MOSCA - I cinque sospetti arrestati in seguito all'omicidio di febbraio dell'oppositore russo Boris Nemtsov sono stati incriminati dalla magistratura russa per "omicidio su commissione". Lo ha annunciato il tribunale di Mosca.
In un comunicato il tribunale ha indicato che i cinque uomini, originari delle repubbliche russe di Cecenia e Inguscezia, sono stati incriminati in base all'articolo 105 del codice penale russo sugli "omicidi commessi da un gruppo di persone che agiscono allo scopo di arricchirsi o su commissione". Per gli inquirenti, insomma, a decidere che Nemtsov doveva morire è stato qualcun altro. È la prima volta che la procura ufficializza l'esistenza di mandanti dell'omicidio.
Ex vice primo ministro e oppositore di Vladimir Putin, Boris Nemtsov è stato ucciso nella notte tra il 27 e il 28 febbraio in pieno centro di Mosca, ai piedi del Cremlino, mentre rientrava a casa con la compagna. Cinque uomini sono stati arrestati dalle autorità russe la settimana successiva all'omicidio. Il principale sospettato, l'ex poliziotto Zaur Dadayev, si è inizialmente dichiarato colpevole prima di ritrattare e denunciare che la sua confessione era stata estorta sotto tortura.
Il presidente Putin ha immediatamente definito l'omicidio come una "provocazione", promettendo che sarebbe stato fatto tutto il possibile per trovare i responsabili. Persone vicine a Nemtsov hanno respinto la "pista islamista", avanzata dalla polizia che privilegia l'ipotesi di un delitto in risposta al sostegno che il politico aveva dato a Charlie Hebdo. Secondo il quotidiano russo Kommersant il Comitato di inchiesta russo avrebbe identificato l'uomo che avrebbe fornito agli esecutori del delitto l'arma e l'auto. Secondo il giornale il sospetto, la cui identità non è stata resa nota, aveva anche promesso cinque milioni di rubli (circa 80mila euro) a ciascun partecipante.
In un comunicato il tribunale ha indicato che i cinque uomini, originari delle repubbliche russe di Cecenia e Inguscezia, sono stati incriminati in base all'articolo 105 del codice penale russo sugli "omicidi commessi da un gruppo di persone che agiscono allo scopo di arricchirsi o su commissione". Per gli inquirenti, insomma, a decidere che Nemtsov doveva morire è stato qualcun altro. È la prima volta che la procura ufficializza l'esistenza di mandanti dell'omicidio.
Ex vice primo ministro e oppositore di Vladimir Putin, Boris Nemtsov è stato ucciso nella notte tra il 27 e il 28 febbraio in pieno centro di Mosca, ai piedi del Cremlino, mentre rientrava a casa con la compagna. Cinque uomini sono stati arrestati dalle autorità russe la settimana successiva all'omicidio. Il principale sospettato, l'ex poliziotto Zaur Dadayev, si è inizialmente dichiarato colpevole prima di ritrattare e denunciare che la sua confessione era stata estorta sotto tortura.
Il presidente Putin ha immediatamente definito l'omicidio come una "provocazione", promettendo che sarebbe stato fatto tutto il possibile per trovare i responsabili. Persone vicine a Nemtsov hanno respinto la "pista islamista", avanzata dalla polizia che privilegia l'ipotesi di un delitto in risposta al sostegno che il politico aveva dato a Charlie Hebdo. Secondo il quotidiano russo Kommersant il Comitato di inchiesta russo avrebbe identificato l'uomo che avrebbe fornito agli esecutori del delitto l'arma e l'auto. Secondo il giornale il sospetto, la cui identità non è stata resa nota, aveva anche promesso cinque milioni di rubli (circa 80mila euro) a ciascun partecipante.