Esteri

Isole contese, la Cina avverte gli Usa: "Stop provocazioni, da incidenti rischio guerra"

(ansa)
Monito del comando militare di Pechino dopo le manovre della Marina americana al largo delle isole Spratly e Paracel, nel tratto di mare reclamato per il 90 per cento dalla Cina ma conteso anche da Filippine, Vietnam, Brunei, Malaysia, Indonesia, Taiwan e Singapore. La Corte permanente di arbitrato dell'Aja accoglie il reclamo di Manila e si esprimerà sul contenzioso. Pechino: procedura "non valida, non comporta alcun obbligo"
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PECHINO - Il comandante della Marina militare cinese mette gli Stati Uniti davanti alla responsabilità più grande: scatenare una guerra dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, se non mettono fine alle loro "azioni provocatorie" nel mar della Cina meridionale. Un conflitto che potrebbe deflagrare anche da una scintilla modesta come la schermaglia in mare aperto tra le unità navali delle due potenze. Sincera preoccupazione o velata minaccia, l'ammiraglio Wu Shengli chiarisce il concetto al capo della flotta americana John Richardson durante una videoconferenza tenutasi ieri. "Se gli Usa continuano in questo tipo di azioni provocatorie e pericolose - le parole di Wu - ci potrebbe facilmente essere una forte pressione tra le forze di prima linea delle due parti sia in mare che in cielo, o anche un piccolo incidente che a sua volta potrebbe provocare una guerra".

Con "azioni provocatorie e pericolose" l'ammiraglio cinese fa riferimento alla comparsa martedì scorso di una nave militare americana, il cacciatorpediniere USS Lassen, nelle acque dell'arcipelago Spratly,  nebulosa di isolotti e atolli disposta sul 10° parallelo tra le coste del Vietnam e delle Filippine. Terre emerse inospitali, che però insistono su fondali ricchi di risorse, soprattutto petrolio. Pechino le rivendica assieme a quel tratto del mare Cinese meridionale, contendendolo alle stesse Filippine e al Vietnam, oltre a Brunei, Malaysia e Taiwan.

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Per legittimare e giustificare la loro posizione nella disputa, i cinesi stanno espandendo artificialmente la superficie delle isole. Lo scorso luglio hanno praticamente ultimato una pista d'atterraggio apparsa dal nulla nelle foto satellitari, eretta riversando sabbia, cemento e ferro su una barriera corallina, il Fiery Cross Reef. Per questo interpretano l'incursione del cacciatorpediniere americano come la negazione Usa del loro presunto diritto. Da parte sua, Washington impugna l'Unclos, la convenzione Onu sul diritto del mare, che pone la distanza limite della navigazione dalle isole in 12 miglia nautiche. Esattamente quelle a cui si è tenuta la SS Lassen, anche se la convenzione Onu considera quel limite valido per le isole naturali, non per quelle create dall'uomo.

Il colloquio tra i due alti ufficiali è durato circa un'ora. Mentre Washington mantiene il riserbo sui suoi contenuti, Pechino da' l'idea di una conversazione dai toni duri. Con Wu Shengli augurarsi che "gli Stati Uniti abbiano a cuore una situazione buona tra le marine Usa e cinese, conquistata a fatica. E che evitino che incidenti simili si producano ancora". Il faccia a faccia a distanza tra Wu Sengli e John Richardson comunque rappresenta il primo momento di dialogo tra i due Paesi dopo la intrusione della SS Larsen nel tratto di mare reclamato per il 90 per cento dalla Cina.

Prima, lo scorso maggio, c'era stata la visita ufficiale di John Kerry in Cina, durante la quale il segretario di Stato aveva espresso la preoccupazione americana per la "Grande Muraglia di sabbia" con cui i cinesi stavano allargando artificialmente la superficie dell'arcipelago delle Spratly Islands, per la situazione di tensione che si stava creando con i Paesi asiatici dell'area. Le autorità cinesi avevano respinto le argomentazioni di Kerry, che a sua volta si era rifiutato di rispondere a chi gli chiedeva se gli Usa fossero pronti a inviare navi e aerei da guerra violando il confine delle 12 miglia nautiche delle Spratly Islands.

Da allora, il livello della tensione evocata da Kerry è cresciuto esponenzialmente, le navi Usa sono entrate in azione e la parola "guerra" è stata pronunciata. Particolare irritazione in Pechino ha generato la mossa di Manila di investire la Corte permanente di arbitrato dell'Aja. Istanza presentata lo scorso anno, a cui oggi il tribunale internazionale ha risposto accettando di prendere in considerazione il reclamo contro le iniziative cinesi nel mar della Cina meridionale. Mentre in un editoriale l'agenzia Nuova Cina attacca le Filippine definendole un Paese "capriccioso" e "mancante di visione", il ministero degli Esteri cinese definisce la procedura "non valida" e sottolinea che essa "non comporta alcun obbligo" per la Cina.

Affermazione diramata in concomitanza con la visita ufficiale in Cina della cancelliera tedesca Angela Merkel, che pure ha consigliato alle autorità di Pechino di risolvere la disputa "attraverso i tribunali internazionali". Secondo un funzionario statunitense la decisione della Corte di farsi carico di un giudizio è un "colpo al cuore" della rivendicazione cinese perché nega l'affermazione di Pechino secondo la quale la sua sovranità "è indiscutibile" e dimostra "che effettivamente esistono delle dispute".