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Tsunami 2004, ritorno a Phuket dieci anni dopo

Lo tsunami che nel 2004 ha travolto il sud est asiatico 
Negli alberghi ricostruiti e sulle meravigliose spiagge i ragazzi giocano ignari come un decennio fa quando l’acqua travolse e uccise migliaia di persone Ma sotto la spensieratezza del turismo il dolore cova ancora. E non tutti, tra i sopravvissuti, hanno avuto la stessa fortuna
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PHUKET - Tornare a Ban Nam Khem non è un viaggio di piacere come per i bambini svedesi e tedeschi che vengono qui dall'inverno d'Europa e non sanno, o hanno forse soltanto sentito dire, quel che accadde esattamente dieci anni fa tra le dune dove oggi giocano spensierati. Entro nel nuovo Hotel Marriott che ha sostituito il Sofitel Magic Lagoon e stento a credere come l'emozione di quei giorni torni così vivida e dolorosa. C'era anche l'albero di Natale, come quello che splende adesso di mille lucine colorate al centro della hall completamente rifatta, ma nessuno lo avrebbe riconosciuto tra tanta devastazione e la ricerca disperata delle 300 vittime tra personale e ospiti stranieri. Mi affaccio tra lo sguardo incuriosito dei valletti in uniforme nera dalla grande porta a vetri affacciata sulla piscina in stile Versailles che un tempo aveva incanalato la furia delle onde. È tutto quasi esattamente com'era: ma così nuovo, perfetto, che si stenta a credere ai ri…
PHUKET - Tornare a Ban Nam Khem non è un viaggio di piacere come per i bambini svedesi e tedeschi che vengono qui dall'inverno d'Europa e non sanno, o hanno forse soltanto sentito dire, quel che accadde esattamente dieci anni fa tra le dune dove oggi giocano spensierati. Entro nel nuovo Hotel Marriott che ha sostituito il Sofitel Magic Lagoon e stento a credere come l'emozione di quei giorni torni così vivida e dolorosa. C'era anche l'albero di Natale, come quello che splende adesso di mille lucine colorate al centro della hall completamente rifatta, ma nessuno lo avrebbe riconosciuto tra tanta devastazione e la ricerca disperata delle 300 vittime tra personale e ospiti stranieri. Mi affaccio tra lo sguardo incuriosito dei valletti in uniforme nera dalla grande porta a vetri affacciata sulla piscina in stile Versailles che un tempo aveva incanalato la furia delle onde. È tutto quasi esattamente com'era: ma così nuovo, perfetto, che si stenta a credere ai ricordi di morte e desolazione. I nuovi impiegati sono stati istruiti a non parlare con gli ospiti di ciò che avvenne quel giorno di Santo Stefano, quando la furia delle onde si è abbattuta qui come a Banda Aceh, nello Sri Lanka e in India. La più grande tragedia di natura a memoria d'uomo, che solo in queste stanze affacciate sull'oceano ha visto sepolti quasi 300 ospiti a sentire gli albergatori, più di 700 secondo altre fonti.

Accadde in un giorno come questo. Un po' di sole tra le nuvole, una bonaccia umida, e improvvisamente dieci metri di un muro d'acqua contro il quale c'è scampo solo in cima all'albero più alto della spiaggia, lungo una costa come quella di Khao Lak spogliata allora come oggi di vegetazione per costruirci un resort ogni cento metri. Tra pochi giorni si celebra il decimo anniversario tra cerimonie religiose, rituali diplomatici e ricordi dei parenti delle vittime che talvolta tornano ogni anno nello stesso periodo a ricordare e pregare. Ne abbiamo incontrati parecchi, anche genitori che sono rimasti qui per sempre, come gli italiani Giuliano Ceotto, padre del piccolo Alex di due anni trovato sepolto sotto la sabbia di Phi Phi Island, e Paolo Benaglia, che ha perso la sua Denise nata un anno e mezzo prima dell'onda, inghiottita assieme ai nonni che erano appena arrivati da Bergamo per conoscere la nipotina mezza asiatica.

