Esteri

Iran, processo a porte chiuse per il corrispondente del Washington Post accusato di spionaggio

Jason Rezaian e sua moglie Yeganeh Salehi (ansa)
Iniziato presso una corte speciale di Teheran il procedimento che vede alla sbarra il giornalista dalla doppia nazionalità Jason Rezaian in un caso che aveva visto coinvolte anche sua moglie e una fotoreporter di cui non è mai stata rivelata l'identità. Il WP denuncia: senza pubblico non avrà l'attenzione che merita. La difesa: accuse inconsistenti. Ma si teme che la vicenda sia la mossa dell'ala conservatrice del regime per far fallire il trattato sul nucleare e il conseguente riavvicinamento agli Usa
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TEHERAN - E' iniziato questa mattina il processo al corrispondente del Washington Post detenuto da circa 10 mesi in Iran con l'accusa di spionaggio. Una vicenda, quella che ha per protagonista il giornalista americano-iraniano Jason Rezaian, che vive il suo passaggio decisivo proprio in coincidenza con la stretta finale del negoziato sul nucleare iraniano. Secondo alcuni osservatori, le accuse mosse al giornalista non sarebbero altro che il pretesto escogitato dall'ala conservatrice del regime per ostacolare la riuscita delle trattative. E non è escluso che l'azione diplomazia, pur impegnata in una questione cruciale per i destini dell'intero Medioriente, non finisca con l'essere inquinata dal decorso del processo, che si svolge a porte chiuse davanti a un tribunale speciale di Teheran.

Jason Rezaian, 39 anni, si ritrova alla sbarra per l'intensa attività spionistica di cui si sarebbe reso protagonista. In particolare, la "collaborazione con governi ostili" al regime degli Ayatollah, la "raccolta di informazioni riservate" e la "propaganda contro la Repubblica Islamica". Secondo il WP, Rezaian rischia una condanna da 10 a 20 anni di reclusione. A difenderlo, l'avvocato Me Leïla Ahsan, che considera inconsistenti le prove dell'accusa. La prima udienza si è aperta alle 10 ora locale (le 6,30 in Italia) davanti alla 15ma camera del tribunale rivoluzionario di Teheran presieduta dal giudice Abolghassem Salavati, una corte speciale riservata per consuetudine ai casi politici o di sicurezza nazionale. Nessuna certezza sulla durata del procedimento. Secondo quanto riportano i media iraniani, Rezaian è stato accompagnato in tribunale dalla moglie, anche lei giornalista, e da una fotoreporter, coinvolta con i coniugi nelle fasi iniziali dell'affaire, di cui non è mai stata divulgata l'identità. La prima udienza, in cui di solito vengono presentate le accuse, riporta l'agenzia Mehr, è durata un paio d'ore. Nessuna indicazione, aggiunge l'agenzia Irna, sulla data della prossima.

Jason Rezaian, doppia nazionalità, iraniana e statunitense, ha lavorato per il Washington Post dal 2012, fino alla notte del 22 luglio 2014, quando la polizia si è presentata al suo domicilio traendolo in arresto assieme alla moglie e collega, l'iraniana Yeganeh Salehi. Anche la fotoreporter fu arrestata quella notte di luglio. Le due donne erano in seguito state rilasciate, mentre Jason rimaneva in stato di detenzione nella prigione di Evine, a nord di Teheran, dove ha sperimentato diversi problemi di salute.

La sua vicenda ha inevitabilmente sparso nuovo sale sulle ferite delle relazioni Usa-Iran, ufficialmente interrotte dai tempi della Rivoluzione Islamica del 1979. Il presidente americano Barack Obama a marzo ha rivolto all'Iran un suo appello per la liberazione del giornalista, seguito in maggio da una risoluzione del Senato in cui si richiedeva la riconsegna agli Usa di tre cittadini americani detenuti in Iran, tra cui Jason Rezaian.

Richieste che Teheran si è ben guardata dall'assecondare, perché a Jason non è riconosciuta la doppia nazionalità, ma solo quella americana. Quindi, la questione è definita puramente "interna". Da parte sua, il Washington Post ieri ha denunciato la scelta iraniana di tenere un processo a porte chiuse, un'ingiustizia che priverà il caso della "attenzione che merita". "E' evidente come Rezaian sia del tutto innocente rispetto alle accuse, compresa quella di spionaggio, che gli sono mosse", scriveva domenica il quotidiano, ritenendo il giornalista piuttosto la "pedina" di una partita, o meglio una lotta, interna all'Iran, nel momento in cui la Repubblica Islamica e le grandi potenze mondiali sono alle prese con la scadenza del 30 giugno per chiudere lo storico accordo sul nucleare.

A quale lotta interna allude il Washington Post? Il negoziato è stato rilanciato dal presidente iraniano Hassan Rohani, esponente dell'ala moderata del regime eletto nel giugno del 2013. Ma la trattativa è criticata dall'ala conservatrice, che denuncia tanto le necessarie concessioni all'Occidente quanto il naturale sviluppo che la firma del trattato porterebbe in dote: il riavvicinamento con gli Stati Uniti. Nel febbraio scorso, era stato un deputato ultraconservatore a parlare di "elementi in seno alla presidenza" che avrebbero facilitato l'accesso di Jason Rezaian e di sua moglie "ai luoghi più sensibili della presidenza". Mentre in aprile, era stato il quotidiano ultraconservatore Vatan-Emrooz a ritenere che le attività del corrispondente del WP fossero parte "di un progetto di riconciliazione tra Iran e America".

Per l'avvocato Me Leïla Ahsan, il suo cliente esercitava semplicemente il suo mestiere, che consiste nel "aver accesso alle informazioni e nel pubblicarle". Ma, aggiunge il legale, "Rezaian non ha mai avuto accesso, direttamente o indirettamente, a informazioni riservate". D'altronde, in Iran l'attività della stampa estera è strettamente sorvegliata e subordinata a tutta una serie di autorizzazioni. Mentre è diventata consuetudinaria la denuncia degli osservatori delle Nazioni Unite della censura a cui sono sottoposti gli stessi giornalisti iraniani, che spesso finiscono agli arresti per la collaborazione con testate estere, accusati di partecipare a quel "complotto" occidentale per la destabilizzazione del regime.

Il Washington Post spiega di aver fatto richiesta di un visto per l'Iran a favore di un suo giornalista, ma la sua domanda non ha ottenuto risposta. Così Jason Rezaian, iraniano e americano, giano bifronte alla sbarra, finisce suo malgrado col guardare da entrambe le prospettive, interna e internazionale, la questione della libertà di stampa in Iran. A incarnarla nella più perfetta e tragica sintesi. In un processo di cui sarà non solo imputato ma anche l'unico vero cronista. Perché in aula nessun altro prenderà appunti su un taccuino.