"È una cosa orribile. Non ci sono altre parole per definire quello che vedo". Parla così, dalla sua casa di Lahore, Mohsin Hamid. La voce dell'autore del Fondamentalista riluttante è tesa, piena di rabbia: "Abbiamo assistito a attacchi Taliban in passato e ci aspettavamo qualche forma di vendetta perché l'esercito conduce da settimane un'offensiva molto forte contro gli estremisti. Ma nessuno immaginava che potessero finire nel mirino una scuola e centinaia di bambini".
Che segnale è?
"Un segno di disperazione. I Taliban pachistani sono nell'angolo come mai prima e non sanno come reagire. Il fatto è che in Afghanistan si è da poco insediato un nuovo governo e le relazioni con il Pakistan sono migliorate: da sempre il problema dei Taliban è stato un problema di rapporti fra Kabul e Islamabad, ma ora i due Paesi stanno delineando una strategia comune, con il sostegno degli Usa che finalmente si confrontano con un'amministrazione più collaborativa a Kabul e a un esercito più determinato a Islamabad. È la prima volta che questi tre protagonisti lavorano realmente insieme. Questo lascia immaginare una possibile soluzione e lo conferma il fatto che negli ultimi tempi gli estremisti abbiano perso alcuni dei leader più importanti. L'attacco di Peshawar è la risposta a tutto questo: una risposta attesa, ma non in questa forma".
Come stanno reagendo i pachistani in queste ore?
"Con moltissima rabbia. A lungo i Taliban hanno goduto, se non dell'approvazione, di una silenziosa comprensione da parte di certi settori della società. Adesso è finita. Mi hanno tutti detto che l'esercito deve andare a fondo, che dobbiamo finirla con i Taliban, c'è rabbia e orrore. Ci sono cecchini appostati sui tetti delle scuole per paura di altri attacchi, migliaia di genitori sono corsi a prendere i propri figli. C'è la coscienza che tutto questo non può e non deve continuare, che è il momento di dire basta".
Anche fra i giovani descritti nei suoi libri, che a lungo hanno sposato le idee dei Taliban?
"A lungo i soldati della Nato e degli Usa hanno catalizzato la rabbia dei giovani pachistani e afgani. Ma adesso stanno andando via e la voglia di vendetta che per tanto tempo ha sostenuto i Taliban sta diminuendo. E loro sono disperati. Lo dimostra quest'azione sanguinaria, che non è certo pensata per vincere i cuori e le menti dei giovani pachistani".
A lungo i generali pachistani sono stati i maggiori sostenitori dei Taliban. Che cos'è cambiato ora?
"È cambiata la leadership dell'esercito e si è capito che la strategia della tolleranza non poteva funzionare. Dall'altro lato, i Taliban hanno sovrastimato la loro forza. Il Pakistan è una nazione enorme, diversificata, difficile: un piccolo gruppo di uomini armati che vengono da un'unica zona non può pretendere di controllarlo tutto. C'è da constatare con rammarico che certe scelte avrebbero potuto essere fatte prima. Ma l'esercito ha deciso ora, il governo a Kabul è cambiato da poco: i prossimi mesi ci diranno se la nuova straegia funzionerà e se noi pachistani potremo sperare di vedere la fine di questa sanguinosa guerra".
Sbaglio a dire che, per la prima volta da anni, Lei è ottimista?
"Ottimista forse è troppo. Ma ci sono segnali interessanti. L'Afghanistan è stato per anni lo scenario di una guerra a distanza fra India e Pakistan, con New Delhi che appoggiava Karzai e Islamabad i Taliban. Ma ora India e Pakistan vogliono fermare l'escalation e anche gli Stati Uniti hanno cambiato strategia. Archiviato il fallimentare intervento diretto, si muovono dietro le quinte e questo potrebbe funzionare. Le perdite inflitte ai Taliban in questo ultimo periodo sono la dimostrazione del cambiamento, ma purtroppo stragi come quella di Peshawar sono il prezzo della vendetta".
Che segnale è?
"Un segno di disperazione. I Taliban pachistani sono nell'angolo come mai prima e non sanno come reagire. Il fatto è che in Afghanistan si è da poco insediato un nuovo governo e le relazioni con il Pakistan sono migliorate: da sempre il problema dei Taliban è stato un problema di rapporti fra Kabul e Islamabad, ma ora i due Paesi stanno delineando una strategia comune, con il sostegno degli Usa che finalmente si confrontano con un'amministrazione più collaborativa a Kabul e a un esercito più determinato a Islamabad. È la prima volta che questi tre protagonisti lavorano realmente insieme. Questo lascia immaginare una possibile soluzione e lo conferma il fatto che negli ultimi tempi gli estremisti abbiano perso alcuni dei leader più importanti. L'attacco di Peshawar è la risposta a tutto questo: una risposta attesa, ma non in questa forma".
Come stanno reagendo i pachistani in queste ore?
"Con moltissima rabbia. A lungo i Taliban hanno goduto, se non dell'approvazione, di una silenziosa comprensione da parte di certi settori della società. Adesso è finita. Mi hanno tutti detto che l'esercito deve andare a fondo, che dobbiamo finirla con i Taliban, c'è rabbia e orrore. Ci sono cecchini appostati sui tetti delle scuole per paura di altri attacchi, migliaia di genitori sono corsi a prendere i propri figli. C'è la coscienza che tutto questo non può e non deve continuare, che è il momento di dire basta".
Anche fra i giovani descritti nei suoi libri, che a lungo hanno sposato le idee dei Taliban?
"A lungo i soldati della Nato e degli Usa hanno catalizzato la rabbia dei giovani pachistani e afgani. Ma adesso stanno andando via e la voglia di vendetta che per tanto tempo ha sostenuto i Taliban sta diminuendo. E loro sono disperati. Lo dimostra quest'azione sanguinaria, che non è certo pensata per vincere i cuori e le menti dei giovani pachistani".
A lungo i generali pachistani sono stati i maggiori sostenitori dei Taliban. Che cos'è cambiato ora?
"È cambiata la leadership dell'esercito e si è capito che la strategia della tolleranza non poteva funzionare. Dall'altro lato, i Taliban hanno sovrastimato la loro forza. Il Pakistan è una nazione enorme, diversificata, difficile: un piccolo gruppo di uomini armati che vengono da un'unica zona non può pretendere di controllarlo tutto. C'è da constatare con rammarico che certe scelte avrebbero potuto essere fatte prima. Ma l'esercito ha deciso ora, il governo a Kabul è cambiato da poco: i prossimi mesi ci diranno se la nuova straegia funzionerà e se noi pachistani potremo sperare di vedere la fine di questa sanguinosa guerra".
Sbaglio a dire che, per la prima volta da anni, Lei è ottimista?
"Ottimista forse è troppo. Ma ci sono segnali interessanti. L'Afghanistan è stato per anni lo scenario di una guerra a distanza fra India e Pakistan, con New Delhi che appoggiava Karzai e Islamabad i Taliban. Ma ora India e Pakistan vogliono fermare l'escalation e anche gli Stati Uniti hanno cambiato strategia. Archiviato il fallimentare intervento diretto, si muovono dietro le quinte e questo potrebbe funzionare. Le perdite inflitte ai Taliban in questo ultimo periodo sono la dimostrazione del cambiamento, ma purtroppo stragi come quella di Peshawar sono il prezzo della vendetta".