Esteri

A Roma l'ambasciatore di Obama per i diritti gay, incontri in Vaticano

L'"inviato speciale" per i diritti della comunità omosessuale, bisex e transgender Randy Berry ha incontrato rappresentanti della Santa Sede: dialogo diplomatico senza precedenti. Ci racconta sette mesi di missioni in giro per il mondo, dove spesso la legge non protegge i gay e lascia impunite violenze e discriminazioni. Nessuna pressione sui governi perché accettino matrimoni e adozioni, ma per tutti una raccomandazione: "Occorre leadership consapevole e coraggiosa, e meno emotività"

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ROMA - Dall'aprile scorso la Casa Bianca ha un nuovo "inviato speciale". La crisi che è incaricato di affrontare non è un conflitto tra Stati o etnie, ma una discriminazione diffusa, capillare, che ogni giorno riscuote in molte parti del mondo un pesante tributo di vite umane, sofferenze, umiliazioni: la discriminazione di natura sessuale. Il presidente Barack Obama ha dedicato la seconda parte del suo mandato ad alcuni grandi temi umanitari di respiro internazionale, e la difesa della comunità LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali) è diventato negli ultimi mesi un punto cardine della sua politica. Proprio due giorni fa il presidente ha annunciato la volontà di emendare il Civil Rights Act del 1964 - il fondamento legislativo dei diritti civili negli Usa voluto da Kennedy - per introdurre codici specifici di salvaguardia della comunità gay, lesbica e transgender. L'Equality Act farà fatica a passare, ma conferma in Obama un paladino a viso aperto dei diritti identitari. Tanto che il suo volto campeggia - primo presidente americano della storia - sulla copertina di un magazine LGBTI: "Out" lo ha nominato l'"alleato dell'anno della comunità". Un'alleanza che ora si estende fuori dai confini degli Stati Uniti.
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Il suo ambasciatore nel mondo si chiama Randy Berry, ha 50 anni, ed è un diplomatico di carriera, "anche se nei miei 23 anni di attività non mi sono mai occupato specificamente di queste tematiche", spiega durante un incontro a Roma dove è passato di ritorno da un tour nell’Est europeo. Qui ha incontrato esponenti politici e anche rappresentanti del Vaticano, su sua richiesta. Time ha rivelato che ci sono stati incontri separato con membri del dipartimento di Stato della Santa Sede e con membri del Collegio pontificio per la pace e la giustizia. Un dialogo mai avuto prima a questo livello, che parte da un obiettivo comune: la missione di Berry nel mondo è di carattere umanitario. Spiega: «Non facciamo campagna per i matrimoni gay, o per le adozioni in coppie omosessuali. Del resto questa è una questione nuova anche per gli Usa. Ma sul fatto che le persone non debbano essere perseguitate per la loro identità non dovrebbero esistere controversie».
Pensa che Papa Francesco stia dando un contributo in questo senso, cambiando con il suo nuovo tono anche l'approccio del mondo cattolico a queste tematiche?
"Se guardiamo alle tematiche della violenza e della discriminazione, che sono quelle su cui mi concentro io, penso che Sua Santità stia conducendo la Chiesa sui suoi principi naturali: anche la Chiesa non accetta le violenze e le discriminazioni contro i membri della sua comunità. E lui di certo ha articolato in modo molto chiaro questa visione della Chiesa, che è coerente con questa agenda".
 
