PARLA lentamente, Aharon Appelfeld, soppesando ogni frase tra lunghi sospiri. Dalla sua casa a Gerusalemme lo scrittore israeliano, che compirà 83 anni a febbraio, sta seguendo con una preoccupazione fortissima la difficile situazione in cui si trovano gli ebrei a Parigi e in Francia. "Provo orrore, solo orrore, per quanto è avvenuto a Parigi - dice il romanziere di famiglia ebraica, che da bambino fu deportato in un campo di concentramento insieme al padre, dopo che i nazisti ne avevano ucciso la madre, per poi riuscire miracolosamente a fuggire e a salvarsi - è terribile che siano stati uccisi dei giornalisti ma anche degli ebrei. Tutto questo mi fa male. L'agguato al kosher market è una cosa orribile. Mi ha ricordato le violenze che gli ebrei hanno subito durante la seconda guerra mondiale".
Appelfeld, come si vincerà questo clima di paura?
"Non lo so. I giornalisti sono stati assassinati perché giornalisti e gli ebrei sono stati uccisi perché ebrei. Esattamente come succedeva durante il nazismo. La comunità internazionale non dovrebbe permettere questo, gli ebrei vanno protetti. Oggi ripiombiamo in un passato di terrore, nella barbarie che l'Europa si era lasciata alle spalle. Non doveva più tornare. E invece è qui, sotto i nostri occhi".
Secondo lei le misure di sicurezza basteranno per impedire altri attentati?
"Ce lo auguriamo tutti. Da un lato è necessario che le forze dell'ordine proteggano con la massima attenzione le scuole ebraiche, le sinagoghe e i negozi delle nostre comunità a Parigi e nel resto del Paese, ma dall'altro è evidente che per fare ciò occorreranno risorse economiche e umane sicuramente elevate. Non ho idea se il governo francese disponga di questi mezzi".
Dopo il corteo in cui hanno sfilato insieme Netanyahu e Abu Mazen, il premier israeliano ha fatto visita al negozio kosher. Sono segnali importanti?
"Sicuramente sì, vanno accolti positivamente. Però penso che tutti i capi di Stato debbano continuare a esprimere la loro solidarietà e a impegnarsi per la pace. La partecipazione deve essere la più ampia possibile in queste situazioni".
La sua esperienza di vita la induce a rivolgere quali parole agli ebrei che in queste ore vivono il dramma del terrorismo?
"Si sentono vulnerabili, hanno paura. Li capisco. E gli sono vicino, davvero vicino. Gli mando tutta la mia solidarietà perché mi identifico in loro e in quello che stanno vivendo. Mi permetta però di farle notare che non è un problema solo per gli ebrei: quanto è accaduto a Parigi evidenzia rischi che vanno oltre l'antisemitismo. Riguardano l'Europa intera. Questo terrorismo barbarico, senza pietà, non è solo un problema per gli ebrei. È stata colpita l'Europa".
Cosa accadrà alla lunga tradizione di dialogo interculturale in Francia? Siamo a un punto di non ritorno?
"Dipende dalla reazione del governo francese. Certamente è fondamentale che vengano identificati e fermati tutti gli estremisti islamici. L'Europa dal canto suo dovrà aiutare la Francia in queste azioni. Ne va della libertà di tutti".
Appelfeld, come si vincerà questo clima di paura?
"Non lo so. I giornalisti sono stati assassinati perché giornalisti e gli ebrei sono stati uccisi perché ebrei. Esattamente come succedeva durante il nazismo. La comunità internazionale non dovrebbe permettere questo, gli ebrei vanno protetti. Oggi ripiombiamo in un passato di terrore, nella barbarie che l'Europa si era lasciata alle spalle. Non doveva più tornare. E invece è qui, sotto i nostri occhi".
Secondo lei le misure di sicurezza basteranno per impedire altri attentati?
"Ce lo auguriamo tutti. Da un lato è necessario che le forze dell'ordine proteggano con la massima attenzione le scuole ebraiche, le sinagoghe e i negozi delle nostre comunità a Parigi e nel resto del Paese, ma dall'altro è evidente che per fare ciò occorreranno risorse economiche e umane sicuramente elevate. Non ho idea se il governo francese disponga di questi mezzi".
Dopo il corteo in cui hanno sfilato insieme Netanyahu e Abu Mazen, il premier israeliano ha fatto visita al negozio kosher. Sono segnali importanti?
"Sicuramente sì, vanno accolti positivamente. Però penso che tutti i capi di Stato debbano continuare a esprimere la loro solidarietà e a impegnarsi per la pace. La partecipazione deve essere la più ampia possibile in queste situazioni".
La sua esperienza di vita la induce a rivolgere quali parole agli ebrei che in queste ore vivono il dramma del terrorismo?
"Si sentono vulnerabili, hanno paura. Li capisco. E gli sono vicino, davvero vicino. Gli mando tutta la mia solidarietà perché mi identifico in loro e in quello che stanno vivendo. Mi permetta però di farle notare che non è un problema solo per gli ebrei: quanto è accaduto a Parigi evidenzia rischi che vanno oltre l'antisemitismo. Riguardano l'Europa intera. Questo terrorismo barbarico, senza pietà, non è solo un problema per gli ebrei. È stata colpita l'Europa".
Cosa accadrà alla lunga tradizione di dialogo interculturale in Francia? Siamo a un punto di non ritorno?
"Dipende dalla reazione del governo francese. Certamente è fondamentale che vengano identificati e fermati tutti gli estremisti islamici. L'Europa dal canto suo dovrà aiutare la Francia in queste azioni. Ne va della libertà di tutti".