Turchia, le elezioni politiche diventano un referendum sul presidenzialismo di Erdogan
di PAOLO GALLORIIl presidente e il suo premier Davutoglu occupano l'80% degli spazi elettorali sulla tv pubblica. Obiettivo, convincere i turchi a consegnare i due terzi dell'Assemblea all'Akp. Con quei numeri, potrebbe varare la riforma della Costituzione senza passare per una consultazione popolare. Reduci di Gezi Park in allarme
ISTANBUL - Domani, 7 giugno, i turchi andranno alle urne per rinnovare il loro Parlamento. E la vigilia è stata macchiata dalla violenza, con 4 morti per una bomba al comizio del partito curdo. Si vota in 81 province per eleggere i 550 membri del Parlamento unicamerale. La maggioranza assoluta si ottiene con 276 seggi (la metà dei deputati più uno). In realtà, i 53 milioni 765mila di cittadini con diritto di voto, più i 2 milioni e 867mila 658 turchi registrati all'estero e distribuiti in 54 Paesi, sono chiamati a prendere una decisione molto più importante, cruciale per la qualità della democrazia, delle relazioni internazionali e della stessa vita quotidiana. Perché ai turchi il presidente Recep Tayyip Erdogan chiede di votare in modo massiccio il suo partito, Akp, di ispirazione islamica, al governo dal 2002. Traendone l'investitura popolare con cui superare ogni resistenza e apportare sostanziali modifiche alla Costit…
ISTANBUL - Domani, 7 giugno, i turchi andranno alle urne per rinnovare il loro Parlamento. E la vigilia è stata macchiata dalla violenza, con 4 morti per una bomba al comizio del partito curdo. Si vota in 81 province per eleggere i 550 membri del Parlamento unicamerale. La maggioranza assoluta si ottiene con 276 seggi (la metà dei deputati più uno). In realtà, i 53 milioni 765mila di cittadini con diritto di voto, più i 2 milioni e 867mila 658 turchi registrati all'estero e distribuiti in 54 Paesi, sono chiamati a prendere una decisione molto più importante, cruciale per la qualità della democrazia, delle relazioni internazionali e della stessa vita quotidiana. Perché ai turchi il presidente Recep Tayyip Erdogan chiede di votare in modo massiccio il suo partito, Akp, di ispirazione islamica, al governo dal 2002. Traendone l'investitura popolare con cui superare ogni resistenza e apportare sostanziali modifiche alla Costituzione. Modifiche che farebbero virare la Turchia verso un presidenzialismo molto forte, caratterizzato da una magistratura azzoppata, da apparati di polizia rafforzati, dall'ulteriore accanimento della censura su internet e limitazione della libertà di stampa. Persino da una "libertà vigilata" per la Banca Centrale, dopo l'irritazione di Erdogan per il taglio dei tassi d'interesse lo scorso inverno.
Intenzioni di cui Erdogan ha disseminato innumerevoli indizi e non da oggi, non dalle vicende di cronaca che stanno accendendo gli ultimi giorni della campagna elettorale. Senza contare l'evidente disegno di arginare le rivendicazioni della parte femminile della società turca e asfaltare chi si oppone, 100 anni dopo la secolarizzazione di Kemal Ataturk, al ritorno a una Turchia permeata di Islam, a cominciare dalle scuole (solo lo scorso febbraio, la Corte europea dei diritti umani ha confermato in appello la bocciatura dei corsi di Islam obbligatori imposti nelle scuole dal governo dell'Akp). Una piramide al cui vertice Erdogan vedrebbe sempre e solo se stesso, alimentando il culto della sua personalità anche con progetti architettonici faraonici su cui opposizione e magistratura hanno acceso i riflettori. Ed è evidente che una Turchia solo in apparenza ancora democratica e non più istituzionalmente laica, pur membro Nato, si allontanerebbe, probabilmente in modo definitivo, dalla Ue dopo aver coltivato il sogno dell'adesione all'Unione.
