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Ottaway: "Yemen, disastro umanitario. Rischiamo un altro Afghanistan"

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ROMA. "Non si può pensare, come fanno alcuni, che lo Yemen sia un piccolo Paese lontano e che un conflitto lì non ci riguardi. Il rischio reale è che l'Is crei in quella zona una sua nuova base: dopo che si sono impossessati di aree così vaste in Siria e Iran, non possiamo escludere nulla. E poi c'è la questione della proxy war, la guerra per conto terzi, fra l'Arabia Saudita e l'Iran. Questa crisi è importante: lo Yemen può diventare come l'Afghanistan, un paese- base per il terrorismo".

Marina Ottaway è una degli esperti di Medio Oriente più ascoltati di Washington: Senior Scholar al Woodrow Wilson Center dopo essere stata a lungo alla testa del programma Middle East del Carnegie Endowment for International Peace, ospite frequente dei programmi tv e dei giornali "che contano", guarda con preoccupazione la crisi in uno dei paesi che segue da anni deteriorarsi di giorno in giorno. Ieri l'Unicef ha lanciato l'allarme parlando di un "prossimo disastro": gli aiuti umanitari preparati dalla Croce rossa internazionale non riescono a raggiungere il terreno e Aden - la città chiave sul Mar Rosso intorno a cui si concentrano i combattimenti - è descritta come "una città fantasma" da chi è fuggito.

Signora Ottaway, l'Onu diffonde cifre allarmanti sulla crisi in Yemen. Vuole spiegarci che cosa sta accadendo?
"C'è una crisi interna che dura da molto tempo e che ora si è aggravata per l'intervento dei sautenere Dopo mesi di avvertimenti e proclami, Riad ha scelto di agire direttamente, citando come causa l'appoggio dell'Iran agli Houthi: ma io credo che il ruolo iraniano sia stato esagerato, gli Houthi sono un movimento yemenita che da anni si batte contro il governo. Se ora ha guadagnato tanto terreno è soprattutto grazie all'alleanza con le forze, comprese quelle nell'esercito, fedeli all'ex presidente Ali Abdallah Saleh: di fronte a questa unione, non c'è la capacità da parte del presidente Hadi di difendere il paese".

Cosa prevede per le prossime settimane?
"I sauditi hanno scelto un approccio in qualche modo simile a quello seguito dagli americani contro l'Is: intervento dal cielo ma non su terra. Però non possono otgralisti molto senza truppe sul terreno. Gli americani in Iraq hanno i curdi e gli sciiti che combattono, i sauditi nessuno. Quindi continueranno a bombardare e a fare vittime in modo indiscriminato. Temo che ci saranno ancora molti morti prima di arrivare ad un tavolo negoziale".

È corretto parlare di una guerra settaria? Sunniti contro sciiti?
"Io preferisco parlare di una guerra civile. Gli Houthi non sono sciiti nel senso più tradizionale del termine, e al loro fianco combattono anche i sunniti di Saleh. L'Arabia Saudita presenta il conflitto in questo modo perché ha paura dell'espansione dell'Iran e vuole contenerla. Teheran è stata molto brava ad estendere la sua area di influenza negli ultimi anni, dalla Siria al Libano fino all'Iraq ".

Qual è il ruolo dell'ex presidente Saleh nella crisi?
"Fondamentale. Cacciato dalla Primavera araba dopo più di 30 anni di potere, non ha mai accettato di lasciare la scena e sta giocando la partita del suo ritorno, schierandosi con i suoi ex nemici Houthi. È grazie a lui se sono arrivati ad Aden".

L'Arabia Saudita si è gettata in questa crisi con tutto il suo peso: ma ha un governo giovane, un nuovo re, un nuovo ministro della Difesa...
"Infatti da due mesi la politica saudita è cambiata, è molto più attiva rispetto agli ultimi anni di re Abdullah, morto a gennaio. Ma non è ancora chiaro se sa davvero dove vuole andare".