Il ruolo di Berry è un inedito assoluto nella diplomazia mondiale: "La mia posizione è stata creata nell'aprile scorso e segna un passo avanti nel lavoro che gli Usa stanno facendo per rendere quella dei diritti umani della comunità LGBTI una priorità di politica internazionale - ci spiega Berry -  E' un lavoro che è cominciato nel 2011 quando segretario di Stato era Hillary Clinton e abbiamo cominciato a osservare il fenomeno crescente di violenze e intimidazioni contro i membri della comunità, un fenomeno globale, che riguarda l'Italia come gli Stati Uniti. Nella mia posizione ho la possibilità di dialogare a livello più alto con i governi che incontro nei miei viaggi, di creare una base di dialogo comune: prima di tutto spiegando il nostro punto di vista e poi raccogliendo informazioni sul posto che ci permettano di orientare meglio le nostre strategie per essere un partner migliore nella lotta alle violenze e alle discriminazioni contro gli LGBTI. Sono fortunato a servire il mio Paese in un periodo in cui esiste una leadership impegnata su questo fronte, prima con Hillary Clinton e ora con John Kerry che ha lavorato per decenni su questi temi come senatore prima di diventare segretario di Stato, e con il presidente Obama che parla di tematiche LGBTI in modo molto aperto, e lo fa anche in privato quando incontra i leader mondiali. Questo è per me un grosso vantaggio, perché posso dire di avere il sostegno del presidente quando viaggio in giro per il mondo e incontro i vari leader.
Come è stato accolta negli Usa questa nomina, ci sono stati malumori per esempio nel campo repubblicano?
"No, quando parliamo di violenze e discriminazioni non ci sono controversie, siamo tutti dalla stessa parte. Non abbiamo in agenda ad esempio la questione dei matrimoni omosessuali, questa è una questione nuova anche per gli Usa, la sentenza (della Corte costituzionale, ndr) è arrivata persino dopo che io avessi cominciato questo lavoro. Non credo che ci sia però nessuno che si rifiuti di aprire il dialogo su come impedire che ci siano persone nel mondo picchiate, imprigionate, uccise in base alla loro identità. Quindi penso di avere un sostegno globale negli Usa da parte di tutte le parti politiche".

In questi mesi ha viaggiato molto. Quali sono le emergenze che ha individuato?
"Eh sì, ho viaggiato parecchio, l'Italia è il trentesimo Paese che ho visitato in questi ultimi sette mesi. I Paesi che mi preoccupano di più sono quelli che mantengono una forma di discriminazione legale, che hanno leggi che criminalizzano l'appartenenza alla comunità LGBTI e impongo pene. E non sono pochi, almeno 75 Paesi hanno questo tipo di leggi, sparsi un po' in tutto il mondo. E' un tipo di codice abbastanza diffuso in Africa, nel Medio Oriente, in parti dell'Asia. Con i governi di questi Paesi abbiamo cominciato a discutere di come si possano eliminare queste leggi, il che è accaduto qualche volta perché in realtà nella maggioranza di questi Paesi queste leggi non vengono davvero applicate. Ma il solo fatto che questi codici esistono crea un clima di tolleranza verso le violenze e le discriminazioni contro la comunità, anche perché non esiste una legge specifica contro i crimini d'odio. Quindi lavoriamo naturalmente con questi governi, ma anche con i nostri partner internazionali e con quei Paesi - e ce ne sono molti - che sono anche più avanti degli Usa nella messa a punto di politiche dell'eguaglianza. Dobbiamo stare attenti ai toni che usiamo, essere consapevoli che facciamo già parte di un gruppo di almeno una ventina di Paesi che sono piuttosto avanzati in questo campo e capire come muoverci per essere più efficaci possibili a livello globale. Non è una questione che necessariamente ha bisogno di una leadership americana. Mi interessa di più capire in che modo il governo Usa può aiutare a creare innovazione e cooperare con le società civili per fare progressi reali. In fondo si tratta di una questione di fondamentale buon senso: che interessa ha un Paese a stigmatizzare una parte dei suoi cittadini sulla base della loro identità? Non ha senso".

Come ha diversificato il suo approccio, le sue strategie, nei diversi contesti in cui si è trovato?
"E' assolutamente cruciale avere un approccio efficace rispetto al luogo dove ci si trova, questo è un tipico caso in cui non si può applicare un modello di intervento univoco. E' fondamentale che i principi che guidano i nostri sforzi siano coerenti, ma altrettanto deve esserlo la nostra abilità di adattamento ai diversi contesti locali. Ci sono casi in cui è importante la religione, altre volte ci sono valori e tradizioni che giocano un ruolo decisivo, oppure ci sono contesti in cui ci si può concentrare sul lato economico, perché il business è un grande alleato quando si combatte per un'eguaglianza globale, ma tutto dipende dal paese in cui si sta lavorando".