Erdogan ha difeso il suo trasferimento nel nuovo, lussuoso e molto controverso palazzo di Ankara, spiegando questa volta che la precedente residenza era infestata dagli scarafaggi. "Quando ho assunto il mio incarico (di primo ministro), il bagno era pieno di scarafaggi. Quello è un posto adatto ad accogliere il primo ministro della Turchia?" ha chiesto Erdogan durante un'intervista trasmessa venerdì sera dal canale televisivo a Haber, "ci accogliereste un ospite? che cosa accadrebbe se questo ospite raccontasse ciò che ha visto?".
Ora Erdogan punta a raccogliere alle urne un consenso tale da garantire una maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento per l'Akp, in modo da poter cambiare la Costituzione senza dover ricorrere a un referendum. Piani che potrebbero essere scombinati dall'esito delle urne, ed è questo il perché queste politiche sono il vero referendum. I turchi sembrano orientati a dire "no" alla nuova Turchia di Erdogan: nonostante nell'ultimo mese l'emittente pubblica turca Trt abbia offerto l'80% del suo spazio elettorale al presidente e al suo candidato premier, Ahmet Davutoglu, i sondaggi attribuiscono all'Akp un consenso tra il 40-44%, in calo netto rispetto al 49,9% delle politiche del 2011 che gli garantirono 311 seggi. Quanto alle altre formazioni presenti in Parlamento, il partito repubblicano del popolo (Chp, kemalista orientato a sinistra) risulta tra il 23 e il 30%, il partito di azione nazionalista (Mhp, estrema destra) tra il 14-18%. Ma sull'attribuzione dei seggi sarà decisivo il "fattore" Hdp, il partito filocurdo che per la prima volta si presenta unito, e non come collezione di "indipendenti", e punta a superare la soglia di sbarramento del 10% dei voti: se ci riuscisse, otterrebbe almeno 50 seggi (contro gli attuali 29) e l'obiettivo di Erdogan sarebbe decisamente fuori portata, in caso contrario quei seggi sarebbero assegnati all'Akp. I sondaggi per ora lasciano la partita aperta: l'Hdp godrebbe di un consenso tra il 9,5 e l'11,5%.
Alla vigilia di un voto così carico di valenze e scenari, l'atmosfera in Turchia è estremamente tesa. Mentre afferma di essere "imparziale e dalla parte del popolo", Erdogan definisce il leader dell'Hdp, Selahattin Demirtas "un intrattenitore da bar". Poi accusa il Chp di essere un alleato del movimento dell'imam Fethullah Gülen, capo della confraternita islamica Hizmet, ex-alleato di Erdogan e oggi suo acerrimo nemico che risiede da anni in Pennsylvania, accusato dal presidente di essere l'architetto della "Tangentopoli del Bosforo", esplosa nel dicembre 2013 con il coinvolgimento di numerose personalità vicine al partito islamico Akp. E ancora, Erdogan inveisce contro i 200 intellettuali firmatari dell'appello che chiede al presidente di comportarsi in linea con la Costituzione. E continua a minacciare i giornalisti.
L'ultimo, violentissimo attacco quello portato al quotidiano d'opposizione Cumhuriyet, con il corollario della richiesta di ergastolo per il suo direttore, Can Dundar, accusato di alto tradimento per aver pubblicato le foto di camion dei servizi segreti turchi carichi di armi destinate ai ribelli islamisti siriani. Ma Cumhuriyet non molla e rilancia accusando i servizi segreti (Mit) di agevolare l'ingresso di jihadisti in Siria, pubblicando foto che immortalerebbero, il 9 gennaio 2014, gli 007 turchi di scorta a un gruppo di jihadisti nel tragitto tra un campo profughi di Atme alla città frontaliera di Reyhanli, da dove i miliziani sarebbero stati accompagnati al valico di Tal Abyad ed entrati in Siria a bordo di due bus noleggiati proprio dal Mit. Giusto anche ricordare che lo scorso gennaio, il precedente direttore di Cumhuriyet, Utku Cakirozer, era stato licenziato: ufficialmente per "divergenze" con il cda, più credibile che il direttore abbia pagato il fatto che il suo giornale sia stato l'unico in Turchia a riprodurre le vignette dei disegnatori di Charlie Hebdo sopravvissuti alla strage di Parigi. Se i media non demordono, anche gli intellettuali, tra cui il Nobel Orhan Pamuk, non indietreggiano di un centimetro e restano al fianco dei giornalisti a sostegno della stampa libera.
