Esteri

Presidenziali Usa, su sicurezza e terrorismo gli slogan pesano più delle ricette

Alla Cnn l'ultimo dibatttito tra i candidati repubblicani prima delle primarie in Iowa e New Hampshire. Posizioni distanti, spettacolo mediocre e nessun vincitore, ma l'opposizione sfrutta le insicurezze degli americani e un punto debole di Obama

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NEW YORK - E' stato il primo dibattito tra candidati alla Casa Bianca nell'America post-strage di San Bernardino. Nello stesso giorno, Los Angeles aveva deciso di chiudere tutte le sue scuole lasciando a casa 700mila studenti per un falso allarme terrorismo. E' in questo scenario che la Cnn ha organizzato il confronto fra i candidati repubblicani centrato sul tema più caldo del momento: la sicurezza.

Un tema che oggettivamente rappresenta un punto debole di Barack Obama, e può contribuire a portare un repubblicano alla Casa Bianca tra un anno. Questo dibattito, l'ultimo confronto televisivo prima delle primarie in Iowa e New Hampshire (inizio febbraio) non ha fatto emergere un vincitore, né una figura "presidenziale". Donald Trump che aveva dominato l'attenzione negli ultimi giorni con la sua proposta di chiudere le frontiere agli immigrati islamici, è apparso meno vigoroso del solito. Ma lo spettacolo mediocre, condito dei soliti insulti sguaiati a Obama e a Hillary Clinton, non deve fuorviare: i repubblicani in questa fase possono sfruttare un senso di insicurezza reale. Anche se nessuno di loro è davvero convincente nel ruolo del futuro Commander-in-chief, bisogna osservarli con attenzione: uno di loro può vincere l'elezione del 2016.

Le sparate di Trump  -  "il Medio Oriente è un casino", "quelli vengono a ucciderci, e noi non stiamo facendo nulla per impedirlo", "il nostro paese non sta vincendo" -  sono slogan generici, semplicistici e banali, ma corrispondono al pensiero di molti americani.

Il dibattito odierno ha fatto emergere qualche differenza sostanziale in politica estera. Ted Cruz, come Donald Trump, pensa che per sconfiggere lo Stato Islamico sia meglio allearsi con Assad, proprio come consiglia Vladimir Putin. Marco Rubio, Chris Christie e John Kasich invece concordano con Obama sul fatto che Assad non può essere parte della soluzione. Rubio si è allineato con Obama anche sul principio che "gli scarponi sul terreno in Siria devono essere quelli dei nostri alleati arabi sunniti".

Sull'immigrazione la linea di demarcazione più netta ha opposto il senatore del Texas Cruz e quello della Florida Rubio, tutti e due figli di immigrati cubani. Il primo incarna come Trump la linea xenofoba, con l'idea di deportare milioni di immigrati senza regolare permesso di soggiorno. Rubio invece al Senato aveva appoggiato la riforma Obama che proponeva per quegli immigrati irregolari un percorso verso la cittadinanza.

Le scintille le ha fatte Jeb Bush, il più aggressivo contro Trump. Debolissimo nei sondaggi, Bush era forse all'ultima chance stasera. Ha definito assurda l'idea di Trump di uccidere i familiari dei jihadisti, o di "chiudere Internet". "Non può fare il presidente uno che impara la politica estera negli show televisivi", è stata una delle sue battute fulminanti. Trump ha risposto in tono sprezzante, alla terza persona: "Nessuno gli dà più retta, la campagna elettorale di Jeb è un disastro".

Gli esperti  -  che non hanno mai creduto alle chance presidenziali di outsider come Trump o Ben Carson -  escono confortati nelle loro previsioni: il duello finale potrebbe essere fra Rubio e Cruz. Il primo è diventato più di Bush il rappresentante di un'ala moderata, mentre il radicale Cruz fa il pieno tra gli evangelici che sono molto forti in Iowa. A parte le promesse di restituire all'America la leadership dei tempi di Ronald Reagan, nessuno ha articolato una proposta coerente e credibile per una politica estera alternativa a quella di Obama. Ma stanno dalla parte giusta: all'opposizione, in una fase in cui l'America ha paura. Hillary Clinton ha più esperienza e competenza in politica estera di tutti i candidati repubblicani messi insieme, e tuttavia ha anche un bagaglio di handicap. Il più grave è quello di appartenere allo stesso partito del presidente in carica, in una fase in cui tanti americani dubitano che Obama sia in grado di garantire la loro sicurezza.