Ado Hasanovic: "Srebrenica, avevo 7 anni, così mio padre mi salvò la vita"
Giampaolo Cadalanu, di GIAMPAOLO CADALANUVent'anni fa il massacro di 8000 musulmani, il ricordo di una delle superstiti fuggita a Tuzla: "Rivedo quel market devastato dai serbi, solo per il gusto di distruggere ciò che era nostro"
Ado Hasanovic aveva solo sette anni quando suo padre l'ha caricato su un camion dell'Onu con il resto della famiglia, perché fuggisse da Srebrenica verso Tuzla. Ma i ricordi di quei giorni sono molto vivi, e oggi Ado lavora per trasformarli in immagini e documentari.
Che cosa ricorda di quei momenti drammatici?
"Era il marzo del 1993. Mio padre aveva capito che le cose si stavano mettendo male, ci ha fatto salire su uno degli ultimi convogli degli aiuti. La gente voleva salire a tutti i costi, faceva a spintoni per la salvezza. Non si riusciva nemmeno a respirare. Mia madre ci teneva stretti, mia sorella, mio fratello e io, perché eravamo bambini e rischiavamo di farci calpestare".
Suo padre è rimasto?
"Sì. È stato molto fortunato: nei giorni del massacro ha deciso di non andare al campo Onu di Potocari e di partire a piedi verso i boschi, come tanti altri. Erano dodicimila, ne sono sopravvissuti 3500. E lui era fra questi&qu…
Che cosa ricorda di quei momenti drammatici?
"Era il marzo del 1993. Mio padre aveva capito che le cose si stavano mettendo male, ci ha fatto salire su uno degli ultimi convogli degli aiuti. La gente voleva salire a tutti i costi, faceva a spintoni per la salvezza. Non si riusciva nemmeno a respirare. Mia madre ci teneva stretti, mia sorella, mio fratello e io, perché eravamo bambini e rischiavamo di farci calpestare".
Suo padre è rimasto?
"Sì. È stato molto fortunato: nei giorni del massacro ha deciso di non andare al campo Onu di Potocari e di partire a piedi verso i boschi, come tanti altri. Erano dodicimila, ne sono sopravvissuti 3500. E lui era fra questi&qu…
Ado Hasanovic aveva solo sette anni quando suo padre l'ha caricato su un camion dell'Onu con il resto della famiglia, perché fuggisse da Srebrenica verso Tuzla. Ma i ricordi di quei giorni sono molto vivi, e oggi Ado lavora per trasformarli in immagini e documentari.
Che cosa ricorda di quei momenti drammatici?
"Era il marzo del 1993. Mio padre aveva capito che le cose si stavano mettendo male, ci ha fatto salire su uno degli ultimi convogli degli aiuti. La gente voleva salire a tutti i costi, faceva a spintoni per la salvezza. Non si riusciva nemmeno a respirare. Mia madre ci teneva stretti, mia sorella, mio fratello e io, perché eravamo bambini e rischiavamo di farci calpestare".
Suo padre è rimasto?
"Sì. È stato molto fortunato: nei giorni del massacro ha deciso di non andare al campo Onu di Potocari e di partire a piedi verso i boschi, come tanti altri. Erano dodicimila, ne sono sopravvissuti 3500. E lui era fra questi".
Ricorda violenze specifiche?
"Mi torna in mente l'immagine del piccolo market a Glogova dove andavamo a fare la spesa. I serbi l'hanno devastato, hanno preso birra e sigarette e hanno distrutto il resto, che non gli interessava. Poi ricordo la strage dei civili davanti alla moschea, 67 morti, uccisi a freddo".
Vent'anni dopo, ha fiducia nella giustizia?
"L a giustizia non è di una parte sola. So di bosniaci criminali e conosco serbi che vengono qui per commemorare i morti. Ma quello che conta, adesso, è che si dica la verità, che non si permetta ai nazionalisti di raccontare ai bambini, nelle scuole, che qui non è successo nulla".
Che cosa ricorda di quei momenti drammatici?
"Era il marzo del 1993. Mio padre aveva capito che le cose si stavano mettendo male, ci ha fatto salire su uno degli ultimi convogli degli aiuti. La gente voleva salire a tutti i costi, faceva a spintoni per la salvezza. Non si riusciva nemmeno a respirare. Mia madre ci teneva stretti, mia sorella, mio fratello e io, perché eravamo bambini e rischiavamo di farci calpestare".
Suo padre è rimasto?
"Sì. È stato molto fortunato: nei giorni del massacro ha deciso di non andare al campo Onu di Potocari e di partire a piedi verso i boschi, come tanti altri. Erano dodicimila, ne sono sopravvissuti 3500. E lui era fra questi".
Ricorda violenze specifiche?
"Mi torna in mente l'immagine del piccolo market a Glogova dove andavamo a fare la spesa. I serbi l'hanno devastato, hanno preso birra e sigarette e hanno distrutto il resto, che non gli interessava. Poi ricordo la strage dei civili davanti alla moschea, 67 morti, uccisi a freddo".
Vent'anni dopo, ha fiducia nella giustizia?
"L a giustizia non è di una parte sola. So di bosniaci criminali e conosco serbi che vengono qui per commemorare i morti. Ma quello che conta, adesso, è che si dica la verità, che non si permetta ai nazionalisti di raccontare ai bambini, nelle scuole, che qui non è successo nulla".