Per loro il ricordo è privato e accettano di parlarne in occasione dei dieci anni perché forse a qualche parente che è stato vicino nel momento del bisogno farà piacere sapere che la loro vita e bene o male è ricominciata, che ognuno ha avuto altri bambini da altre compagne e mogli, ai quali hanno dato gli stessi nomi dei morti. Ma né a casa Ceotto, né tra le famiglie thailandesi quasi interamente inghiottite dal mare, si parla volentieri di quanto e successo. Nessuno poteva immaginare, e nessuno riesce ancora a immaginare che possa ripetersi. Adesso, dicono le autorità e i giornali, esistono 19 torri di avvistamento e un sistema di sensori collegato al fondo degli oceani che percepisce il primo ruggito della terra e mette in allarme l'intera penisola appena si fa talmente forte da poter scatenare di nuovo la furia dell'oceano. A esaltare il grande cambiamento che la tecnologia ha portato all'indomani della tragedia, gli operatori turistici della zona di Khao Lak, dove c'è stata la più alta concentrazione di vittime di tutta la costa fino al sud di Phuket: ci mostrano le cifre che confermano la ritrovata fiducia del mondo devastato ogni giorno da guerre e terrorismo per questi luoghi dove in fondo gli tsunami non succedono che di secolo in secolo. Per accogliere i clienti in costante aumento, le stanze disponibili sono passate da 6 a 10 mila: non c'è un solo tratto di costa senza costruzioni turistiche. Poco importa che le stanze siano ancora ridosso dell'acqua, con i cartelli azzurri che segnalano i percorsi di evacuazione e quelli rossi che dicono: "Non oltrepassare, proprietà privata". Solo nel villaggio di pescatori di Ban Nam Khen sono morti duemila dei tremila abitanti. Almeno altri 600 erano birmani. Molti sono ancora in attesa di identificazione avvolti nel cellophane e alluminio in una vasca di cemento del centro di raccolta della polizia. Ce ne sono più di 400, e per ricordarli tutti c'è un piccolo cimitero di tombe ornate con un numero identificazione, circondate da murales eseguiti dai bambini con tante onde furiose e mani che annaspano, madri in lacrime e barche di pescatori sulla cresta delle onde. Non c'è nessuno a visitarlo.

Nel nuovo villaggio, spostato di parecchio dal mare, le case dei thai sono state ricostruite in cemento, con aiuti locali e internazionali. Ma non tutti hanno avuto la stessa fortuna. A parte i birmani che hanno perso il lavoro e sono tornati per disperazione a lavorare nelle barche da pesca, centinaia di famiglie ancora si battono in tribunale per rivendicare i loro diritti sulle terre delle quali si sono appropriate le grandi compagnie alberghiere. Per capire quanto il business abbia ripreso il sopravvento come e più di prima sul resto delle considerazioni ambientali, basta scendere più a sud lungo la spiaggia e la litoranea gremita di turisti di Patong. Perfino nel seminterrato dell'Ocean Plaza dove rimasero intrappolate più di cento persone è stato riaperto un supermercato e la vita scorre con una frenesia che non ha precedenti nella storia dell'industria turistica thailandese. Gli arrivi sono aumentati del triplo dal 2004, e nel 2013 sono stati 11 milioni e 900 mila contro i 4 milioni e mezzo del tempo. L'anno dopo lo tsunami erano scesi a due milioni e mezzo, ma pian piano col duro lavoro dei thai e degli immigrati le cose hanno cominciato a cambiare nonostante il nuovo golpe dei militari.

All'ex pescatore Wasan, che ha perso due nipoti, lo tsunami ha cambiato la vita. Ha abbandonato i remi e fa il volontario in un orfanotrofio di nome Ban Tan Namchai, aperto subito dopo lo tsunami per ospitare prima 20, poi 50 e infine più di 100 piccoli senza genitori. All'inizio le donazioni sono state generose e molte madri che hanno perso figli e mariti sono state impiegate qui. Ma ora che gli orfani vengono da famiglie di alcolisti, piccoli criminali in prigione, vittime dell'Hiv, ragazze madri che li gettano tra i rifiuti, la fondazione conta sull'aiuto di pochi mecenati. Per quest'anniversario c'è stato un nuovo afflusso di visitatori e donatori, e la direttrice Rotjana organizza per gli ospiti quasi ogni giorno uno spettacolo dei bimbi. "Dobbiamo essere riconoscenti al mondo - dice - i primi orfani oggi hanno finito le scuole e qualcuno si è fatto anche strada. Forse nella famiglia di pescatori dov'erano cresciuti non avrebbero avuto questa possibilità. Ma per me i bambini di allora e quelli di adesso dovrebbero avere diritto agli stessi sogni. Ognuno di loro ha vissuto uno tsunami quando è arrivato qui".