Esteri

India, folla lincia uno stupratore

La folla inferocita è entrata nella prigione in cui l'uomo era detenuto, l'ha portato in strada e l'ha ucciso. Una sedicenne che era stata violentata all'inizio di febbraio si è suicidata. Due episodi gravissimi, mentre continuano a infuriare le polemiche sul documentario della Bbc sulla vicenda della studentessa uccisa dal branco nel 2012 a New Delhi

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NEW DELHI - Ancora un episodio che conferma come ormai in India il fenomeno della violenza sessuale costituisca una vera e propria emergenza sociale. Una folla inferocita di 4.000 persone è entrata oggi in una prigione dello Stato nord-orientale di Nagaland, ha portato in strada un uomo arrestato la settimana scorsa per stupro, lo ha denudato e poi ucciso a forza di botte. Gli addetti alla sicurezza della prigione sono stati sopraffatti senza difficoltà dalla gente che ha divelto due cancelli prima di riversarsi all'interno dell'edificio per prendere Syed Farid Khan, un uomo d'affari trentacinquenne, sposato, immigrato dal Bangladesh, reo confesso dello stupro il 23 febbraio scorso di una ragazza di 20 anni. Dal giorno della violenza, la tensione nello Stato di Nagaland, e in particolare nel distretto di Dimapur, è altissima: sono stati saccheggiati parecchi negozi, presumibilmente appartenenti a commercianti provenienti dal Bangladesh, e le autorità hanno decretato il coprifuoco.

Nello Stato di Haryana una sedicenne, violentata da quattro persone all'inizio di febbraio, si è tolta la vita impiccandosi. Secondo la famiglia, l'ha fatto perché si era resa conto che la polizia stava manovrando per trasformare lo stupro di gruppo da lei subito in quello di una sola persona. "Qualche giorno dopo l'incidente, ci aveva detto che stava subendo pressioni da parte degli agenti perché firmasse una denuncia contro un solo individuo e non contro i quattro che l'avevano violentata", ha raccontato uno zio della ragazza. Il 6 febbraio scorso i genitori ne avevano denunciato la scomparsa e la polizia l'aveva trovata in stato di incoscienza all'interno di una fattoria alla periferia del suo villaggio.

Due episodi gravissimi, avvenuti nel giorno in cui a New Delhi si sono infiammate le polemiche sul documentario realizzato dalla regista britannica Leslee Udwin sulla vicenda della studentessa uccisa dal branco nel 2012 nella capitale indiana. Il documentario contiene tra l'altro un'agghiacciante intervista all'autista del bus Mukesh Singh, uno dei responsabili della morte della giovane, che si trova oggi nel braccio della morte. Ceduto alla Bbc che lo ha trasmesso ieri sera sul suo quarto canale, il documentario, dal titolo "India's Daughter", è stato proibito in India dove però migliaia di persone lo hanno potuto vedere per varie ore in una versione offerta da YouTube. Fino a quando le autorità indiane non sono riuscite a far applicare l'ordinanza di un magistrato che ne proibiva la diffusione.
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Di fronte alla "sfida" dell'emittente britannica, il governo indiano ha fatto sapere per bocca del ministro dell'Interno Rajnath Singh che "sta studiando le possibili risposte giudiziarie alla diffusione del filmato", costato alla regista Udwin - che ha lasciato ieri New Delhi per prudenza - due anni di lavoro. Per tutta la giornata comunque le tv ed i media online indiani hanno ospitato accesi e polemici dibattiti sull'opportunità o meno di vietare un film che si propone di mettere a nudo, attraverso una serie di testimonianze, la realtà della condizione della donna in India. Comunque, poche ore dopo la trasmissione del documentario da parte della Bbc, l'hashtag #IndiasDaughter è diventata il 'numero uno' globale su Twitter e altri dui -  #NirbhayaInsulted e #DontRapeAgain - hanno occupato rispettivamente la seconda e quarta posizione.