Vista l'importanza dell'eventuale superamento della soglia elettorale da parte dell'Hdp, il leader del partito curdo Selahattin Demirtas ha lanciato un appello agli elettori perché durante lo spoglio delle schede presidino i seggi nel timore di brogli da parte dei "ladri di voti". Con loro, a vigilare, ci saranno anche decine di migliaia di volontari delle tante ong ed associazioni nate dopo le manifestazioni a difesa di Gezi Park represse con la forza, indimenticata ulteriore cartina di tornasole delle ambizioni autoritaristiche di Erdogan. E che inducono a diffidare. Una recente indagine della università Koç di Istanbul ha indicato che il 43% degli elettori teme scorrettezze nel processo elettorale. E si torna a parlare di gatti. Perché molti interpellati hanno ricordato l'interruzione della corrente registrata contemporaneamente in 35 province durante lo spoglio delle amministrative del 30 marzo 2014. Black out che il ministro dell'Energia, Taner Yildiz, attribuì all'intrusione di un "gatto in un trasformatore. Mentre torna a farsi sentire l'odiatissima (da Erdogan) "gola profonda" Fuat Avni (pseudonimo dietro il quale si nasconderebbe, secondo la stampa turca, una personalità molto vicina al presidente) con una nuova "predizione": l'Akp avrebbe formato una squadra di 3.500 persone incaricata di truccare il risultato del voto introducendo nelle urne 3,5 milioni di schede false.
Intenzioni di cui Erdogan ha disseminato innumerevoli indizi e non da oggi, non dalle vicende di cronaca che stanno accendendo gli ultimi giorni della campagna elettorale. Senza contare l'evidente disegno di arginare le rivendicazioni della parte femminile della società turca e asfaltare chi si oppone, 100 anni dopo la secolarizzazione di Kemal Ataturk, al ritorno a una Turchia permeata di Islam, a cominciare dalle scuole (solo lo scorso febbraio, la Corte europea dei diritti umani ha confermato in appello la bocciatura dei corsi di Islam obbligatori imposti nelle scuole dal governo dell'Akp). Una piramide al cui vertice Erdogan vedrebbe sempre e solo se stesso, alimentando il culto della sua personalità anche con progetti architettonici faraonici su cui opposizione e magistratura hanno acceso i riflettori. Ed è evidente che una Turchia solo in apparenza ancora democratica e non più istituzionalmente laica, pur membro Nato, si allontanerebbe, probabilmente in modo definitivo, dalla Ue dopo aver coltivato il sogno dell'adesione all'Unione.
Erdogan ha difeso il suo trasferimento nel nuovo, lussuoso e molto controverso palazzo di Ankara, spiegando questa volta che la precedente residenza era infestata dagli scarafaggi. "Quando ho assunto il mio incarico (di primo ministro), il bagno era pieno di scarafaggi. Quello è un posto adatto ad accogliere il primo ministro della Turchia?" ha chiesto Erdogan durante un'intervista trasmessa venerdì sera dal canale televisivo a Haber, "ci accogliereste un ospite? che cosa accadrebbe se questo ospite raccontasse ciò che ha visto?".
Ora Erdogan punta a raccogliere alle urne un consenso tale da garantire una maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento per l'Akp, in modo da poter cambiare la Costituzione senza dover ricorrere a un referendum. Piani che potrebbero essere scombinati dall'esito delle urne, ed è questo il perché queste politiche sono il vero referendum. I turchi sembrano orientati a dire "no" alla nuova Turchia di Erdogan: nonostante nell'ultimo mese l'emittente pubblica turca Trt abbia offerto l'80% del suo spazio elettorale al presidente e al suo candidato premier, Ahmet Davutoglu, i sondaggi attribuiscono all'Akp un consenso tra il 40-44%, in calo netto rispetto al 49,9% delle politiche del 2011 che gli garantirono 311 seggi. Quanto alle altre formazioni presenti in Parlamento, il partito repubblicano del popolo (Chp, kemalista orientato a sinistra) risulta tra il 23 e il 30%, il partito di azione nazionalista (Mhp, estrema destra) tra il 14-18%. Ma sull'attribuzione dei seggi sarà decisivo il "fattore" Hdp, il partito filocurdo che per la prima volta si presenta unito, e non come collezione di "indipendenti", e punta a superare la soglia di sbarramento del 10% dei voti: se ci riuscisse, otterrebbe almeno 50 seggi (contro gli attuali 29) e l'obiettivo di Erdogan sarebbe decisamente fuori portata, in caso contrario quei seggi sarebbero assegnati all'Akp. I sondaggi per ora lasciano la partita aperta: l'Hdp godrebbe di un consenso tra il 9,5 e l'11,5%.
