"LA tragedia australiana riafferma quanto sia pericolosa e tossica la narrativa diffusa attraverso il globo da organizzazioni terroristiche come lo Stato islamico (Is); quanto formidabile sia la sua presa su criminali, individui emarginati o psicologicamente labili, come l'uomo di Sidney". Rick "Ozzie" Nelson, esperto al Centro di studi strategici a Washington, ha vent'anni d'esperienza in materia di antiterrorismo, affinata anche al Consiglio di sicurezza della Casa Bianca. Eppure quest'ultima sfida gli appare, per certi versi, più insidiosa.
Qual è l'aspetto più preoccupante?
"È la differenza rispetto al passato, al terrorismo come lo conoscevamo. Al Qaeda ai tempi di Bin Laden cercava l'attacco spettacolare, complesso. Ora invece gruppi come l'Is predicano singoli atti di violenza generica: omicidi, furti. Questo rende estremamente difficile prevenire gli attacchi, individuarne i possibili autori".
Lo "sceicco" di Sidney era già stato segnalato per aver commesso violenze, come gli attentatori in Canada e in Gran Bretagna. Questo non è bastato a fermarli?
"Nelle nostre società, fondate sulla libertà d'espressione, è pressoché impossibile farlo. Come indovinare, infatti, quando e se qualcuno passerà dalle parole ai fatti? Nessuno degli attentatori che hanno agito su istigazione dell'Is aveva mai commesso atti terroristici. Perciò si può parlare di vero terrore: non si sa né da chi, né come partirà l'attacco".
Come spiega l'efficacia dell'Is rispetto ad altri gruppi jihadisti?
"Bisogna considerare l'impatto globale della sua propaganda attraverso i social media. L'Is sa utilizzare le piattaforme frequentate dai giovani; attraverso Internet inocula il suo tossico messaggio agli emarginati, a chi ha problemi di identità, di stabilità mentale o sociale. L'Is riesce a cooptarli fornendo loro uno "status", il sentimento di far parte di una "fratellanza". Come un autentico predatore, sa affinare le sue esche. In più, ha un altro vantaggio notevole".
Quale?
"Dispone di un santuario che va dalla Siria all'Iraq, dove attira reclute dai quattro angoli del mondo. Lì può ospitarle, addestrarle e rinviarle nei Paesi d'origine. Anche per questo rappresenta uno dei più gravi rischi alla sicurezza globale. La radice del problema va affrontata in Iraq e nel Levante. Qui in Occidente, le intelligence hanno pochi strumenti per impedire altri attacchi come quello australiano".
Qual è l'aspetto più preoccupante?
"È la differenza rispetto al passato, al terrorismo come lo conoscevamo. Al Qaeda ai tempi di Bin Laden cercava l'attacco spettacolare, complesso. Ora invece gruppi come l'Is predicano singoli atti di violenza generica: omicidi, furti. Questo rende estremamente difficile prevenire gli attacchi, individuarne i possibili autori".
Lo "sceicco" di Sidney era già stato segnalato per aver commesso violenze, come gli attentatori in Canada e in Gran Bretagna. Questo non è bastato a fermarli?
"Nelle nostre società, fondate sulla libertà d'espressione, è pressoché impossibile farlo. Come indovinare, infatti, quando e se qualcuno passerà dalle parole ai fatti? Nessuno degli attentatori che hanno agito su istigazione dell'Is aveva mai commesso atti terroristici. Perciò si può parlare di vero terrore: non si sa né da chi, né come partirà l'attacco".
Come spiega l'efficacia dell'Is rispetto ad altri gruppi jihadisti?
"Bisogna considerare l'impatto globale della sua propaganda attraverso i social media. L'Is sa utilizzare le piattaforme frequentate dai giovani; attraverso Internet inocula il suo tossico messaggio agli emarginati, a chi ha problemi di identità, di stabilità mentale o sociale. L'Is riesce a cooptarli fornendo loro uno "status", il sentimento di far parte di una "fratellanza". Come un autentico predatore, sa affinare le sue esche. In più, ha un altro vantaggio notevole".
Quale?
"Dispone di un santuario che va dalla Siria all'Iraq, dove attira reclute dai quattro angoli del mondo. Lì può ospitarle, addestrarle e rinviarle nei Paesi d'origine. Anche per questo rappresenta uno dei più gravi rischi alla sicurezza globale. La radice del problema va affrontata in Iraq e nel Levante. Qui in Occidente, le intelligence hanno pochi strumenti per impedire altri attacchi come quello australiano".