Esteri

Usa, la repubblica degli oligarchi

Anteprima di "U. S. Confidential", il nuovo numero di Limes dedicato agli Stati Uniti

7 minuti di lettura
Nell'estate del 1787 la segretezza che circondava i lavori della convenzione di Philadelphia era divenuta insostenibile anche per gli abitanti del Nuovo Mondo, che pure non erano usi ricevere spiegazioni dai loro governanti. Al termine dell'assemblea la signora Powel, che fuori dal cancello della Independence Hall attendeva notizie, si rivolse a Benjamin Franklin per sapere quale forma costituzionale avrebbero assunto gli Stati Uniti d'America. "Dottore, che cosa avremo allora? Una repubblica o una monarchia?", chiese con trepidazione. Voltatosi di scatto, Franklin la fulminò con una risposta smaccatamente paternalistica: "Avremo una repubblica, signora, se sarete in grado di mantenerla".

La dichiarazione tradiva l'approccio dei padri fondatori (framers). Nelle intenzioni originarie, l'America non doveva essere una democrazia  -  la parola non appare mai negli articoli della costituzione  -  ma una repubblica. Non solo per il fascino irresistibile dell'Antica Roma. Il termine greco demokratía richiamava "la diretta e pericolosa" incarnazione del governo da parte del popolo. Gli Stati Uniti invece sarebbero stati guidati da un gruppo di elitisti illuminati che, prestati solo temporaneamente alla politica, avrebbero amministrato la cosa pubblica senza lasciarsi traviare dalle passioni. E avrebbero perduto la libertà solo se la popolazione avesse imposto la propria volontà alla classe dirigente, alterando l'architettura istituzionale.

La politica doveva essere appannaggio di pochissimi letterati, selezionati per censo quale elettorato attivo e passivo. Il feticcio della rappresentatività era il diaframma da inserire tra il lucido perseguimento dell'interesse pubblico e la cieca umoralità delle masse. Il presidente sarebbe stato scelto indirettamente, da un collegio elettorale che si riuniva in semiclandestinità. La stessa idea di indire elezioni esclusivamente di martedì, il giorno che precedeva il mercato, doveva scoraggiare la cittadinanza dall'interessarsi alle questioni pubbliche. Un distacco che avrebbe reso immune la nazione dalla violenza che sconvolgeva l'Europa. I propositi erano talmente palesi che, inviato nel Nuovo Mondo per studiare il sistema penale, quarant'anni dopo l'aristocratico francese Charles-Alexis-Henri Clérel de Tocqueville sposò senza esitazione il sentire dei framers, indicando "nella dittatura della maggioranza" la principale minaccia al modello a stelle e strisce.

GUARDA L'ANTEPRIMA DI LIMES "U.S. Confidential"

Oltre duecento anni più tardi, la repubblica appare tanto in linea con il disegno dei padri fondatori quanto lontana dal progetto iniziale. Certo, alcune caratteristiche dell'America attuale riflettono la volontà dei delegati costituenti. Come dimostrato dalla bassa affluenza alle urne, i cittadini statunitensi restano mediamente disinteressati alla politica, specie se paragonati ai loro cugini europei. L'amministrazione pubblica è tuttora di competenza quasi esclusiva dei ceti più abbienti. Il sistema dei checks and balances, malgrado gli stereotipi, impedisce agli Stati Uniti di adottare una forma presidenziale.

Allo stesso tempo, la politica americana mostra tendenze e fenomeni che non erano stati contemplati nell'epopea della fondazione e che le conferiscono un aspetto inatteso. Anzitutto, l'influenza smodata degli oligarchi che conducono primarie personali e che impongono le loro priorità a presidenti e congressisti. La presenza delle grandi dinastie che, con i loro professionisti della politica e custodi del consenso, si contendono gli incarichi più prestigiosi (Casa Bianca compresa). L'ingerenza dei lobbisti, ufficiali e nascosti, che fissano l'agenda parlamentare e che, in barba allo spoils system, detengono il potere burocratico, essenziale nella gestione dello Stato. L'assenza pressoché totale di ideologie, che tramuta la competizione elettorale in una questione tra consulenti di marketing ed esperti in comunicazione.

Indagare il momento dell'America non solo rende patente la distanza tra il paese reale e gli scritti di Madison e Hamilton. Soprattutto consente di misurare lo stato di salute della repubblica, lo spirito dei suoi cittadini e la ragione imperiale della sua sopravvivenza.