Si è trovato anche a contatto con Ong o gruppi che lavorano sul terreno, spesso in modo clandestino e con minacce di persecuzione?
"Sì, questo è un tratto comune di tutte le missioni che ho fatto finora: conoscere e ascoltare i gruppi della società civile. Sono loro, i cittadini, le Ong, gli attivisti, i reali agenti di cambiamento in qualsiasi parte del mondo - lo sono stati di sicuro negli Usa. Cerchiamo di aiutarli ad aumentare il proprio spazio di manovra, la propria agibilità, a volte gli forniamo risorse, insomma li mettiamo in condizione di portare questo stendardo. Perché per me una cosa è chiara: le cose non cambiano - e non devono cambiare - solo perché gli Usa dicono che è giusto, non funziona così. E anzi a volte è pure controproducente. Il nostro contributo è mettere nelle condizioni le comunità locali di fare le proprie battaglie".

Lei è di ritorno dai Balcani. Proprio in questi giorni la Ue ha reso note le ultime valutazioni sul processo di allargamento. Uno dei criteri che hanno contato di più in questa fase è proprio il rispetto dei diritti della comunità LGBTI. Pensa che questo sia un percorso efficace per migliorare la situazione nell'Europa nel suo complesso?
"Credo che sia una parte fondamentale dell'equazione. Nei cinque Paesi balcanici che ho visitato sono rimasto impressionato dal livello di leadership politica che ho trovato. C'è la consapevolezza che legiferare per garantire i diritti di tutti i cittadini non è solo la cosa giusta da fare, è anche indispensabile per potere entrare in Europa. E' molto positivo vedere in Albania, Kosovo, Montenegro, Serbia, Bosnia delle leggi che cominciano a prendere forma in campi come la penalizzazione di violenze d'odio, la legislazione antidiscriminatoria sul lavoro, investimenti in strutture che possano fare da controllori del governo. Ora la parte difficile è vedere l'applicazione pratica di queste aspirazioni".
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Ora lei è in Italia, dove la situazione legislativa è ancora molto indietro - rispetto ad altri Paesi europei ad esempio - sul tema dei matrimoni omosessuali, delle adozioni all'interno delle coppie omosessuali, e così via. Sono temi che ha sollevato durante i suoi incontri qui?
"Ho incontrato esponenti politici e attivisti, e mentre sono qui in realtà sto più che altro informandomi sulla situazione. Non posso ancora trarre conclusioni, ma posso dire qualcosa che vale un po' per tutti i Paesi. Innanzi tutto è necessaria una leadership consapevole e coraggiosa, e poi bisogna inquadrare il dibattito su queste questioni nel modo giusto: con chiarezza, apertamente e - detto francamente - in un modo un po' meno emotivo. Si tratta semplicemente di blocchi di costruzione di una politica di eguaglianza, non dovrebbe costituire un tema troppo emotivo".

Ambasciatore Berry, un incarico del genere ha anche connotazioni personali molto forti. Cosa l'ha spinta ad accettare?
"Anche io sono un membro della comunità LGBTI. Sono un americano normale, sono cresciuto in un'epoca in cui esisteva certo discriminazione ma abbiamo anche trovato amici e alleati sul nostro cammino, abbiamo visto il progresso avanzare. Quando mi hanno offerto questo incarico, ho accettato anche sulla spinta della mia esperienza personale. Perché ora sono anche padre. Sto allevando due figli e mi si offre l'opportunità di rendere il mondo un posto migliore per far crescere i miei figli, e i figli di chiunque. E' un obiettivo concreto per me, e dovrebbe essere condiviso da migliaia, milioni di genitori nel mondo: volere un mondo migliore per i propri figli. Questa è la mia chance".