riduzione delle sanzioni. I nuovi colloqui potrebbero svolgersi a Vienna e in Oman.
Non si fermeranno del tutto. Il negoziato, che va avanti da mesi dopo la ripresa seguita a 12 anni di stallo, proseguirà a livello inferiore, non ministeriale, per mettere dei 'paletti' al controverso programma atomico di Teheran e in cambio alleggerire le sanzioni al regime degli 'ayatollah'. Quella di Vienna era la migliore occasione da anni per chiudere la questione, e sono arrivati tutti. Oggi perfino il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che si è aggiunto ai colleghi di Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Germania, per fare da contraltare all'iraniano Mohammed Javad Zarif. Dopo una serie di bilaterali nel weekend, stamani si sono ritrovati insieme al Palais Coburg insieme alla delegata speciale dell'Ue Catherine Ashton.
Passi avanti. Gli Stati Uniti e l'Iran stanno facendo progressi e la discussione continua a muoversi su un doppio binario: da una parte si sta ancora provando a limare le differenze di vedute in vista di un accordo complessivo, e dall'altra si sta lavorando su come proseguire i colloqui e mantenere in vigore l'accordo raggiunto il 24 novembre dello scorso anno. Stando all'emittente iraniana Press Tv, che cita fonti vicine ai negoziati, sarebbe stato il segretario di Stato Usa, John Kerry, a fare pressioni sul Zarif per un'estensione dei negoziati.
Lo stallo sulle ambizioni nucleari di Teheran è ultradecennale. I colloqui di Vienna puntavano a raggiungere un accordo che avrebbe potuto trasformare il Medio Oriente, aprendo la porta alla fine delle sanzioni economiche sull'Iran e scongelando i rapporti con una nazione di 76 milioni di abitanti dopo decenni di ostilità con l'Occidente. "E' stato fatto qualche progresso", ha detto un alto dioplomatico coinvolto nella trattativa. "Ma dobbiamo discutere alcune questioni con le nostre capitali. Ci incontreremo di nuovo prima dell'anno nuovo. E' un processo in corso". Le parti sembrano ancora distanti su due questioni cruciali: l'arricchimento dell'uranio e l'alleggerimento delle sanzioni. Arricchire l'uranio lo rende infatti utilizzabile per scopi pacifici, come l'energia nucleare, ma anche - a gradi purezza elevati - per il nucleo fissile di una bomba atomica.
L'accordo sarebbe positivo non solo per l'economia iraniana, ma per quella globale, considerato che riporterebbe sui mercati internazionale un Paese con un potenziale di produzione e di investimento inesplorato che potrebbe fare della Repubblica islamica un partner economico appetibile per imprese e Stati stranieri. Gli unici ad essere danneggiati - non poco - i produttori di petrolio: la revoca, seppur graduale, delle sanzioni Usa ed Ue immetterebbe sul mercato già sovraccarico di greggio anche quello iraniano, contribuendo a deprimere ulteriormente i corsi del barile.
La posizione israeliana. Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in assenza di un accordo sul nucleare iraniano, le sanzioni contro Teheran possono essere rafforzate. "Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo - ha detto nel filmato di un'intervista alla Bbc diffuso dal suo ufficio - l'accordo per cui l'Iran premeva era terribile, perché avrebbe lasciato a Teheran la capacità di arricchire l'uranio per la bomba atomica, rimuovendo le sanzioni. Un buon accordo di cui c'è bisogno prevede che venga smantellata la capacità dell'Iran di avere ordigni atomici e solo allora si possono smantellare le sanzioni". "Il fatto che non ci sia accordo ci offre l'opportunità di continuare a rafforzare le pressioni economiche che hanno dimostrato di essere l'unica cosa che ha portato l'Iran al tavolo del negoziato - ha aggiunto Netanyahu - bisogna mantenerle, rafforzarle, credo che questa sia la strada da prendere".
L'importanza dell'accordo per Obama. "L'accordo potrebbe dare inizio a un processo in cui la relazione non solo tra l'Iran e noi, ma tra l'Iran e il mondo intero, e la regione, comincia a cambiare", ha detto il presidente americano, Barack Obama, in un'intervista all'Abc. La "pace" tra l'Iran e l'Occidente potrebbe infatti stabilizzare l'intero Medio Oriente. E per lui, come del resto per il suo omologo iraniano Rohani, sarebbe un successo in politica estera.
Tra i fautori dello status quo Israele e Arabia Saudita, che guardano nervosamente a quel che accade a Vienna, temendo che l'intesa non riesca a limitare le ambizioni nucleari di Teheran. Ma prevale la posizione di quanti ritengono che un fallimento incoraggerebbe Teheran a imboccare una deriva incontrollabile.
"Non è stato possibile ottenere un'intesa entro la data limite", ha spiegato il capo della diplomazia di Londra, confermando che una nuova scadenza è stata fissata per il 30 giugno 2015. Il negoziato, ha aggiunto Hammond, proseguirà secondo i termini dell'accordo ad interim concluso a Ginevra nel novembre del 2013. Inoltre è stato raggiunto un accordo con Teheran per lo scongelamento di beni iraniani per un valore di 700 milioni di dollari al mese.