Alla vigilia di un voto così carico di valenze e scenari, l'atmosfera in Turchia è estremamente tesa. Mentre afferma di essere "imparziale e dalla parte del popolo", Erdogan definisce il leader dell'Hdp, Selahattin Demirtas "un intrattenitore da bar". Poi accusa il Chp di essere un alleato del movimento dell'imam Fethullah Gülen, capo della confraternita islamica Hizmet, ex-alleato di Erdogan e oggi suo acerrimo nemico che risiede da anni in Pennsylvania, accusato dal presidente di essere l'architetto della "Tangentopoli del Bosforo", esplosa nel dicembre 2013 con il coinvolgimento di numerose personalità vicine al partito islamico Akp. E ancora, Erdogan inveisce contro i 200 intellettuali firmatari dell'appello che chiede al presidente di comportarsi in linea con la Costituzione. E continua a minacciare i giornalisti.
L'ultimo, violentissimo attacco quello portato al quotidiano d'opposizione Cumhuriyet, con il corollario della richiesta di ergastolo per il suo direttore, Can Dundar, accusato di alto tradimento per aver pubblicato le foto di camion dei servizi segreti turchi carichi di armi destinate ai ribelli islamisti siriani. Ma Cumhuriyet non molla e rilancia accusando i servizi segreti (Mit) di agevolare l'ingresso di jihadisti in Siria, pubblicando foto che immortalerebbero, il 9 gennaio 2014, gli 007 turchi di scorta a un gruppo di jihadisti nel tragitto tra un campo profughi di Atme alla città frontaliera di Reyhanli, da dove i miliziani sarebbero stati accompagnati al valico di Tal Abyad ed entrati in Siria a bordo di due bus noleggiati proprio dal Mit. Giusto anche ricordare che lo scorso gennaio, il precedente direttore di Cumhuriyet, Utku Cakirozer, era stato licenziato: ufficialmente per "divergenze" con il cda, più credibile che il direttore abbia pagato il fatto che il suo giornale sia stato l'unico in Turchia a riprodurre le vignette dei disegnatori di Charlie Hebdo sopravvissuti alla strage di Parigi. Se i media non demordono, anche gli intellettuali, tra cui il Nobel Orhan Pamuk, non indietreggiano di un centimetro e restano al fianco dei giornalisti a sostegno della stampa libera.
Vista l'importanza dell'eventuale superamento della soglia elettorale da parte dell'Hdp, il leader del partito curdo Selahattin Demirtas ha lanciato un appello agli elettori perché durante lo spoglio delle schede presidino i seggi nel timore di brogli da parte dei "ladri di voti". Con loro, a vigilare, ci saranno anche decine di migliaia di volontari delle tante ong ed associazioni nate dopo le manifestazioni a difesa di Gezi Park represse con la forza, indimenticata ulteriore cartina di tornasole delle ambizioni autoritaristiche di Erdogan. E che inducono a diffidare. Una recente indagine della università Koç di Istanbul ha indicato che il 43% degli elettori teme scorrettezze nel processo elettorale. E si torna a parlare di gatti. Perché molti interpellati hanno ricordato l'interruzione della corrente registrata contemporaneamente in 35 province durante lo spoglio delle amministrative del 30 marzo 2014. Black out che il ministro dell'Energia, Taner Yildiz, attribuì all'intrusione di un "gatto in un trasformatore. Mentre torna a farsi sentire l'odiatissima (da Erdogan) "gola profonda" Fuat Avni (pseudonimo dietro il quale si nasconderebbe, secondo la stampa turca, una personalità molto vicina al presidente) con una nuova "predizione": l'Akp avrebbe formato una squadra di 3.500 persone incaricata di truccare il risultato del voto introducendo nelle urne 3,5 milioni di schede false.