ROMA - "Lo dico da musicista oltre che cittadino: non poteva esserci modo migliore per accogliere i rifugiati e i migranti che le note di Beethoven ", lo dice con orgoglio Michele Mariotti, il direttore d'orchestra fresco dai trionfi del Rossini Opera Festival, direttore musicale del Comunale di Bologna, il più quotato tra le giovani bacchette italiane (37 anni), che il prossimo gennaio inaugurerà la nuova stagione del suo teatro proprio con la Nona di Beethoven, il cui ultimo movimento è diventato l'inno dell'Unione Europea.
Direttore perché la inorgoglisce?
"Perché la crisi del nostro mondo è crisi economica, sociale per i tanti conflitti aperti, ma anche culturale. Ecco, aver accolto persone disperate con la musica di Beethoven è come aver riportato la cultura al suo più alto valore"
Qual è il significato musicale dell'Inno alla gioia?
"L'Inno è una di quelle musiche eterne che parlano di temi e valori che ci accompagnano tutta la vita. Tutta la Nona e in particolare l'ultimo movimento con le parole dell'ode di Schiller è una musica il cui messaggio non è solo di speranza, ma comunione, fiducia nell'uomo, ha un valore etico, politico sociale profondo. Lo è anche nello specifico musicale"
In che senso?
"Prima della strofetta finale Beethoven crea una stasi, quasi una sospensione e poi riparte ma con una musica nuova che ha un ritmo, un colore, un sapore diverso. É come se fosse la caduta del muro di Berlino: si ricomincia in un altro mondo. Ecco questo è anche il valore simbolico della musica dell'Inno alla gioia. C'è un prima e un dopo. E questo mi sembra simbolicamente molto bello, importante. E quello che rende sempre attuale, a cui ognuno può associare i propri sentimenti, specie quelli dei momenti di grande cambiamento".
I rifugiati siriani probabilmente non l'avevano mai ascoltata, avendo un'altra tradizione musicale. Secondo lei hanno colto questi aspetti che lei sottolinea?
"Ma certo, la musica non ha barriere, come la pittura. Quanti di noi hanno diploma di pittura ma vanno nei musei e ne sono affascinati. Lo stesso vale per la musica e in particolare per l'Inno alla gioia così profondamente comunicativo".
Un inno al futuro, alla fiducia nell'uomo: è un buon auspicio di fronte ai fatti di questi giorni.
"Sì, è una musica che sogna un mondo, vivo. E' un'esortazione a voltare pagina . E questo vale per i rifugiati, ma anche per noi"
Direttore perché la inorgoglisce?
"Perché la crisi del nostro mondo è crisi economica, sociale per i tanti conflitti aperti, ma anche culturale. Ecco, aver accolto persone disperate con la musica di Beethoven è come aver riportato la cultura al suo più alto valore"
Qual è il significato musicale dell'Inno alla gioia?
"L'Inno è una di quelle musiche eterne che parlano di temi e valori che ci accompagnano tutta la vita. Tutta la Nona e in particolare l'ultimo movimento con le parole dell'ode di Schiller è una musica il cui messaggio non è solo di speranza, ma comunione, fiducia nell'uomo, ha un valore etico, politico sociale profondo. Lo è anche nello specifico musicale"
In che senso?
"Prima della strofetta finale Beethoven crea una stasi, quasi una sospensione e poi riparte ma con una musica nuova che ha un ritmo, un colore, un sapore diverso. É come se fosse la caduta del muro di Berlino: si ricomincia in un altro mondo. Ecco questo è anche il valore simbolico della musica dell'Inno alla gioia. C'è un prima e un dopo. E questo mi sembra simbolicamente molto bello, importante. E quello che rende sempre attuale, a cui ognuno può associare i propri sentimenti, specie quelli dei momenti di grande cambiamento".
I rifugiati siriani probabilmente non l'avevano mai ascoltata, avendo un'altra tradizione musicale. Secondo lei hanno colto questi aspetti che lei sottolinea?
"Ma certo, la musica non ha barriere, come la pittura. Quanti di noi hanno diploma di pittura ma vanno nei musei e ne sono affascinati. Lo stesso vale per la musica e in particolare per l'Inno alla gioia così profondamente comunicativo".
Un inno al futuro, alla fiducia nell'uomo: è un buon auspicio di fronte ai fatti di questi giorni.
"Sì, è una musica che sogna un mondo, vivo. E' un'esortazione a voltare pagina . E questo vale per i rifugiati, ma anche per noi"