Altri dettagli sulla ripresa dei negoziati - cui partecipano Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Cina e Usa - non sono stati ancora completamente definiti, ma l'Iran per il momento non dovrebbe attendersi una riduzione delle sanzioni. I nuovi colloqui potrebbero svolgersi a Vienna e in Oman.
Non si fermeranno del tutto. Il negoziato, che va avanti da mesi dopo la ripresa seguita a 12 anni di stallo, proseguirà a livello inferiore, non ministeriale, per mettere dei 'paletti' al controverso programma atomico di Teheran e in cambio alleggerire le sanzioni al regime degli 'ayatollah'. Quella di Vienna era la migliore occasione da anni per chiudere la questione, e sono arrivati tutti. Oggi perfino il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che si è aggiunto ai colleghi di Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Germania, per fare da contraltare all'iraniano Mohammed Javad Zarif. Dopo una serie di bilaterali nel weekend, stamani si sono ritrovati insieme al Palais Coburg insieme alla delegata speciale dell'Ue Catherine Ashton.
Passi avanti. Gli Stati Uniti e l'Iran stanno facendo progressi e la discussione continua a muoversi su un doppio binario: da una parte si sta ancora provando a limare le differenze di vedute in vista di un accordo complessivo, e dall'altra si sta lavorando su come proseguire i colloqui e mantenere in vigore l'accordo raggiunto il 24 novembre dello scorso anno. Stando all'emittente iraniana Press Tv, che cita fonti vicine ai negoziati, sarebbe stato il segretario di Stato Usa, John Kerry, a fare pressioni sul Zarif per un'estensione dei negoziati.
Lo stallo sulle ambizioni nucleari di Teheran è ultradecennale. I colloqui di Vienna puntavano a raggiungere un accordo che avrebbe potuto trasformare il Medio Oriente, aprendo la porta alla fine delle sanzioni economiche sull'Iran e scongelando i rapporti con una nazione di 76 milioni di abitanti dopo decenni di ostilità con l'Occidente. "E' stato fatto qualche progresso", ha detto un alto dioplomatico coinvolto nella trattativa. "Ma dobbiamo discutere alcune questioni con le nostre capitali. Ci incontreremo di nuovo prima dell'anno nuovo. E' un processo in corso". Le parti sembrano ancora distanti su due questioni cruciali: l'arricchimento dell'uranio e l'alleggerimento delle sanzioni. Arricchire l'uranio lo rende infatti utilizzabile per scopi pacifici, come l'energia nucleare, ma anche - a gradi purezza elevati - per il nucleo fissile di una bomba atomica.
L'accordo sarebbe positivo non solo per l'economia iraniana, ma per quella globale, considerato che riporterebbe sui mercati internazionale un Paese con un potenziale di produzione e di investimento inesplorato che potrebbe fare della Repubblica islamica un partner economico appetibile per imprese e Stati stranieri. Gli unici ad essere danneggiati - non poco - i produttori di petrolio: la revoca, seppur graduale, delle sanzioni Usa ed Ue immetterebbe sul mercato già sovraccarico di greggio anche quello iraniano, contribuendo a deprimere ulteriormente i corsi del barile.
La posizione israeliana. Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in assenza di un accordo sul nucleare iraniano, le sanzioni contro Teheran possono essere rafforzate. "Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo - ha detto nel filmato di un'intervista alla Bbc diffuso dal suo ufficio - l'accordo per cui l'Iran premeva era terribile, perché avrebbe lasciato a Teheran la capacità di arricchire l'uranio per la bomba atomica, rimuovendo le sanzioni. Un buon accordo di cui c'è bisogno prevede che venga smantellata la capacità dell'Iran di avere ordigni atomici e solo allora si possono smantellare le sanzioni". "Il fatto che non ci sia accordo ci offre l'opportunità di continuare a rafforzare le pressioni economiche che hanno dimostrato di essere l'unica cosa che ha portato l'Iran al tavolo del negoziato - ha aggiunto Netanyahu - bisogna mantenerle, rafforzarle, credo che questa sia la strada da prendere".
L'importanza dell'accordo per Obama. "L'accordo potrebbe dare inizio a un processo in cui la relazione non solo tra l'Iran e noi, ma tra l'Iran e il mondo intero, e la regione, comincia a cambiare", ha detto il presidente americano, Barack Obama, in un'intervista all'Abc. La "pace" tra l'Iran e l'Occidente potrebbe infatti stabilizzare l'intero Medio Oriente. E per lui, come del resto per il suo omologo iraniano Rohani, sarebbe un successo in politica estera.
Tra i fautori dello status quo Israele e Arabia Saudita, che guardano nervosamente a quel che accade a Vienna, temendo che l'intesa non riesca a limitare le ambizioni nucleari di Teheran. Ma prevale la posizione di quanti ritengono che un fallimento incoraggerebbe Teheran a imboccare una deriva incontrollabile.