Studiare le vicende d'oltreoceano è complicato dalla sofisticatezza della propaganda statunitense. Come nel gergo cinematografico francese un filtro blu posto davanti all'obiettivo trasforma in notturna una ripresa realizzata in pieno giorno e fa calare la notte americana (nuit américaine), così media e spin doctors a stelle e strisce sanno creare uno iato profondo tra la realtà e la sua percezione. A livello politico l'illusione maggiore riguarda la Casa Bianca. Sfruttando la necessità di semplificare i meccanismi amministrativi e lo stato di belligeranza semiperenne vissuto dalla nazione, negli anni la vulgata ha collocato il presidente al centro del sistema politico federale, attribuendogli prerogative e poteri non espressamente previsti dai framers. In questo modo il "leader del mondo libero" ha sviluppato connotati epici e perfino il suo vice, istituzione meramente simbolica per stessa ammissione di coloro che hanno ricoperto la carica, ha assunto notevole dignità istituzionale.

Il presidente è divenuto un simulacro intoccabile, chiamato per inerzia a imporre la sua agenda sul fronte interno e investito di competenza esclusiva negli affari esteri. Pertanto l'atteggiamento adottato dall'attuale Congresso nei confronti dell'amministrazione Obama, teso a ostacolarne le iniziative, sarebbe da considerarsi anticostituzionale e inaudito. Inoltre il parlamento avrebbe usurpato prerogative altrui intervenendo nel negoziato con l'Iran. Il 3 marzo scorso lo speaker della Camera John Boehner ha concesso al primo ministro israeliano Netanyahu il pulpito congressuale per criticare la politica mediorientale degli Usa. Sei giorni più tardi 47 senatori hanno scritto una lettera all'ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica Islamica d'Iran, per invitarlo a non fidarsi delle promesse di Obama, perché la costituzione conferisce "la facoltà di ratificare gli accordi internazionali esclusivamente al Congresso e perché i parlamentari restano in carica sei anni contro i quattro di un presidente". Per tutta risposta la Casa Bianca e il dipartimento di Stato hanno definito l'atteggiamento del Campidoglio "una violazione della divisione dei poteri". E i media hanno censurato l'ostruzionismo dei parlamentari.

In realtà il vero fulcro del potere federale è proprio il Congresso, ovvero il luogo in cui si celebra la rappresentanza immaginata dai padri fondatori e in cui si incontrano gli interessi dei cittadini e delle aziende, degli Stati e degli oligarchi. La costituzione riconosce al presidente esclusivamente l'incarico di realizzare i propositi elaborati dal Congresso, in campo sia domestico sia internazionale, e autorizza i parlamentari, in casi specifici, a sollevarlo dall'incarico. Impossibile dunque ritenere illegittima o inedita l'iniziativa del Campidoglio in politica estera. Anzi. Nel 1793 molti rappresentanti sudisti si accordarono con l'ambasciatore francese Edmond-Charles Genêt per sostenere la Francia nella guerra contro il Regno Unito, nonostante la rigida neutralità perseguita da George Washington.

Nel 1798 un ex senatore della Pennsylvania, George Logan, addirittura viaggiò fino a Parigi per negoziare con le autorità francesi la fine della cosiddetta quasi-guerra. Per compiacere il presidente Adams, l'anno successivo i federalisti approvarono una legge, l'eponimo Logan Act, che proibisce ai cittadini privi di incarichi governativi di interferire in una disputa tra gli Stati Uniti e una nazione straniera. Ma la norma non è mai stata applicata e non ha impedito le scorribande di molti emissari informali: da John Kerry in Francia per incontrare i vietcong; a Charlie Wilson in Afghanistan per consegnare armamenti ai mujaheddin; fino a John McCain in Ucraina per sostenere la causa dei filoccidentali. Molto semplicemente, complici gli errori commessi da George W. Bush e l'atteggiamento distaccato assunto da Obama, negli ultimi anni il Campidoglio ha iniziato un visibile processo di recupero del proprio ruolo. In linea con il concetto di checks and balances costituzionali. Del resto, il commander-in-chief non presiede materialmente neanche l'esecutivo e adotta le sue decisioni con il supporto esclusivo di funzionari non eletti, di cui l'opinione pubblica ignora perfino i nomi. Su tutti il capo di gabinetto (chief of staff), di fatto un primo ministro invisibile, che gestisce i rapporti con i parlamentari, i colleghi di partito e i lobbisti. E con lui il consigliere speciale della Casa Bianca, guru elettorale che sussurra nell'orecchio del presidente su questioni cruciali per la condotta della superpotenza, spesso senza possedere alcuna preparazione di tipo geopolitico o economico.

