Esteri

Usa, Trump avverte: "Se non ottengo la nomination, potrei correre da indipendente"

L'annuncio durante il dibattito tra i dieci principali candidati repubblicani alle primarie. Una minaccia per il Gop, che potrebbe risultarne indebolito. L'immobiliarista miliardario mattatore della serata: "Non ho tempo per essere politicamente corretto"

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NEW YORK - Tutti contro Trump, ieri sera, nel primo round televisivo tra i candidati repubblicani per la Casa Bianca organizzato a Cleveland, nell'Ohio, dalla Fox-News, la televisione di Rupert Murdoch. Donald Trump - il "miliardario sbruffone" - guida i sondaggi cavalcando l'anti-politica e i timori per l'immigrazione clandestina. E i suoi avversari, a cominciare da Jeb Bush, ex-governatore della Florida e fratello dell'ex-presidente, hanno cercato di isolarlo, attaccarlo, indebolirlo. Ma in realtà lui, Trump, ha giocato fino in fondo la carta dell'outsider. E si è persino rifiutato di assicurare l'appoggio all'esponente repubblicano che vincerà la nomination, lasciando intendere che, se non venisse scelto nelle primarie, potrebbe presentarsi come candidato indipendente, dividendo così il fronte della destra nelle presidenziali del novembre 2016 e aiutando indirettamente i democratici, come fu il caso con Ross Perot nel 1992.
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L'appuntamento televisivo di ieri è stata la prima occasione per il pubblico di americano di conoscere e confrontare la nutrita schiera degli aspiranti-presidenti di destra. In tutto i candidati sono 17, così numerosi da costringere Fox-News a una scelta molto controversa: solo i primi dieci nei sondaggi sono stati invitati al dibattito di serie A in prima serata, mentre gli ultimi 7 si sono dovuti accontentare di un mini-duello nel pomeriggio. Quest'ultimo è comunque servito a dare maggiore visibilità a Carly Fiorina, ex-chief executive della Hewlett Packard e unica donna in lizza, che secondo i primi sondaggi ha vinto quella prima gara e, sull'onda del successo, potrebbe diventare una protagonista delle stagione delle primarie: anche perché dall'altra parte della barricata, tra i democratici, il nemico da battere sarà probabilmente proprio una donna, Hillary Clinton.
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Contro Hillary e soprattutto contro Barack Obama si sono scagliati tutti i protagonisti dell'incontro serale. Stessa unanimità su una serie di temi caldi: un no secco all'accordo nucleare con l'Iran, contro cui ieri sera si è schierato anche il senatore democratico Chrales Schumer; no anche alla riforma sanitaria di Obama; no all'immigrazione clandestina; no all'aborto e al finanziamento pubblico della rete di consultori di Planned Parenthood; no a Washington come simbolo di una politica corrotta ed inefficiente (Il senatore texano Ted Cruz ha parlato di "Cartello di Washington").

Trump si è lasciato andare alle solite dichiarazioni imprecise o offensive: "Non ho tempo per il politically correct", ha risposto alla moderatrice Megyn Kelly che gli chiedeva ragione di alcuni insulti misogeni ("cagne", "grosse scrofe"). Il miliardario si è vantato di aver finanziato tutti gli altri avversari sul palco (circostanza subito smentita online dai "fact-checkers", i controllori della veridicità dei dati) e di aver dato soldi persino a Hillary Clinton, che infatti aveva accettato di andare al suo matrimonio. Ha ripetuto le accuse al governo messicano per l'immigrazione clandestina ("ci mandano i tipi peggiori") e ha riproposto la necessità di una grande muro anti-clandestini lungo il confine meridionale degli Stati Uniti.
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Nel complesso i tre governatori che erano sul palco di Cleveland - Scott Walker del Wisconsin, Chris Christie del New Jersey, John Kasich del Ohio, oltre a Bush  -  hanno preso posizioni più moderate, difendendo il loro operato a livello statale e insistendo sulla esperienza di governo. Altri candidati si sono lasciati invece lasciati andare a dichiarazioni bellicose in particolare sull'Iran e sull'Is. Il senatore Rand Paul ha detto di essere "un repubblicano diverso", ricordando di aver difeso la privacy degli americani dalle ingerenze della Nsa e delle intercettazioni telefoniche a tappeto. Bush si è difeso dalle accuse di "diritto dinastico" legate al cognome: "In Florida  -  ha detto - mi chiamano Jeb. Kasich, che è stato uno degli ultimi a annunciare la candidatura, si è fatto apprezzare dal pubblico per il suo pragmatismo.

Mancano ancora cinque mesi ai primi caucus delle pianure innevate del Iowa e più di un anno per il voto vero e proprio: la strada per la Casa Bianca è quindi ancora molto lunga. L'esperienza storica dimostra che tutto può cambiare, nei sondaggi e poi nelle primarie. Nell'ultima stagione presidenziale Rudy Giuliani era in pole position all'inizio, per poi sgonfiarsi strada facendo. Lo stesso potrebbe capitare questa volta con Trump: se, come sperano gli altri concorrenti, la base repubblicana si rivolterà contro di lui. Ma la vera novità di ieri è che l'intera dinamica elettorale potrebbe cambiare d'improvviso, a vantaggio di Hillary Clinton, se Trump dovesse lasciare i repubblicani, come ha minacciato, e procedere da solo.