Esteri

Corea, insieme dopo 62 anni l'abbraccio al 38° parallelo

(ap)
Famiglie separate dalla guerra civile coreana, mariti e mogli che non si riconoscono. Ieri la cerimonia
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PECHINO - Lee Ok-yeon ha 88 anni e ieri, per la prima volta dopo 62 anni, ha rivisto suo marito. La guerra civile coreana li ha divisi due anni dopo il matrimonio. Nel maggio 1953 lei era incinta, lui aveva appena finito di costruire la casa dove la famiglia ancora vive, non lontano da Seul. Quando hanno incrociato lo sguardo per l'ultima volta erano ragazzi di 23 anni. Ieri, ormai vecchi, non si sono riconosciuti. Per farli riabbracciare c'è voluto un cartello con i loro nomi scritti a mano, come se il conflitto sospeso li avesse trasformati in estranei. Gli occhi si sono riempiti di lacrime anche a Lee Joo-kuk, 82 anni, che ha passato il confine più militarizzato del mondo seduto su una sedia a rotelle. Ha potuto rivedere suo fratello maggiore, considerato un "resuscitato". Fino a settembre, per oltre sei decenni, i parenti rimasti nel Sud l'avevano dato per morto. Avevano officiato il funerale e ogni anno ne onoravano la memoria. "Entrambi sappiamo  -  ha detto Lee Joo-kuk  -  che questa è la prima e l'ultima volta che potremo stare insieme".

Tra le due Coree, divise dalla Guerra Fredda che in Asia il Novecento non ha saputo chiudere, sono ore di profonda commozione. Quasi quattrocento persone appartenenti ad una novantina di famiglie frantumate dal conflitto scoppiato nel 1950, hanno ottenuto la possibilità di ricongiungersi per qualche ora in un hotel sul monte Kumgang, controllato da Pyongyang, a pochi chilometri dal blindato check-point di Panmunjom.
Il "Muro coreano" eretto lungo il 38° parallelo nel 1953, ha diviso per sempre oltre 200 mila famiglie: solo 19 mila persone, a partire dal 1988, hanno avuto l'opportunità di riabbracciarsi per qualche ora. Il destino, tra Nord e Sud, resta crudele anche nella pietà dell'armistizio infinito: i 400 che ora si riabbracciano sono stati estratti a sorte su 65 mila. All'inizio del Duemila le domande di ricongiungimento erano ancora 130 mila: metà dei superstiti divisi sono morti senza potersi rivedere, per gli altri, tutti ultra ottantenni, essere scelti è come vincere la lotteria.

I colloqui tra le famiglie coreane divise, nonostante la pressione internazionale, sono un evento rarissimo, scandito dalle opportunità politiche del regime di Kim Jong-un. Da quando il giovane dittatore comunista è succeduto al padre, a fine 2011, questa è la seconda tornata di incontri, suggerita dalla necessità di Pyongyang di ottenere aiuti alimentari internazionali per superare l'inverno. I cittadini del Nord e del Sud non possono superare la frontiera: chi 62 anni fa si è trovato nel territorio protetto da Mosca e da Pechino, ancora non può inviare e-mail, o telefonare a parenti e amici che vivono nella parte di penisola che ospita la più grande base militare Usa nel Pacifico. Le famiglie non sono solo isolate: chi vive dalla parte di Seul ha i missili atomici di Pyongyang puntati addosso, chi sta dall'altra teme un attacco del Sud.

Il corteo di vecchi estratti a sorte per permettere lo scambio di una carezza dopo 62 anni, con le immagine trasmesse dalle tivù di tutto il mondo, è così diventato subito il simbolo della speranza di una distensione tra le due Coree, il primo passo verso la riunificazione nazionale, capace di porre fine all'ultima guerra ereditata dal secolo scorso. Il paradosso è che anche un segnale di pace si rivela ostaggio di una logica bellica. Per gli incontri, Pyongyang ha selezionato gli anziani più fedeli al regime, mentre nelle liste di Seul il sorteggio tiene conto dall'attività individuale di propaganda anti-Nord. A stringersi, per sei sessioni di due ore, sono così fratelli, sorelle, o padri e figli, o mariti e mogli, che i propri Stati reputano ancora nemici pronti ad uccidersi. E' un'illusione politica, smentita dalla realtà e dalla memoria di chi è morto senza avere notizie dei congiunti costretti a pochi chilometri di distanza. A denunciarlo ieri, anche la storia di Lee Taek-gu, 89 anni, diviso dalla sorella che nel 1953 aveva 4 anni. Ogni giorno le ha scritto una lettera, sapendo che la censura del Nord l'avrebbe distrutta. Ieri le ha consegnato una chiavetta con tutti i messaggi. "Adesso  -  ha detto  -  posso morire".