Piuttosto, nella parziale indifferenza dei media, negli ultimi anni si sono consumati sviluppi potenzialmente decisivi per il futuro della repubblica. Ad esempio la definitiva conquista della scena politica da parte degli oligarchi, termine solitamente tabù, e la nascita delle cosiddette primarie informali. Nel 2010 con la sentenza Citizens United vs. Federal Election Commission, la Corte suprema ha permesso a individui e a società private di finanziare ad libitum i singoli candidati, a patto che non esista diretto coordinamento tra di loro e che i fondi siano elargiti dai comitati politici (super pacs). Ne è scaturita un'immissione incontrollata di denaro nel processo elettorale e il depotenziamento dei piccoli finanziatori, che prima raggiungevano con facilità il tetto imposto dei 5 mila dollari. Proprio mentre la crisi economica accresceva il peso specifico dei super-ricchi, con i 400 americani più abbienti che dal 2011 dispongono di un patrimonio superiore alla somma di quelli detenuti dal 50% dei restanti cittadini. Così per scegliere su chi puntare da alcuni anni industriali e finanzieri, vicini sia ai repubblicani sia ai democratici, indicono convegni clandestini, rigorosamente chiusi al pubblico e ai media, in cui vagliano le posizioni di potenziali candidati.

I summit sono numerosi. I fratelli Charles e David Koch, industriali siderurgici e petroliferi, ogni sei mesi organizzano in California un esclusivo evento  -  denominato the seminars  -  al quale partecipano influenti esponenti del Grand Old Party come Jeb Bush, il governatore del Wisconsin Scott Walker, i senatori Rand Paul e Ted Cruz.

Nel corso di una tre giorni fitta di incontri e dibattiti si discute della possibilità di approvare sgravi fiscali in favore delle classi più agiate, di strategie per aumentare la produttività industriale e di commercio con l'estero. In ballo c'è quasi un miliardo di dollari che i Koch e i loro alleati promettono di sborsare soprattutto per sconfiggere Hillary Clinton. Lo stesso vale per il re dei casinò, Sheldon Adelson, che allestisce a Las Vegas le sue primarie personali. Ebreo ortodosso, ottavo uomo più ricco del mondo, alleato del premier Netanyahu, Adelson è soprattutto interessato a impedire la legalizzazione del gioco d'azzardo online, nonché ad affossare l'apertura obamiana all'Iran e il negoziato israelo-palestinese.

Sul fronte democratico è Tom Steyer, manager di hedge funds con un patrimonio da 118 miliardi di dollari, a invitare ciclicamente i leader della sinistra nel suo ranch di Pescadero, in California, per testarne l'opinione su argomenti green. Dopo aver finanziato nel 2013 la vittoriosa corsa a governatore della Virginia di Terry McAuliffe ed essere stato sconfitto proprio dai Koch nelle ultime elezioni di metà mandato, malgrado una spesa di 70 milioni di dollari, in vista delle presidenziali Steyer ha intenzione di sborsare "una cifra illimitata" per sostenere esponenti ambientalisti.

Secondo molti osservatori sarebbe stato lui nel 2014 a convincere Obama e i parlamentari liberal a respingere la realizzazione dell'oleodotto Keystone XL che avrebbe dovuto condurre dal Canada al Texas il petrolio estratto da sabbie bituminose. Più discreto l'arcinoto finanziere George Soros, nel 2008 tra i principali sostenitori di Obama, che partecipa soltanto a incontri bilaterali.

Considerate le cifre offerte, mostrarsi in sintonia con i desiderata degli oligarchi può rivelarsi vitale. E una semplice gaffe può costare molto cara. È capitato al governatore del New Jersey, Chris Christie, in occasione del vertice organizzato da Adelson nel marzo 2014. Nel tentativo di conquistarsi le simpatie del padrone di casa, sul palco del casinò The Venetian Christie raccontò di un viaggio effettuato in Israele due anni prima. "Dopo essere stato a Gerusalemme, ho sorvolato i territori occupati [sic]. In quell'occasione ho potuto vedere con i miei occhi il clima ostile con cui Israele deve fare i conti ogni giorno", spiegò sicuro di blandire il suo interlocutore. Adelson però non ritiene la Cisgiordania un territorio occupato, né tantomeno crede che i coloni israeliani siano stanziati su terre altrui. E da allora ha preso le distanze dal governatore. Stessa sorte per Rand Paul che lo scorso gennaio, durante il summit voluto a Rancho Mirage in California dai fratelli Koch, ha prima proposto di concludere un accordo commerciale con la Cina, quindi ha criticato l'attività di lobbying condotta dalle grandi industrie. Accusato di lesa maestà, Paul è finito all'ultimo posto nel sondaggio realizzato ad uso interno durante l'incontro.  [...]