Esteri

Arabia Saudita e diritti civili, l'ambasciatore in Italia: "Basta polemiche, teniamo cultura separata da politica"

Il diplomatico Rayed Khalid A. Krimly sulla pena di morte e il caso del giovane attivista sciita Ali al Nimr condannato a decapitazione e crocifissione: "Da noi la sharia prevale sulle leggi e sul potere dello stesso re. Rispettate le nostre norme e il nostro modo di vivere". Il Salone del Libro di Torino ha cancellato la partnership con il suo paese

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"Le relazioni fra l'Arabia Saudita e l'Italia sono ottime: e speriamo che migliorino ancora". L'ambasciatore Rayed Khalid A. Krimly, da gennaio rappresentante a Roma del regno dell'Arabia Saudita, non si lascia scomporre dalle polemiche che negli ultimi mesi hanno coinvolto il suo paese, portandolo spesso sulle prime pagine: c'è stata la mobilitazione della società civile sul caso di Ali al Nimr, il giovane attivista sciita condannato alla decapitazione prima e alla crocefissione poi. A cui è seguito il ritiro da parte del Salone del Libro di Torino dell'invito ad essere paese ospite nell'edizione 2016.

Ambasciatore, possiamo dire che è un momento complesso nelle relazioni bilaterali?
"Le rispondo che penso che non sia giusto che gli eventi culturali siano politicizzati: non serve alla politica e non serve alla cultura. Sull'altra questione, sono un diplomatico, non commento sui casi individuali. Ma credo sia importante riaffermare il principio dell'indipendenza della magistratura e del rispetto della legge. Non è corretto dire che si rispetta l'indipendenza della magistratura solo quando le sue decisioni ci piacciono. Sul mio paese ci sono molte fantasie, tanti dicono che viviamo nel Medioevo. Ma se fosse così, ci sarebbero sauditi che cercherebbero asilo politico all'estero. In realtà ci sono sauditi che vanno all'estero per lavorare, studiare, viaggiare. Ma tornano in patria".

Ammetterà però che l'idea che uno Stato possa usare decapitazione, in più seguita da una crocefissione del corpo, per punire un cittadino non può che suscitare sdegno...
"Le nostre leggi derivano dalla sharia e sono approvate dalla nostra gente. Capisco che la maggior parte degli italiani siano contrari alla pena di morte, ma in altri paesi non è così: ci sono altri paesi che applicano la pena di morte, non solo l'Arabia Saudita. Le opinioni al riguardo sono diverse. Il nostro sistema non è una democrazia come quelle europee, ma è pensato per rispondere alle opinioni e ai bisogni della nostra gente. La sharia ha un ruolo di primo piano, quello che stabilisce è superiore anche al potere del re. Sono sorpreso di vedere come a volte tutto un sistema venga ridotto a singoli episodi: su Youtube trovo facilmente video di poliziotti americani che sparano a cittadini neri. Ma io so che non tutti i poliziotti americani vanno in giro a sparare sui neri".

Un altro tema su cui ci sono differenze è la questione femminile: le donne nel suo paese hanno diritti molto limitati...
"L'Arabia Saudita continua a perseguire una politica di sviluppo e modernizzazione secondo le richieste del suo popolo. Una società non può svilupparsi appieno senza il 50% della sua popolazione, che sono le donne. Durante la mia vita ho assistito al grande aumento del numero di donne nelle università: è logico pensare che il processo proseguirà e che un numero crescente di donne avrà la possibilità di contribuire allo sviluppo futuro del paese".

Teme che le differenze in tema di diritti umani possano allontanare l'Italia e l'Arabia Saudita?
"Le nostre relazioni bilaterali sono forti: sono basate sul rispetto e sull'interesse reciproco. Io credo che il potenziale sia maggiore di quello che abbiamo raggiunto finora: ci sono molti italiani in Arabia Saudita e tanti sauditi che vivono qui. C'è spazio per migliorare ulteriormente i nostri rapporti, in tutti i campi. Spero che riusciremo a farlo".